mercoledì, Maggio 22, 2024
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L’esorcista del Papa, recensione dell’horror con Russell Crowe

La recensione del film L’esorcista del Papa, horror soprannaturale con Russell Crowe nei panni di Padre Gabriele Amorth. Nelle sale dal 13 aprile.

L’eterno conflitto tra Bene e Male esercita da sempre un fascino seducente sul grande schermo: forse alla ricerca di risposte per eterni dubbi morali, l’uomo ha cercato di sublimare – attraverso il cinema, la televisione e le arti visive in generale – quella battaglia che si palesa quotidianamente in seduzioni galeotte, vizi irresistibili, virtù morali e buone azioni (o intenzioni) tra le quali l’essere umano si destreggia con una certa abilità.

Il cinema ha provato, da sempre, a dar corpo alle ombre del sonno della ragione e agli incubi dell’orrore, fin dagli esordi sulla scena ottocentesca; ma è con i primi anni ’70 e l’uscita nelle sale del film di William Friedkin L’esorcista che cambia, in modo radicale, la percezione del pubblico nei confronti di certe tematiche horror: il Male è sulla terra e non è mai stato così concreto, come dimostra l’orribile possessione del demone Pazuzu ai danni dell’innocente Regan. E dal 1973 le declinazioni del sottogenere dell’orrore “mistico”, diviso equamente tra angeli, demoni, possessioni ed esorcismi, ha colonizzato con una certa regolarità le sale, incarnando innumerevoli sfumature.

Senza ombra di dubbio è la fabbrica dei sogni hollywoodiani ad avere sfornato innumerevoli versioni votate al mercato dell’entertainment, complice una visione religiosa molto forte che permea gli Stati Uniti fin dalle origini: ogni elemento della cultura americana si può ricondurre ai grandi temi del cattolicesimo, in un continuo gioco di rimandi con la dimensione di culto cristiana pronta a colonizzare ogni aspetto della vita pubblica e privata degli americani stessi.

E proprio in quest’ottica, la grande mecca del cinema a stelle e strisce continua imperterrita a lavorare su progetti basati sul dualismo manicheo tra “alto” e “basso”, come dimostra la recente uscita nelle sale del deludente Gli occhi del diavolo o anche The Nun, l’intrigante spin-off della saga di The Conjuring: ancora una volta l’attenzione è tutta sulla Chiesa cattolica e sul suo approccio alla lotta perpetua contro il Male tra esorcismi e preghiere, acqua santa e possessioni inquietanti che destabilizzano le coscienze, mentre sullo sfondo oscuri segreti emergono dalle viscere più segrete degli archivi Vaticani.

Una visione hollywoodiana, patinata e “romantica”, che L’esorcista del Papa – nelle sale dal 13 aprile – non fa altro che alimentare, protagonista un Russell Crowe (Il giorno sbagliato) nei panni del (vero) Padre Gabriele Amorth, esorcista di fama internazionale e autore di innumerevoli libri besteller – tra i quali, diversi memoirs – che sono stati alla base della sceneggiatura scritta da Michael Petroni ed Evan Spiliotopoulos, per la regia di Julius Avery (Overlord, Samaritan).

Il film racconta la storia di Padre Amorth (basandosi sulle sue reali esperienze con esorcismi e possessioni) che, indagando sul terrificante caso di un ragazzo posseduto da un demone, finirà per scoprire – con la complicità del Papa, interpretato da Franco Nero (che ci aveva già anticipato questo ruolo nel corso di un’intervista) – una cospirazione secolare che il Vaticano ha disperatamente cercato di tenere nascosta per secoli.

Un supereroe in lotta con il Male supremo

Con L’esorcista del Papa il tradizionale sottogenere horror popolato di cliché, topoi e archetipi ricorrenti trova nuova linfa vitale sposando la modernità del linguaggio dell’entertainment pop odierno, guardando addirittura alle consolidate formule Marvel: così l’esorcista diventa una sorta di supereroe in lotta con il Male supremo, che stempera i momenti più intensi in battutine e freddure, si mostra sprezzante del pericolo quanto dei propri superiori e pronto ad affrontare le tenebre in nuove, avvincenti, avventure… a bordo di una Lambretta.

