Licorice Pizza è il titolo dell’ultima fatica di Paul Thomas Anderson, cineasta di culto che – a distanza di quattro anni dall’ultimo lavoro, Il filo nascosto – torna alle atmosfere sospese degli anni ’70, evocando di nuovo le suggestioni di alcune sue opere di culto come Boogie Nights – L’altra Hollywood o Vizio di forma.
Questa volta, davanti la macchina da presa, troviamo due protagonisti pressoché esordienti come Alana Haim (già membro, insieme alle sorelle, dell’omonima rock band Haim) e Cooper Hoffman, giovane figlio del compianto Philip Seymour (uno degli attori feticcio del regista statunitense). Al loro fianco, anche tre superstar come Sean Penn, Bradley Cooper (visto di recente ne La fiera delle illusioni – Nightmare Alley) e Tom Waits che arricchiscono il film, pronto a debuttare nelle sale italiane dal 17 marzo, con i loro gustosi camei.
Ambientato nel 1973, il film racconta del cammino infido del primo amore tra Alana e Gary: venticinque anni lei, quindici lui e un colpo di fulmine – da parte di quest’ultimo – che lo convince ad insistere coltivando quell’amore che prova, resistendo agli alti e bassi della vita. I due protagonisti crescono, corrono e si innamorano nella San Fernando Valley, a ritmo di brani mai dimenticati di David Bowie, Paul McCartney, Nina Simone, The Doors, e con sullo sfondo un’America immortalata al crocevia con la Storia recente.
Il titolo Licorice Pizza si rifà alla famosa catena di negozi di dischi della California meridionale, popolare negli anni ’70 che fanno da sfondo alle vicende di Gary e Alana; ma con il suo assurdo nonsense non fa altro che riassumere perfettamente – almeno, sul piano sensoriale – quelle che sono le emozioni che restituisce la prima visione del film nello spettatore: c’è, infatti, traccia della dolcezza spregiudicata di un’adolescenza libera e ribelle nelle inquadrature di Anderson, come pure di iconici dettagli che si incastonano alla perfezione nella drammaturgia da rom-com generazionale, coming of age rigorosamente a stelle e strisce con un’iconografia riconoscibile, tra pizza, Coca Cola, Fast Food, tavole calde e altri topoi geografici imprescindibili.
In apparenza sembra non accadere niente di importante nel film, come se Anderson scegliesse scientemente di mostrare la vita (intenta a scorrere) senza tagliare le parti noiose, come suggeriva Hitchcock: ma è proprio sotto la superficie patinata, sotto la perfetta ricostruzione del periodo storico (la California del 1973) che si agita un mare incandescente di emozioni, un magma emotivo che si traduce in immagini evocative, suggestioni sensoriali o in modo più semplice nel racconto spensierato di un amore larger than life, che potrebbe durare una vita intera quanto solo i 133 minuti del film, ma che ogni spettatore ha sognato di vivere almeno una volta nella vita.
E questo legame profondo e atipico passa attraverso i volti senza età di Gary (Hoffman) e Alana (Haim), che presta al personaggio il suo nome ma soprattutto un viso inconfondibile, ormai impossibile da scindere dal ritratto che Anderson ha fatto della giovane donna in fieri protagonista del film.
Se in Vizio di forma l’aderenza narrativa all’universo creativo di Pynchon e le atmosfere sembravano sacrificare il messaggio emotivo del film e in Boogie Nights – L’altra Hollywood la narrazione soverchiava tutto il resto, raccontando la Storia attraverso una piccola vicenda particolare, Licorice Pizza riesce invece a fondere insieme queste due necessità: una vicenda in apparenza infinitesimale è capace di stagliarsi sullo sfondo dei grandi eventi di un preciso periodo storico, restituendo uno spaccato socio-antropologico ed emotivo di un microcosmo ben definito, strutturato e scolpito grazie alla verosimiglianza dei suoi personaggi, creature tridimensionali ben lontane dal drammatico stereotipo della macchietta che si agita sullo schermo.
E la scelta specifica di Anderson, come già accaduto in Ubriaco d’amore, è quella di raccontare una rom-com atipica attraverso i colori, con una fotografia mozzafiato determinata da scelte estetiche in stato di grazia, precise e folgoranti. Ogni inquadratura è specifica e finalizzata alla costruzione di un racconto filmico: niente è casuale, ma ogni fotogramma contribuisce a trascinare lo spettatore sempre più nel cuore della strana relazione che lega Gary e Alana, con i loro mondi prima distanti pronti, progressivamente, a collidere.
In Licorice Pizza, Anderson sembra compiere un’ulteriore scelta ben precisa: all’estetica ricercata e alla fotografia poetica trainata dalla forza evocativa della musica – una colonna sonora juke box capace di trascinare immediatamente nel turbinio di quegli anni – sembra fare da controcanto una ricerca specifica della bellezza imperfetta, ben lontana da filtri e standard di un’epoca “instagrammabile”. I volti di Hoffman e della Haim, così asimmetrici e ricchi di imperfezioni, risplendono accarezzati dal tocco della macchina da presa di Anderson, che li immortala in primissimi piani intensi, trasognati, innamorati. E all’improvviso è impossibile immaginare un altro attore in quei panni, dal momento che i due prestano volti e corpi alle loro emanazioni sullo schermo d’argento, ectoplasmi di celluloide caduti da un’altra epoca.
Licorice Pizza è, quindi, un’inedita rom-com perché Anderson sceglie di raccontare una storia d’amore con sguardo atipico, facendo attenzione all’aspetto estetico-formale quanto al piano drammaturgico e a quello emotivo. E il risultato è un affresco generazionale, un coming of age insolito su un adolescente pronto a compiere il suo rito di passaggio per entrare nell’età adulta e una giovane donna, “incastrata” nel limbo malinconico di chi ancora non ha deciso che piega far prendere alla propria vita.
E questa improbabile (strana) coppia, così irresistibile, può esistere solo sul grande schermo, là dove le illusioni – evocate come fantasmi della fantasia e della memoria – tornano dal passato per raccontare il nostro presente, interpretandolo attraverso l’occhio della macchina da presa. In quest’ottica Licorice Pizza è, infine, anche una malinconica lettera d’amore, piena però di speranza, nei confronti del cinema stesso e di un passato che non può più tornare se non sotto un’altra veste, continuando a popolare i nostri sogni e le nostre fantasie.



