È una storia vera quella che racconta nel suo dramma storico Silvio Soldini, interpretato da Elisa Schlott e Max Riemelt. Presentato in anteprima al Bif&st – Bari International Film Festival, Le assaggiatrici arriva per raccontarci qualcosa sulla Seconda Guerra Mondiale che ancora non sapevamo. Una vicenda ispirata ai racconti di Margot Wölk, che a 95 anni nel 2012 decise di condividere il suo segreto per la prima volta: insieme ad altre 14 ragazze “sane e tedesche”, faceva parte di una organizzazione con dinamiche scioccanti.
Il Führer, terrorizzato dall’idea di essere avvelenato, aveva mandato le SS a reclutare delle cavie che potessero escludere questa possibilità, assaggiando tutti i piatti destinati a lui prima di ogni pasto. Le giovani donne venivano pagate bene e nutrite di gusto, mentre il paese soffriva la fame. Un privilegio che ogni giorno poteva costare loro la vita.
Un cambio di prospettiva
Le assaggiatrici offre un punto di vista femminile del tutto inedito, un cambio di prospettiva su una guerra che non ha risparmiato sofferenze a nessuno. Una sfida quella di Silvio Soldini che per la prima volta dirige impeccabilmente un film d’epoca, per la seconda volta un film in un’altra lingua. Dopo Brucio nel vento del 2002, pellicola girata in lingua ceca ispirata al romanzo “Ieri” di Ágota Kristóf, il regista decide infatti di cimentarsi in una nuova impresa girando in lingua tedesca. Un esperimento perfettamente riuscito, il suo, a livello di messa in scena e credibilità.
Le assaggiatrici, infatti, è un film che cattura l’empatia dello spettatore dall’inizio alla fine, calandolo nei panni della protagonista Rosa Sauer (Schlott) e nella sua quotidianità del 1943. Una semplice vita che va avanti in pochi spazi, che diventano sempre più stretti con l’avanzare della storia e delle cose che le accadono intorno, fino a stringerla in una prigione immaginaria da cui poter solo voler scappare. Una storia in cui convivono alleanze e tradimenti, rinuncia e rivalsa, passione e disprezzo. L’ottimo ritmo spezza bene il dramma e ci conduce insieme a Rosa alla sua fuga verso la libertà.

Unite nella solitudine, unite nella paura
1943. Scappa da una Berlino sotto le bombe la berlinese Rosa Sauer (Elisa Schlott) per rifugiarsi nel paesino di provenienza di suo marito Gregor, ospitata dai suoi suoceri, per aspettarlo di ritorno dalla guerra. La guerra lì è di sottofondo, è come una presenza oscura che si sente e non si vede, ma prima o poi ti trova e finisce per distruggerti la vita, qualunque sia la parte da cui stai. Un giorno, infatti, arrivano le SS a rapire Rosa. La buttano in un camioncino insieme ad altre donne e così nasce il gruppo delle “assaggiatrici”: Elfriede (Alma Hasun), Leni (Emma Falck), Heike (Olga Von Luckwald), Ulla (Berit Vander), Sabine (Kriemhild Hamann), Augustine (Thea Rasche) e Rosa, unite da un incarico importante quanto rischioso.
Chi vedova, chi zitella, chi in attesa del marito al fronte: tutte quante sono sole. Unite nella solitudine, unite nella paura, unite su un’altalena che oscilla tra la necessità di essere forti e un folle bisogno d’amore. Questa condizione permette loro di stringere rapporti profondi, aiutarsi nel momento del bisogno anche a costo di rischiare la propria stessa vita, stare insieme fino alla fine, in particolare Rosa ed Elfriede che costruiscono un rapporto speciale. Fino a che anche al quartier generale di Hitler, la Tana del lupo, arriva la guerra.
Deboli dalla parte dei forti
La questione più interessante su cui ci invita a riflettere Le assaggiatrici, è quella della colpevolezza. Si possono davvero ritenere colpevoli le giovani donne ritratte nel film di aver in qualche modo parteggiato per Hitler? Si può davvero ritenere colpevole il soldato di cui si invaghisce Rosa, Albert Ziegler (Max Riemelt), per aver sparato a donne e bambini? Dove si colloca di preciso il limite tra sopravvivenza e complicità, sono le intenzioni oppure i fatti a determinare chi siamo e da che parte stiamo? Un punto di svolta nel film è quello in cui Albert rivela a Rosa tutti i suoi misfatti in guerra e lei immediatamente lo ripudia. Come se per la prima volta, Rosa avesse davvero guardato in faccia la guerra e abbia capito da che parte sta rischiando di finire.
Si riscatterà poi proteggendo Elfriede, la sua amica che nasconde un piccolo segreto, ma se è vero che la guerra ti insegue ovunque, forse nemmeno questo basterà. Una trama lineare ma piena di punti di svolta, costruita sui segreti e le debolezze di personaggi in seria difficoltà ad affrontare il periodo storico e i ruoli che si trovano a dover rispettare. Il senso di colpa aleggia nell’aria e per un momento ci mette dalla parte di chi stava con “i cattivi”, in questo film che parla di deboli dalla parte dei forti.

