Forse Mike White un giorno vedrà Le cose non dette e deciderà di ambientare una delle prossime stagioni di The White Lotus sulle coste mozzafiato e tra le caotiche piazze di Tangeri, in Marocco. Sì, perché l’ultima fatica di Gabriele Muccino sembra proprio ricalcare alcuni dei tratti tipici della pluripremiata serie HBO, quella che più di tutte negli ultimi anni (insieme a Succession) ha messo in luce tutte le ipocrisie della classe dirigente, rendendo i ricchi ancora più insopportabili, moralmente ed emotivamente aridi e grotteschi di quanto già non apparissero prima.
The White Lotus, ma a Tangeri
Anche i personaggi di Le cose non dette rispecchiano molte di queste caratteristiche, per quanto non siano stravaganti miliardari in un hotel di lusso che passano il tempo a farsi fare massaggi e trattamenti di bellezza a bordo piscina. Semmai la critica di Muccino si sposta sul fronte degli intellettuali, dei filosofi, degli scrittori, che millantano altissimi valori morali e si esprimono tramite massime immortali (scomodando Calvino e Kierkegaard, tra gli altri), per poi ritrovarsi nel mondo reale e cadere sempre più in basso.
Della serie di Mike White restano le conversazioni al ristorante che celano molteplici significati, restano gli eccessi di passione, i rapporti di coppia irrimediabilmente incrinati, gli inganni, i sotterfugi, le catastrofiche gite in barca, e resta perfino l’inizio in medias res, dove capiamo che un evento tragico è avvenuto e che il film ci rivelerà gradualmente le cause che lo hanno provocato. Eppure, se The White Lotus ha fatto della commistione tra l’eleganza (di scrittura e messa in scena) e il grottesco (delle situazioni, dei personaggi) il proprio marchio di fabbrica, a Muccino manca del tutto la prima – forse trovata solo vent’anni fa con La ricerca della felicità – e fa emergere il secondo nei momenti sbagliati, tanto che più che ribrezzo si prova solo a soffocare (più di) una risata.

Tradimenti, passioni, menzogne
Forse anche noi siamo partiti un po’ troppo in medias res, perciò facciamo un passo indietro. Tangeri, dicevamo. La città marocchina diventa la meta scelta da Carlo (Stefano Accorsi) ed Elisa (Miriam Leone), sposati da vent’anni, per una vacanza insieme alla coppia di amici Paolo (Claudio Santamaria) e Anna (Carolina Crescentini). Mentre questi ultimi hanno una figlia (Vittoria, interpretata da Margherita Pantaleo), Carlo ed Elisa non sono mai riusciti ad averne uno, nonostante i numerosi tentativi, e la cosa ha iniziato a corrodere silenziosamente la loro relazione.
Carlo, docente di filosofia morale (!) alla Sapienza afflitto dal blocco dello scrittore, cede così alle avance di una sua studentessa, Blu (Beatrice Savignani). Con una mossa ai limiti dello stalking, la ragazza lo segue a sua insaputa in Marocco, rischiando di mettere a repentaglio tutta la tela di menzogne e cose non dette attentamente tessuta dal professore. Nel frattempo, l’ignara Elisa cerca nuove ispirazioni per i suoi articoli e gli altrettanto ignari Paolo e Anna sono sempre più infelici insieme: a subirne le conseguenze, ovviamente, sarà la (quasi) adolescente Vittoria, in piena tempesta ormonale.

Muccino alla massima potenza, nel bene e nel male
Le cose non dette è tratto dal romanzo “Siracusa” (della scrittrice statunitense Delia Ephron, co-sceneggiatrice del film), che però si svolgeva, appunto, nella città siciliana del titolo. Forse perché Muccino aveva già ambientato il dimenticabile e tronfio Fino alla fine a Palermo, o magari semplicemente perché la nazionalità dei protagonisti non era più americana ma italiana, il regista decide di spostare le vicende in una località più esotica, seppur mediterranea.
Non che serva davvero alla storia, visto che la Tangeri appare viva solo in superficie e pare quasi che i personaggi la “divorino” con i loro drammi, le loro sfuriate e le loro ossessioni. E il cinema di Muccino a sua volta divora – con il solito uso virtuosistico della macchina da presa, la solita esuberanza stilistica e la solita recitazione caricata – le premesse interessanti di un thriller morboso e frenetico, dove le figure maschili sono pedinate incessantemente dal cineasta e trattate con un occhio di riguardo, nonostante le nefandezze che compiono, mentre quelle femminili sono meschine, psicopatiche o semplicemente ingenue. Il ritmo è alto, i dialoghi meno, nonostante la furia citazionista: è Muccino alla massima potenza, piaccia o non piaccia.
Se non altro, almeno rispetto a Fino alla fine, qui gli interpreti – dai feticci Accorsi, Crescentini e Santamaria a Miriam Leone (alla prima collaborazione con Muccino) e, soprattutto, le sorprendenti Savignani e Pantaleo – sono decisamente più bravi a mitigare in parte le urla e gli eccessi voluti dal regista romano. E il finale, macabro e assolutamente cinico (un po’ alla Ozark, se vogliamo) regge l’urto della credibilità, per quanto facilmente prevedibile. Dunque, Mike White: a quando rotta verso Tangeri?


