“Come in close”, diceva J. Daniel Atlas nel primo Now You See Me. “Closer. Because the more you think you see, the easier it’ll be to fool you”. Era il 2013, e quel monologo iniziale che si chiudeva con l’eloquente sguardo in macchina di Jesse Eisenberg già diceva tutto della filosofia di questi misteriosi prestigiatori robinhoodiani, che rubano ai ricchi per dare ai… poveri? Forse, ma prima di tutto al proprio pubblico, perché la loro arte non esisterebbe se non donassimo loro “il regalo più prezioso che abbiamo: la nostra attenzione”.
Illusione, meraviglia, stupore. Giusto due anni prima dell’uscita del film di Louis Leterrier, Hugo Cabret di Martin Scorsese ci aveva ricordato che, fin dalle origini (i Lumière prima, Méliès poi), il cinema è sempre stato profondamente legato a questi elementi. Elementi che The Prestige di Nolan aveva già colto, ma che in seguito Now You See Me ha avuto il merito di coniugare in maniera intelligente dentro un heist movie alla Ocean’s Eleven spassoso e divertito, dove i maghi sostituivano i ladri e il palcoscenico i casinò.
E quindi aprendo un dialogo con gli spettatori (nel film e fuori dal film), qui più che mai centrali e indispensabili, anche per il successo al botteghino e lo sviluppo del (più fiacco) sequel del 2016 e poi di questo, diretto da Ruben Fleischer (Uncharted) e intitolato L’illusione perfetta – Now You See Me: Now You Don’t. O semplicemente Now You See Me 3.
Dieci anni dopo…
Sono passati dieci anni – nella storia, nove nella realtà – dall’ultima volta che abbiamo visto i Quattro Cavalieri in azione. Li ritroviamo (quasi) subito, quelli originali: J. Daniel Atlas (Jesse Eisenberg), Merritt McKinney (Woody Harrelson), Jack Wilder (Dave Franco) e Hanley Reeves (Isla Fisher, che si riprende la scena dopo aver “saltato” il secondo capitolo). Il gruppo, scopriremo ben presto, si è separato da tempo a causa di un colpo finito male, ma l’improvvisa chiamata dell’Occhio (la misteriosa organizzazione segreta di illusionisti) li riunisce per una nuova missione.
Il bersaglio è Veronika Vanderberg (Rosamund Pike), riccastra “posh” a capo di un impero di estrazione di diamanti e legata ad attività criminali. Ad aiutarli, questa volta, non ci sarà più l’agente dell’FBI/figlio d’arte in incognito Dylan Rhodes/Shrike interpretato da Mark Ruffalo, ma tre nuove e giovani leve: Charlie (Justice Smith), Bosco (Dominic Sessa) e June (Ariana Greenblatt).

Tra realtà, illusione e un pizzico di action
Come la sceneggiatura stessa ci ricorda nei minuti iniziali, dal 2016 ad oggi sono iniziate guerre, abbiamo vissuto una pandemia e l’intelligenza artificiale sta cambiando il nostro modo di vivere la quotidianità. Il confine tra reale e artificiale si fa sempre più opaco, la nostra capacità di distinzione tra i due concetti anche.
Senza più nessuna certezza, Now You See Me 3 diventa allora più di un ritorno al passato, più di un ricongiungersi con personaggi e atmosfere familiari, perché le domande che si poneva all’epoca sono ora più attuali che mai. In questo il film di Fleischer coglie nel segno, riflettendo ancora una volta sulla distorsione della percezione umana in un viaggio che porterà i protagonisti a dover ripercorrere la storia dell’illusionismo fino alle sue radici e, così, riscoprire il significato stesso di manipolazione della realtà.
Il regista, inoltre, dimostra di saper mantenere l’anima frizzante, il dinamismo dei dialoghi e la spettacolarizzazione che ha caratterizzato tutta la saga, riuscendo ad essere quasi più elegante nella messa in scena dei trucchi, sorprendenti ma non troppo cervellotici (come nel secondo) e talvolta comprensibili anche senza i classici “spiegoni” che svelano i piani messi in atto dai protagonisti. Del film precedente, inoltre, mantiene una certa componente di puro action, tra combattimenti a furia di carte da gioco, sparizioni improvvise e perfino un inseguimento in auto, tanto che in alcuni momenti sembra quasi di trovarsi all’interno di un Mission: Impossible qualsiasi.

Generazioni a confronto
Anche l’intreccio torna ad avere una certa freschezza, recuperando quella sottile eppure fondamentale vena da revenge movie che caratterizzava il primo Now You See Me e che nel sequel era del tutto assente. Certo, anche qui la sospensione dell’incredulità deve avere una soglia molto alta perché alcuni colpi di scena e stratagemmi illusionistici risultino plausibili, ma non è forse questo il punto?
Il rischio maggiore, infine, cioè di dare eccessivo spazio alle new entry e penalizzare così il quartetto storico, è perlopiù scampato: ogni personaggio trova il suo spazio, soprattutto perché lo script – firmato da Eric Warren Singer, Seth Grahame-Smith e dagli sceneggiatori della trilogia di Deadpool Paul Wernick e Rhett Reese – ha la felice intuizione di mettere le due generazioni di maghi a confronto. E, per una volta, nonostante il lapalissiano gap che le separa nei modi di comunicare e nell’atteggiamento – tutte cose che Now You See Me 3 non smette mai di sottolineare -, sembrano trovare il modo di comunicare. Non male, come trucco di magia.