Il tempo cambia sempre le cose
Morire o rischiare di morire ogni giorno? È chiaro che, se l’alternativa è la morte certa, chiunque sceglierebbe di rischiare. Per tutto il film i pasti si svolgono allo stesso tavolo, l’atmosfera della sala da pranzo però cambia notevolmente nel corso della storia. All’inizio affamate, poi obbedienti, infine terrorizzate, le assaggiatrici alla fine del film non chiacchierano più. Allo stesso modo restano uguali i luoghi della vita di Rosa, ma le vicende ci portano a percepirli in maniera differente: la sua stanza, dove all’inizio leggeva le lettere di Gregor piena di amore e speranza, diventa una tana da cui uscire solo a forza la mattina o stanata dalla luce di una torcia durante la notte. Il fienile, inizialmente luogo dove si consuma una relazione passionale, finisce per essere il nascondiglio di una fuggiasca. La casa dei suoceri, all’inizio un rifugio sicuro, alla fine sarà un altro luogo da cui scappare.
Da notare un riferimento piuttosto evidente al dipinto “I mangiatori di patate” per quanto riguarda la luce e il quadro che si crea durante i pasti nella cucina dei suoceri. Magistrale la ricostruzione di questi luoghi antichi e dalle atmosfere buie che si alternano soltanto alle inquadrature pulite e luminose che segnano il passaggio delle stagioni, come a suggerire che finché si è in guerra non c’è via di fuga ma il tempo cambia sempre le cose.
Un privilegio molto caro
Le assaggiatrici entra nelle vite di queste donne senza porsi limiti di privacy, condividendo con noi ogni momento senza distinzione (ma sempre con rispetto) per assicurarsi che il loro punto di vista ci sia chiaro. Non vittimizzate, non glorificate, ma estremamente umanizzate: questa è la tattica che adotta Soldini per far sì di poter parlare ad un pubblico più vasto possibile. Perché come ogni risvolto della guerra, questa vicenda non dev’essere dimenticata, queste cose non devono più succedere e l’unico modo per trasmettere questo messaggio con una pellicola è permettere a qualunque spettatore di empatizzare con i protagonisti e le protagoniste.
E quale miglior modo se non quello di mostrarci così da vicino la battaglia interiore delle protagoniste, costrette a combattere una guerra per la sopravvivenza fatta di portate e formalità, in cui bisogna aspettare composte per un’ora di vedere se si sopravvive o si stramazza al suolo rigettando il cibo, in cui non è permesso avanzare un briciolo di quelle squisitezze possibilmente letali ma si deve ringraziare per il privilegio che a molti non è stato concesso. Un po’ Salò e un po’ La grande abbuffata, vederle obbligate a mangiare evidenzia tutto il sadismo e la nausea della guerra, che non lascia scelta e non lascia scampo.

Ricerca del proprio destino in mezzo alle macerie
“Il libro racconta la guerra dal punto di vista delle donne, che restano a casa (…) ma che in questo caso fanno parte a loro volta di un piccolo esercito. Un esercito senza armi se non il proprio corpo. Come soldati sono costrette a sacrificare la propria esistenza per una causa più grande: il Terzo Reich”. Queste le parole della scrittrice Rosella Postorino del libro da cui Soldini, insieme a Cristina Comencini, Giulia Calenda, Ilaria Macchia, Doriana Leondeff e Lucio Ricca, trae questa coproduzione Italia-Belgio-Svizzera.
Prodotto infatti da Lumière & Co. in coproduzione con Tarantula e Tellfilm, Vision Distribution, Ministero della Cultura, Regione Lazio, IDM Südtirol – Alto Adige Film Fund e Sky Cinema, questo film è stato girato prevalentemente nella provincia di Bolzano: Basis Vinschgau Venosta è la location principale del film e si trova a Silandro, ai piedi del monte Sole e al centro della Val Venosta.
Una storia di confine girata vicino ad un confine, quello Italo-Austriaco, per raccontare una questione di appartenenza ad un territorio e di fuga da esso, di ricerca della propria casa e del proprio destino in mezzo alle macerie, ma anche di superamento dei propri limiti e di ogni barriera, nel nome della vita.


