Cile, 11 settembre 1973. Una data che cambia la storia di un Paese e, più in generale, dell’intero continente sudamericano. Dopo tre anni di governo di Salvador Allende, primo presidente marxista democraticamente eletto in America Latina, il colpo di Stato militare apre la strada alla dittatura di Augusto Pinochet e a una lunga stagione di repressione, torture, controllo e paura. È dentro questo momento di frattura assoluta che si muove L’hangar rosso, opera prima di finzione di Juan Pablo Sallato, regista cileno con un passato da documentarista, qui alle prese con una storia ispirata a fatti reali.
Presentato all’ultimo Festival di Berlino nella sezione “Prospettive”, il film nasce dal libro Disparen a la bandada. Crónica secreta de los crímenes en la FACH contra Bachelet y otros di Fernando Villagrán, dedicato ai crimini commessi all’interno dell’Aeronautica militare cilena durante la dittatura e alle figure che, in modi diversi, si opposero alla macchina repressiva nata dopo il golpe. Sallato parte quindi da un materiale storico forte, poco frequentato dal cinema contemporaneo, e prova a trasformarlo in un dramma politico asciutto, claustrofobico, concentrato sul conflitto morale di un uomo costretto a scegliere da che parte stare.
La trama de L’hangar rosso
Il protagonista è Jorge Silva (Nicolás Zárate), ex capo dell’Intelligence dell’Aeronautica, con un passato glorioso da paracadutista alle spalle, ora impegnato nell’addestramento di giovani cadetti in una base militare di Santiago del Cile. Il film si concentra interamente tra il 10 e l’11 settembre 1973, nelle ore immediatamente precedenti e successive al golpe che rovescia il governo di Allende.
Quando il colpo di Stato prende forma, Silva riceve l’ordine di trasformare l’Accademia in un centro di detenzione e tortura. Gli hangar si riempiono di prigionieri, la violenza del nuovo regime penetra dentro gli spazi militari e l’uomo si ritrova davanti a un bivio: obbedire al colonnello Jahn (Marcial Tagle), spietato anticomunista con cui ha dei trascorsi, e diventare parte della macchina repressiva, oppure disobbedire e aiutare chi sta lottando per sopravvivere e provare a essere un esempio per le nuove reclute, come il giovane sergente Hernández (Aron Hernández).

Un bianco e nero che chiude lo spazio
Juan Pablo Sallato gira in bianco e nero scegliendo un formato stretto. Non è un dettaglio secondario. L’immagine così non respira mai e comprime lo spazio: i corridoi, gli uffici, gli hangar e i volti sembrano schiacciati dentro una cornice che non concede vie di fuga. La macchina da presa resta spesso addosso a Silva, lo tallona, ne segue gli spostamenti. È una scelta che richiama, per impostazione fisica e per volontà di immersione, il lavoro di László Nemes ne Il figlio di Saul: camera a mano vicina al protagonista, mondo intorno percepito come minaccia, Storia che non viene spiegata dall’alto ma sentita come pressione sul corpo.
L’unica vera apertura visiva arriva nei ricordi di Silva paracadutista. Sono momenti pensati come contrappunto simbolico: lì, nel vuoto, sospeso nell’aria, il protagonista era davvero libero. A terra, invece, è intrappolato nella catena di comando, nel dovere militare. Il discorso è chiaro, forse fin troppo: il cielo è la libertà, l’hangar è la prigione, il bianco e nero è la metafora di un mondo che ha perso ogni possibilità di scelta. Ma è proprio questa chiarezza a indebolire il film: non lascia molto da scoprire, non scava nell’ambiguità e non trasforma il simbolo in emozione.

Un dramma politico senza vero mordente
La cosa più frustrante de L’hangar rosso è che il cuore del film sarebbe fortissimo. Jorge Silva non è un eroe classico, non è un ribelle puro, non è un martire già scritto. È un uomo che prova a muoversi dentro una zona grigia, cercando di non sporcarsi le mani mentre tutto intorno a lui sta crollando. Il film, però, non riesce mai a far entrare davvero lo spettatore nella sua crisi interiore. Silva resta una figura opaca, osservata dall’esterno più che attraversata dall’interno. Il peso della scelta è visibile, ma non si trasforma mai in esperienza emotiva; il rischio è presente, ma non viene percepito come un pericolo concreto; la tensione tra ordini dall’alto e morale attraversa il racconto, ma raramente diventa qualcosa di tangibile.
E così il film, pur durando appena 83 minuti, finisce comunque per sembrare più lungo di quanto sia, posizionandosi a metà tra dramma politico e thriller serrato, senza però riuscire ad essere nessuna delle due cose. Come thriller manca il mordente: non c’è progressione, non c’è vera suspense, non c’è quella sensazione di minaccia costante che dovrebbe impedire allo spettatore di respirare. Come dramma politico resta troppo didascalico: il contesto storico è importante, ma i personaggi non sono abbastanza approfonditi da trasformare l’evento in esperienza umana.