A rendere tutto ancora più insolito (ma non troppo), c’è anche una fascinazione per le indagini complottiste in puro stile Codice Da Vinci (anzi, Angeli e Demoni) e un gusto per lo splatter che, ai nostri occhi, può ricordare addirittura le seduzioni – tutte italiane – degli horror anni ’60 di Mario Bava, tra Vergini di Norimberga, vecchie caverne e scheletri decomposti dal tempo. Il film di Avery è un concentrato di luoghi comuni ricorrenti che hanno dato smalto al cinema commerciale (di genere) hollywoodiano ma declinati in una chiave ultra-moderna e contemporanea, che strizza l’occhio al linguaggio delle generazioni più giovani, alle forme e ai modelli di un cinema d’intrattenimento che ce l’ha fatta conquistando, progressivamente, i botteghini e la fiducia del pubblico.

È palese l’intento di fidelizzare, di scrivere sulla carta dei personaggi non funzionali solo alla storia ma con delle sfaccettature che possano renderli attraenti agli occhi degli spettatori, complici delle caratterizzazioni specifiche (ancora una volta, le battute salaci di Padre Amorth ma anche i suoi modi eccentrici e sopra le righe). Avery, Petroni e Spiliotopoulos partono dalla realtà per modificarla, filtrandola attraverso l’occhio di una macchina da presa patinato e interessato al mainstream, assemblando in modo caotico e visibilmente eclettico cliché e motivi ricorrenti, situazioni fisse scandite da jumpscare prevedibili che non regalano sussulti, ma catturano di sicuro l’attenzione dello spettatore per capire fino a che punto si spingerà la narrazione, quanto cercherà di riscrivere – in un’ottica complottista – molti dei segreti della storia vaticana e quanto, invece, proverà ad utilizzare l’arma della pop culture per reinterpretare molte delle colpe commesse nel corso dei secoli dalla struttura ecclesiastica, rivedendo l’essenza stessa del concetto di peccato.

Ed è proprio in quest’ottica che tutti sono nati peccatori, anche i santi (o i preti esorcisti): in quanto esseri umani, siamo soggetti ad incappare nell’errore, pentendoci successivamente delle nostre (cattive) azioni, sempre pronte ad insegnarci però una nuova lezione di vita. E c’è spazio per un perdono collettivo, che si allarga a macchia d’olio perfino agli orrori perpetuati dalla stessa Chiesa ai tempi della Santa Inquisizione, che ne L’esorcista del Papa si trasforma in una manifestazione della potenza demoniaca, pronta ad infiltrarsi nel cuore stesso del Vaticano e delle sue gerarchie.

Il pregio del film di Avery è comunque quello di creare un guazzabuglio godibile, una narrazione semplice e lineare che dosa i generi pensando solo ad un obiettivo: l’intrattenimento. Per quanto riguarda la credibilità o la verosimiglianza, il film sceglie scientemente di sacrificarle in nome della salvaguardia della sala e degli incassi, per offrire al pubblico uno spettacolo il più possibile appetibile e vicino ad una sensibilità odierna ormai abituata a determinati standard audiovisivi.

Guarda il trailer ufficiale de L’esorcista del Papa

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Con L’esorcista del Papa il tradizionale sottogenere horror trova nuova linfa vitale: il suo pregio, infatti, è quello di creare un guazzabuglio godibile, una narrazione semplice e lineare che dosa i generi pensando solo ad un obiettivo, ovvero l’intrattenimento. Per quanto riguarda la credibilità o la verosimiglianza, il film sceglie scientemente di sacrificarle in nome della salvaguardia della sala e degli incassi, per offrire al pubblico uno spettacolo il più possibile appetibile e vicino ad una sensibilità odierna ormai abituata a determinati standard audiovisivi.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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Con L’esorcista del Papa il tradizionale sottogenere horror trova nuova linfa vitale: il suo pregio, infatti, è quello di creare un guazzabuglio godibile, una narrazione semplice e lineare che dosa i generi pensando solo ad un obiettivo, ovvero l’intrattenimento. Per quanto riguarda la credibilità o la verosimiglianza, il film sceglie scientemente di sacrificarle in nome della salvaguardia della sala e degli incassi, per offrire al pubblico uno spettacolo il più possibile appetibile e vicino ad una sensibilità odierna ormai abituata a determinati standard audiovisivi.L’esorcista del Papa, recensione dell'horror con Russell Crowe