lunedì, Agosto 8, 2022
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Le voci sole, recensione del film con Giovanni Storti

La recensione de Le voci sole, esordio al lungometraggio dei registi Andrea Brusa e Marco Scotuzzi, con protagonista Giovanni Storti. Il 4, 5 e 6 luglio al cinema.

Trionfa il mito della comunità e l’uomo si sente solo, perché nessuno è più solo dell’uomo sperduto della folla La solitudine dei padri e delle madri è diventata la solitudine dei figli e la loro angosciosa frenesia”. Così recitava il commento fuori campo de La rabbia di Pasolini e Guareschi, mentre sullo schermo, fra ancheggiamenti di Coccinelle e stregoneschi lampi di shake, volavano schegge di un Belpaese unto col grasso del miracolo economico. Sei decadi sono trascorse da allora e “Le voci sole” – così si intitola anche un piccolo, interessante film, fruibile in sala con ‘Medusa’ per soli tre giorni: non perdetelo! – sono cresciute in volume e numero: dieci, cento, mille, vicine o lontane, sono le voci di tutti, ciascuna implorante attenzione, ora facendo ‘ciao’ con la manina, ora spettegolando, ora modulando semplicemente un volgare fischio. Lottando, fallendo, talvolta “orinando fuori del vaso”. Che importa? Scatti, invidie, pensieri… vengono regolarmente condivisi in Rete e il tempo pare fermarsi. Se queste piccolissime “orme” potranno mai avere un significato per le generazioni future, sarà questo: io c’ero, ho amato e odiato, e qualcuno a questo mondo mi ha voluto abbastanza bene da confermarlo con un “mi piace”.

Da queste poche righe si intuiscono le ambizioni del primo lungometraggio di Andrea Brusa e Marco Scotuzzi, presentato alla 68ª edizione del Taormina Film Fest: tradurre in suoni e immagini, sovente ipnotici, la solitudine nel mondo occidentale all’indomani della pandemia, la desolazione ambientale dei nostri “hard times” certo più aggressivi di quelli descritti da Dickens, la differenza sempre meno avvertibile, in epoca di piattaforme digitali, repentina notorietà e sedicenti mentori della “web economy”, tra essere reale e senso irreale. Ambizioni che investono perfino i titoli di testa i quali, cripticamente, omaggiano il prologo de La caduta degli dei di Visconti: la stessa accecante fornace, le stesse scorie di ferro fuso; tristi, opprimenti connotati di un “Inferno terreno” che smembra gli storici gruppi industriali a micro-attività commerciali, indefinibili, incostanti, non meno coercitive; non siamo più però nella Germania del ‘33 bensì nell’odierna Polonia, unico paese dove Nanni (Giovanni Storti), chiusa la ditta siderurgica presso la quale lavorava in Italia, ha trovato (e conserva) un posto da manovratore di gru. Non c’è finestra Skype che resista all’ansia della moglie Rita (Alessandra Faiella): il tuo inglese è buono? Hai legato con nuovi colleghi? Mangi a dovere o ti accontenti di pasti frugali? Restiamo un altro poco insieme? Buffi litigi, teneri screzi di una coppia affiatata che, immortalati dal figlio adolescente (Davide Calgaro) e pubblicati su YouTube, riscuotono un enorme, inatteso successo. In tanti si identificano e interagiscono, le migliori marche alimentari e di elettrodomestici si fanno avanti con buone somme, programmi tv e radiofonici sgomitano per un’intervista…Perché non approfittarne? Ciò sta accadendo a Rita e Nanni: potrebbe capitare a chiunque. Cosa faremmo al posto loro? Attenzione, “On n’échappe pas de la machine” scriveva Deleuze…

La coppia di registi conferma la coerenza etica e la forma che, due anni fa, impreziosirono Il muro bianco, cortometraggio d’inchiesta sul risanamento degli edifici pubblici dall’amianto: di esso ritornano il garbo e la capacità di narrare un’ispida realtà del giorno d’oggi con la limpidezza di una fiaba, andando però oltre la nuda cronaca per riflettere, una volta ancora (e, nel caso in esame, mediante ritmi più dilatati), sul delicato rapporto tra ingenuità e conoscenza (nel primo lavoro un’insegnante di scuola media chiamava l’amianto un “fantasma irascibile”, invitando gli alunni a disegnare in silenzio per non svegliarlo dal suo nascondiglio nelle intercapedini, qui assistiamo invece a una sorta di rilettura “a cristalli liquidi” dei cinque fagioli magici di Giacomino solo che la Pianta della Ricchezza appassirà presto nelle inesperte mani dei nostri protagonisti) e, non ultimo, sul subdolo e spesso ineludibile legame fra adattabilità e controllo sociale («Da oggi ci saranno nuove regole. Sembreranno strane ma è importante che le rispettiate» ammoniva sempre la maestra del corto e così le due “voci”, Rita e Nanni, obbediscono, anche se non se ne capacitano, a regole identiche, a identici “padroni”, raccontandosi di fare la cosa giusta, per un maggior bene, con «amore e sudore», fortunato motto d’ordine dei video registrati dalla coppia).

