mercoledì, Maggio 19, 2021
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L’apparenza delle cose, recensione del film con Amanda Seyfried

La recensione de L'apparenza delle cose, thriller/horror con Amanda Seyfried, basato sul romanzo di Elizabeth Brundage. Dal 29 aprile su Netflix.

L’apparenza delle cose (Things Heard & Seen in originale) è il titolo dell’ultima fatica dei registi Shari Springer Berman e Robert Pulcini, che all’interno dei circuito indipendente americano hanno forse intrapreso uno dei percorsi artistici più insoliti di sempre: dagli esordi con il genere documentaristico al primo lungometraggio di stampo biografico, Berman e Pulcini vengono ancora oggi ricordati per aver realizzato essenzialmente commedie (la più celebre delle quali, Il diario di una tata con Scarlett Johansson, risale al 2007).

Dopo alcune brevi incuriosi nel dramma, la coppia si cimenta per l’ennesima volta con un nuovo genere, il thriller/horror, partendo dal romanzo “All Things Cease to Appear” di Elizabeth Brundage e occupandosi direttamente non soltanto della regia, ma anche della sceneggiatura (come del resto avevano già fatto in passato, con quasi tutti i loro lavori precedenti). Prima che lo spettatore si addentri nella visione de L’apparenza delle cose, è opportuno chiarire che il film attinge a piene mani non soltanto da un’eredità ben precisa (quella dell’horror, naturalmente), ma anche da altrettanti mondi da cui la stessa macchina cinema ha più e più volte tratto ispirazione: la letteratura e l’arte. L’apparenza delle cose, infatti, si diverte a mescolare la narrativa squisitamente cinematografica con principi e nozioni che si rifanno tanto all’opera del filosofo svedese Emanuel Swedenborg (considerato il precursore dello spiritismo) quanto a quella del pittore statunitense George Inness, i cui dipinti (era celebre per i suoi paesaggi) vennero influenzati proprio dalla dottrina del mistico e teologo.

Complice il materiale originale di partenza, L’apparenza delle cose appare fin da subito come un progetto fortemente ambizioso che purtroppo Berman e Pulcini, nonostante l’innegabile maestria che contraddistingue il loro stile registico, non sembrano essere in grado di maneggiare alla perfezione. Il film cerca a tutti i costi di prendere le distanze da alcuni tipici cliché legati ai thriller/horror che raccontato di case infestate abitate da personaggi femminili che, in maniera del tutto inconsapevole, si ritrovano vittime all’interno di un’intricata “morsa del ragno”, orchestrata nella maggior parte dei casi dai loro mariti, compagni o fidanzati (basti pensare a capisaldi come Angoscia di George Cukor o Rosemary’s Baby di Roman Polanski, ma anche ad esempi più o meno recenti – e comunque validissimi – come Le verità nascoste di Robert Zemeckis e Madre! di Darren Aronofsky).

L’apparenza delle cose riesce, in parte, ad aggirare tutta una serie di stereotipi, soprattutto nella prima parte, dove si palesa agli occhi dello spettatore come un racconto affascinante e misterioso, decisamente intrigante e dalle ottime premesse. Il film ci pone di fronte ad un set up abbastanza classico – che lo spettatore avvezzo al genere ha sicuramente già sperimentato – che prova, tuttavia, a dipanarsi lunghi sentieri all’apparenza poco battuti. D’altronde, è uno dei personaggi del film stesso a dichiarare che: “Le case infestate possono essere una benedizione”. Ciò si rivelerà quanto mai vero per la protagonista, Catherine (interpretata da un convincente Amanda Seyfried, reduce dal successo di Mank di David Fincher), che proprio grazie agli strani fenomeni che iniziano a verificarsi nella sua nuova abitazione (la donna si è trasferita insieme al marito e alla figlia da New York in un paesino della Hudson Valley), vedrà la sua vita di coppia deteriorarsi, riuscendo a comprendere la vera natura di chi le sta intorno.

L’apparenza delle cose si apre con un assunto formulato da Swedenborg: “Ogni cosa nel mondo naturale ha una corrispondenza nel regno spirituale”, a voler in qualche modo anticipare la portata comunque ingombrante delle tematiche che il film si troverà volente o nolente a dover sviscerare. E in effetti, è proprio nella sceneggiatura che risiede il vero grande problema del film. Come abbiamo detto poc’anzi, se nella prima parte del film la storia sembra ingranare grazie anche all’occhio meccanico di Berman e Pulcini, che non disdegna alcuni guizzi (come l’impiego del piano sequenza o del campo totale), rivelandosi molto abile nel ricreare la giusta atmosfera, nella seconda parte i ritmi cadenzati e calibrati dell’inizio – che sembrano presagire una struttura narrativa tanto portentosa quando inattaccabile – lasciano spazio ad un concatenarsi di eventi fin troppo concitato che diventa a mano a mano sempre più macchinoso. I due registi non sembrano essere più in grado di genere suspense: i personaggi sono ormai in balia del loro destino e la storia si arena a causa di snodi narrativi sempre meno credibili.

In definitiva, è sicuramente lodevole lo sforzo di Shari Springer Berman e Robert Pulcini di provare ad incutere grande spavento evitando qualsiasi tipo di espediente tipico del genere e fin troppo abusato (dall’impiego del jumpascare all’utilizzo di un montaggio particolarmente serrato), ma la verità è che non riescono mai a destreggiare con profonda accuratezza la natura fortemente dualistica del romanzo originale. L’apparenza delle cose avrebbe potuto essere uno straordinario thriller carico di suggestioni e di spunti di riflessione. Purtroppo, l’idea alla base del film (ossia che la morte è come un ponte tra il mondo fisico e quello spirituale) viene solo impostata e mai realmente approfondita, vittima di una scrittura fin troppo sconclusionata, che palesa tutte le sue ingenuità e mancanze soprattutto nel discutibilissimo finale.

Guarda il trailer ufficiale de L’apparenza delle cose

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Complice il materiale originale di partenza, L'apparenza delle cose appare fin da subito come un progetto fortemente ambizioso che purtroppo Shari Springer Berman e Robert Pulcini, nonostante l'innegabile maestria che contraddistingue il loro stile registico, non sembrano essere in grado di maneggiare alla perfezione.
Stefano Terracina
Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)

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