Lazzaro Felice è il nuovo film scritto e diretto da Alice Rohrwacher, talento nostrano amato soprattutto nei circuiti festivalieri d’oltralpe, come dimostra la vittoria del premio per la Miglior Sceneggiatura durante l’ultima edizione del Festival di Cannes.
La Rohrwacher, dopo il successo del precedente film Le Meraviglie, torna ad affrontare quei territori già battuti dalla sua filmografia – a partire dal primissimo film Corpo Celeste – ma accentuandone aspetti ed effetti, estetizzando le premesse e radicalizzando le conseguenze.
Lazzaro Felice è una fiaba moderna che vede protagonista Lazzaro (Adriano Tardiolo), un giovanissimo contadino quasi ventenne dall’animo talmente candido che rischia, costantemente, di sembrare un po’ stupido. Il giovane stringe amicizia con Tancredi (Luca Chikovani), il figlio adolescente della perfida Marchese (Nicoletta Braschi) che amministra le loro terre.
Tanto Lazzaro è innocente, tanto Tancredi è viziato e truffaldino; ma nonostante le differenze, tra i due nasce una splendida amicizia disinteressata e pura. Un’amicizia talmente forte, luminosa e giovane che sarà capace di valicare i confini dello spazio e del tempo, superando le conseguenze dirompenti provocate dalla fine di un Grande Inganno che spingeranno Lazzaro ad andare nel cuore dell’enorme e sconosciuta città pur di ritrovare Tancredi.
Lazzaro Felice recensione del nuovo film di Alice Rohrwacher
Lazzaro Felice (qui il trailer ufficiale) vede di nuovo riunite, sul grande schermo, le sorelle Rohrwacher – Alice e Alba – con la seconda nei panni della giovanissima mamma Antonia cresciuta; una coppia di sorelle insolita per il nostro cinema, che è riuscita ad arricchire con un elemento finora alquanto sconosciuto: il realismo magico.
Quest’ultimo approccio, capace di contaminare felicemente il reale con elementi rubati al fantastico e al soprannaturale, è di solito ad appannaggio della narrativa – quanto della cinematografia – sudamericani; solo le Rohrwacher (e in particolare Alice) riescono a restituirlo al cinema nostrano, adattandolo alle esigenze di una cinematografia così complessa e stratificata.
Bilanciando realtà e soprannaturale/misterico, la Rohrwacher racconta con gli occhi incantanti della fiaba i cambiamenti travolgenti del Belpaese negli ultimi sessant’anni; il risultato è un’atipica agiografia laica di un santo probabile e credibile, Lazzaro.
Con un nome così impegnativo a vegliare sul proprio destino, il Lazzaro della Rohrwacher non può che emulare indirettamente quello biblico stravolgendo gli abituali concetti di spazio-tempo ai quali siamo abituati; e lo fa con il candore dei “lazzari”, dei “lazzaroni” napoletani ultimi tra gli ultimi, quegli shlemiel che accomunano la tradizione cattolica con quella ebraica, i vessati dal destino amati però da Dio.
Lazzaro è un santo moderno senza aureola, felice semplicemente nel vedere la gente felice, anche grazie al proprio operato; per questo motivo si concede sempre senza chiedere niente in cambio, distinguendosi da coloro che gli stanno intorno, tutti quei personaggi che si muovono sulla scena della vita e che finiranno insoddisfatti dei regali concessi dall’esistenza stessa.
A prestare il volto a Lazzaro è il giovanissimo Adriano Tardiolo, fisicità perfetta e lineamenti da santino votivo; la Rohrwacher fa sentire la propria voce giocando con i confini (sempre spazio-temporali) e con i limiti stessi. Sovverte, cambia, stravolge, trasforma tutto attraverso un’ottica personalissima che plasma la realtà, vedendola come una sorta di fiaba simbolica dove ognuno può riscoprire un frammento di se stesso nascosto.
Lazzaro Felice è un esempio riuscito di come si possa coniugare l’istinto autoriale veicolandolo attraverso il linguaggio di un – pur se personalissimo – genere, riflettendo sulla storia del proprio paese senza mai scadere nella retorica o nel qualunquismo.