domenica, Ottobre 2, 2022
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Leatherface recensione del prequel di Non Aprite Quella Porta

È in arrivo nelle sale italiane Leatherface, l’atteso prequel di Non Aprite Quella Porta pronto ad arricchire con un nuovo capitolo – l’ottavo – l’universo creato dal compianto Tobe Hooper nel 1974, quando per la prima volta i sanguinosi e truculenti fatti di sangue della famiglia Sawyer si “affacciarono” sul grande schermo, terrorizzando semplici spettatori e amanti dell’horror.

La nuova (dis)avventura è improntata sulla genesi dell’inquietante Leatherface, l’assassino soprannominato – appunto – Faccia di Cuoio, l’imponente figura che vive in uno scantinato, aggredisce i malcapitati che capitano lungo la strada della sua disfunzionale famiglia con una motosega e trasforma i loro volti in maschere di pelle umana per coprire il suo vero volto.

Ormai il personaggio appartiene all’universo dell’immaginario pop a tinte horror, arrivando perfino ad influenzare una generazione di “mostri” e serial killer successivi all’uscita in sala del film di Hooper; ma qual è la storia che si nasconde dietro l’orrore? Qual è il vero volto dell’incubo, prima che fosse consacrato dalla mitologia popolare?

Leatherface è l’atteso prequel di Non Aprite Quella Porta, pronto ad arricchire con un nuovo capitolo l’universo creato dal compianto Tobe Hooper

Il duo di registi Alexandre Bustillo e Julien Maury prova a raccontarlo visivamente con questo film ambientato negli anni precedenti ai cruenti fatti narrati nell’originale, focalizzando l’attenzione su un gruppo di adolescenti evasi da un ospedale psichiatrico: Isaac, Jackson, Clarice, Bud e Lizzy, un’infermiera che hanno preso in ostaggio con loro durante la fuga, vagano per il Texas cercando di sfuggire all’implacabile sceriffo Hal Hartman (Stephen Dorff).

L’uomo cova da sempre il desiderio di vendicarsi dei giovani membri della famiglia Sawyer, abituati dalla madre Verna (Lili Taylor) a perpetuare il male assoluto verso il prossimo, fin da bambini: dopo la morte della giovane figlia, lo sceriffo aveva affidato uno dei tre giovani all’istituto dal quale sono evasi i ragazzi, e uno di loro potrebbe proprio essere il famoso Jed che anche Verna sta cercando, spasmodicamente, di riabbracciare.

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Leatherface: trailer italiano del prequel di Non Aprite Quella Porta

Leatherface si colloca in un universo convenzionato di personaggi, situazioni e cliché che appassionati e spettatori ben conoscono e sono abituati a vedere sullo schermo; nonostante tutto, riesce però a distaccarsi dalla lunga coda di sequel, prequel e remake nati a partire dal 1974: i registi, in base alle dichiarazioni rilasciate alla stampa, hanno cercato di realizzare un film con influenze provenienti dal Malick de La Rabbia Giovane e la Coppola de Il Giardino delle Vergini Suicide.

L’esito di questo esperimento/tentativo è un horror atipico, psicologico, pronto a creare un lungo – forse anche troppo – set up scavando nella contorta e pericolosa psicologia dei protagonisti: nessun personaggio è al sicuro e nessun personaggio è privo di ombre; si provano pietà, rabbia e orrore in egual misura verso tutti, ed è impossibile compiere una divisione manichea tra “buoni” e “cattivi”.

Questo valore aggiunto rende davvero Leatherface un horror dal sapore sperimentale, incapace però di portare fino in fondo questo precario equilibrio: nonostante il felice tentativo di bilanciare narrazione e orrore – affiancando delle sequenze gore decisamente fastidiose, che da un po’ di tempo latitavano dagli schermi del cinema di genere – il lungometraggio finisce per sciupare le proprie buone carte giocando una triste mano nel rush finale.

Un horror atipico, psicologico, pronto a creare un lungo – forse anche troppo – set up scavando nella contorta e pericolosa psicologia dei protagonisti

La tensione creata da Bustillo e Maury nella lunga premessa perde originalità e serietà, finendo per diventare semplicemente un medium per arrivare al vero nocciolo del film, ovvero la creazione ex novo del solito universo del franchise The Texas Chain Saw Massacre. Ricompaiono al completo i membri della famiglia Sawyer, ricompaiono gli inquietanti altarini d’ossa umane nascosti in casa, la carne macellata ostentata ovunque, fienili e scantinati nei quali nascondere figli mostruosi e schizzati.

Nemmeno la progressiva perdita di lucidità, umanità (ma soprattutto) innocenza di Jed viene approfondita, preferendo piuttosto una repentina trasformazione quasi carnevalesca, un tragico costume di Halloween indossato all’improvviso. 

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Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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