C’è da arrabbiarsi di fronte a un film come Lift. La sua soffocante pochezza, la realizzazione dozzinale, la mancanza di qualsiasi idea sarebbero comunque tollerabili se non mostrassero di essere parte di un esplicito piano al ribasso. Lift si presenta sin da subito come un film da piattaforma il cui unico scopo è tenere attaccato l’utente per più minuti di visione possibile. Il clickbait fatto film.
Per ottenerlo servono attori noti da mettere in locandina e un buon ritmo nei primi minuti. Non è più necessaria nemmeno – come lamentava Nanni Moretti ne Il sol dell’avvenire – una trama costruita secondo le regole auree dell’intrattenimento. Un film come questo fa rabbia perché rivendica l’idea che il cinema possa essere una perdita di tempo, un qualcosa che deve essere innocuo e impalpabile per distrarsi un paio di ore e da dimenticare alla svelta. Il film funziona solo se è questo che si cerca.
Serve poco per accorgersi del suddetto manifesto di dimenticabilità (che il film condivide, purtroppo, con la stragrande maggioranza dei titoli action recenti prodotti per Netflix e le altre piattaforme). F. Gary Gray (Fast & Furious 8, Men in Black: International) non suddivide il racconto in atti ma sulla base delle ambientazioni in cui si svolge l’azione. Nel primo set siamo a Venezia dove una squadra di criminali sta per mettere a segno un caso clamoroso: il primo furto di NFT di sempre. Come noto, i non-fungible token sono un oggetto immateriale e quindi tecnicamente impossibile da rubare.
L’opera d’arte all’asta è però un casco che riprende con un video immersivo i 30 secondi della propria vendita. Cyrus (Kevin Hart) e compagni lo acquistano regolarmente, rapendo però il suo autore proprio quando l’asta viene battuta in loro favore. L’NFT acquista ulteriore valore consistendo quindi nella video prova del rapimento dell’autore. Oggetto e performance concorrono al valore finale e i criminali sono riusciti ad aumentarlo parecchio.
Con questo inizio Lift imposta il suo tono da commedia. Prende in giro le bizzarrie dell’arte contemporanea e si fa anche, minima, riflessione satirica sul valore della creatività. Benissimo, viene da pensare in questi primi, brillanti, minuti. Peccato che il film parli d’alto e che questo buon “primo set”, ovvero il primo atto, sia pressoché inutile per tutto ciò che verrà.
Perplessità ad alta quota
Il vero centro di Lift è un altro. Parte da una premessa alla Ocean’s Eleven, ovvero compiere il più grande furto di sempre radunando una squadra con i migliori criminali, continua entrando nel territorio dei più recenti Fast and Furious. Ovvero dove i “cattivi”, che non lo sono mai veramente, aiutano i buoni, che non lo sono mai veramente. L’agente dell’Interpol Abby (una sperduta Gugu Mbatha-Raw) chiede infatti aiuto al team guidato da Cyrus, suo ex amante, per rubare dell’oro che dovrebbe finanziare un attentato terrorista.
Lift si sposta da qui in poi ad alta quota. Un furto a bordo di un aereo dallo svolgimento tanto insensatamente complesso quando poco coinvolgente. È impressionante quanto il film si crogioli nel cliché del grande e geniale piano in cui ogni dettaglio è parte di un piano più grande. Solitamente questo artificio funziona quando chi guarda non sa che ogni imprevisto era in realtà calcolato: qui, invece, Gray strizza talmente l’occhiolino che anche il più imprevedibile dei colpi di scena può essere intuito con grande anticipo. A dire il vero, pur non avendo visto il film, potreste anticipare il finale solo a partire dalla scarna sinossi scritta poco fa.
Ci sono troppi personaggi, tutti poco definiti, e tanto glamour. Diverte più delle altre idee il modo in cui qualsiasi civile sia sostanzialmente escluso dalla narrazione. L’intera vicenda è come se si svolgesse in un mondo a parte, sommerso rispetto a quello civile, costituito esclusivamente da complotti e poteri, guardie e ladri.

L’unico spettacolo di Lift è il cast
Oltre ai due già citati protagonisti, ad essere buttato via è tutto il resto del cast che comprende un attore strutturato come Vincent D’Onofrio a cui è data l’umiliante parte di Denton, inutile e buffo maestro di travestimenti. Il volto “da blockbuster” di Sam Worthington è sprecato nell’insipido agente Huxley, il meno scritto di tutti; è un semplice dispositivo per far procedere la trama. A completare l’impressione che nessuno avesse veramente voglia di stare davanti a quelle cineprese c’è Jean Reno, che interpreta un cattivo terrorista, colluso con sacche di potere globali il cui piano è così generico che sembra poco chiaro anche al personaggio stesso.
Una scrittura esile che accompagna pochi propositi non è, di per sé, un peccato cinematografico. A patto che quello che si vuole ottenere abbia almeno un po’ di dignità: portare al massimo l’azione, provare a giocare con la tensione, proporre una commedia ritmata con qualche accenno satirico. Lift invece non riesce a definire cosa vuole essere e spreca tutto quello che ha in mano. Butta via i talenti che è riuscito a richiamare, probabilmente per soldi, ma ci piacerebbe pensare che il cast abbia firmato il contratto per avere letto la prima, stimolante, mezz’ora di film. Il problema principale è che in questa operazione di cinema costruito per scalare le classifiche di visione grazie al favore dell’algoritmo non c’è mai un vero pensiero, nemmeno tra le righe. Fosse cinema di serie B, che risiede fortemente nei canoni del genere di appartenenza, si potrebbe per lo meno godere di un prodotto di mestiere. Qui invece si guarda ai blockbuster da cinema senza avere bisogno di convincere ad andare in sala.
Anche il più mediocre dei “blockbuster da grande schermo” possiede almeno una minima dose di entusiasmo nel mostrare i propri mezzi, nel cercare un’inquadratura che dia una ragione allo spettatore per pagare il biglietto. Lift invece non se ne cura. Nella rapina manca completamente il divertimento dell’esecuzione. L’intreccio è fatto per scorrere bene in una visione distratta, non si chiede mai quella partecipazione allo spettatore che, nei migliori lungometraggi sui furti, è coinvolto tanto da sentirsi il componente in più della banda (o una sorta di detective che deve capire come hanno fatto il colpo). Lift non è solo un film poco riuscito. Se ne vedono tanti e siamo abituati ad accettarli. Il vero problema è il suo essere esplicitamente concepito per essere mediocre senza farsi scoprire grazie alla confezione di pregio trovata nei suoi attori. A loro sta il compito di non farlo capire all’utente prima di arrivare al fatidico click.