Null’altro, dunque, che un universo di “carceri” (nel film fa capolino, in più passaggi, un acquario), quello che Brusa e Scotuzzi osservano. Di biechi spettri sonnecchianti, avanzi, rovine, mostri metallici (efficaci, a riguardo, le scenografie di Serena Bosone e la ricerca luministica di Marcello Merletto) e il magma ribollente di una “Nuova Preistoria” che, inutile girarci intorno, soltanto una Rivoluzione – estetica, emozionale, amorosa, in una parola “umana”, prima che politica – potrebbe scongiurare. Flebile speranza, danzante nell’aria della fonderia di Nanni assieme alle note di “Hej, Sokoły” (canto popolare polacco intonato dai Pikkardijs’ka Tercja). A tutto ciò si aggiunge una curiosa riflessione sull’universo della Rete (e, forse, lo stesso mondo reale) equiparato, in toni neanche troppo velati, ad un Cinematografo “a cielo aperto”: slegato, più vivo che mai, senza limiti nel bene come nel male, “gioco” e fardello («Non siete più voi, siete quello che la gente si aspetta da voi» ripete il figlio ai genitori al pari di un consulente d’immagine verso i propri “divi”), “rito” e trucco, farsa e sottile dramma mischiati, similmente ai siparietti filmici delle origini («Le torte in faccia fanno ancora ridere?» si chiede attonito Nanni alla notizia di un ‘debunker’ che ha umiliato il presidente americano a quel modo).

Le voci sole patisce, se vogliamo, un unico (ma tutt’altro che lieve) vizio. Aldilà della sincera partecipazione dei tre interpreti, lo spettatore non riesce mai a “toccare con mano” l’autenticità dei loro caratteri: essi rimangono fondamentalmente “idee”, visioni del mondo emblematizzate, da diffondere o “confutare” quasi fossero figure di un “video-catechismo” laico, didatticamente predisposte, impostate anche quando dovrebbero lasciar trapelare spontanee debolezze e vulnerabilità. Brusa e Scotuzzi devono ancora recidere il “cordone ombelicale” del cortometraggio, della vincolante correttezza del “compito a casa”, dell’assillo della dimostrazione a breve termine. Quando lo faranno potremmo arrischiarci ad annunciare (e, in fondo, già se lo augura il produttore Luca Barbareschi) l’ingresso di due paia di intensi e penetranti occhi nel giovane cinema italiano.

Da segnalare, infine, la presenza “invisibile” della taorminese Federica Cacciola, ormai lanciatissima attrice di teatro, nei panni di una melliflua dj: sirena dal canto artificiale, oracolo rosa dell’etere che dice e non dice, nulla la smuove, minacce o preghiere, se tu non la ami sarà lei ad amarti e quando accadrà… guardati le spalle! Per un confronto, si consigliano Io so che tu sai che io so di Alberto Sordi, One Hour Photo di Mark Romanek e The Circle di James Ponsoldt.

Guarda il trailer ufficiale de Le voci sole

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Felice passaggio dal corto al lungometraggio di Andrea Brusa e Marco Scotuzzi. Le voci sole sono quelle di tutti, noi compresi, ciascuna implorante attenzione, consenso, illusione d’affetto. Qualunque cosa pur di fermare il tempo. Pesano forse i toni impostati e una certa rigidità didattica ma suoni e immagini, sovente ipnotici, confermano un altro sensibile sguardo lanciato dal giovane cinema italiano sull’effimera, complessa realtà di oggi.
Giordano Giannini
Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

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Le voci sole, recensione del film con Giovanni StortiFelice passaggio dal corto al lungometraggio di Andrea Brusa e Marco Scotuzzi. Le voci sole sono quelle di tutti, noi compresi, ciascuna implorante attenzione, consenso, illusione d’affetto. Qualunque cosa pur di fermare il tempo. Pesano forse i toni impostati e una certa rigidità didattica ma suoni e immagini, sovente ipnotici, confermano un altro sensibile sguardo lanciato dal giovane cinema italiano sull’effimera, complessa realtà di oggi.