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Lights Out, recensione dell’horror prodotto da James Wan

Articolo a cura di Luca Buricchi

Ogni giorno video di qualsiasi genere scorrono alla velocità della luce all’interno della caotica cloaca della rete. Il tempo di un sospiro e la maggior parte di questi viene fagocitato, digerito ed espulso nel cestino del dimenticatoio.

Non tutti subiscono la stessa sorte però, è il caso di Lights Out, cortometraggio di tre minuti girato da David F. Sandberg nel 2013 con un budget praticamente inesistente. Giocando con una delle paure più comuni, quella del buio, il regista svedese era riuscito a creare attimi di vero terrore con l’utilizzo di semplici espedienti registici, tanto da suscitare l’interesse di James Wan.

Così tre anni dopo, con un budget di 5 milioni di dollari, la Atomic Monster di Wan insieme a Lawrence Grey, producono e portano in sala l’omonimo lungometraggio, affidando la sceneggiatura a Eric Heisserer e la regia allo stesso Sandberg. Con molto più tempo a disposizione, il duo edifica una mitologia attorno al demone portandoci dalle parti dei drammi familiari alla maniera di Babadook.

Il piccolo Martin (Gabriel Bateman) si trova a dover affrontare da solo il crollo psicologico della madre Sophie (Maria Bello) ormai in caduta libera: ogni notte la vede parlare da sola nel buio dello sgabuzzino. Non tarderà a scoprire che in realtà nell’oscurità si nasconde una strana creatura che dice di chiamarsi Diana. Intollerante alla luce e legata alla madre di Martin da un rapporto morboso e possessivo, Diana è decisa ad eliminare chiunque si frapponga tra lei e Sophie. Rebecca (Teresa Palmer), la primogenita, scappata di casa proprio a causa dei problemi della madre, tornerà per aiutare il fratellino terrorizzato, nonostante in passato la presenza di Diana avesse turbato anche lei.

Sandberg in circa 81 minuti di pellicola, con l’utilizzo di una regia mai sofosticata ma più votata all’essenzialismo e alla funzionalità, cerca di sondare l’insondabile: le deformità che si nascondono dietro il buio che tanto ci spaventa. Utilizzando praticamente per tutta la durata del film lo stesso espediente collaudato già nel cortometraggio – sostanzialmente il gioco del “click” luce accesa/luce spenta – rendendo di fatto il salto nella poltrona particolarmente telefonato, il regista riesce comunque quasi sempre ad infondere una giusta dose di paura.

Sandberg non stupisce per originalità, ma ha un suo stile e dopo un inizio all’interno di un enorme edificio pieno di manichini da manuale, riesce a creare una giusta atmosfera generale. Questo anche grazie all’uso di stratagemmi da vecchia scuola ormai ben collaudati: una giusta location, gli scricchiolii del legno (di cui non a caso il cinema di Wan ne è pieno) e praticamente un’assenza quasi totale di computer graphic.

Il cast poi dona il giusto spessore ai personaggi. Maria Bello risulta ottima nel trasmettere i disagi e le turbe di una donna, madre e moglie, dalla psiche lacerata da eventi che andremo a scoprire poco per volta, così come la bellissima Teresa Palmer e il suo rapporto burrascoso con la madre, sempre in bilico tra odio e amore. Cammeo citazionista ad aprire la pellicola per Lotta Losten, protagonista del cortometraggio originale e moglie del regista.

Musiche di Benjamin Wallfisch piuttosto anonime e fotografia di Marc Spincer da compitino ben svolto ma mai veramente ricercata. Il dramma familiare prende quindi lentamente forma all’interno di questo horror che, pur risolvendosi in un finale non all’altezza delle premesse e che strizza l’occhio agli horror giapponesi, riesce comunque a fare il suo dovere offrendo spaventi prevedibili ma efficaci.

Guarda il trailer ufficiale di Lights Out

Redazione
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