L’Amore a Domicilio, recensione del film con Miriam Leone e Simone Liberati

scritto da: Ludovica Ottaviani

L’Amore a Domicilio è il secondo film dello sceneggiatore Emiliano Corapi, che torna dietro la macchina da presa dopo il successo del thriller Sulla Strada di Casa datato 2012. In questa seconda prova da regista Corapi opta però per una commedia, sempre con venature di genere e sfumature drammatiche che ne amplificano l’intensità emotiva, affidata alle prove attoriali di tanti bravi caratteristi (Fabrizio Rongione, Anna Ferruzzo, Antonio Milo, Valeria Perri, Eleonora Russo, Renato Marchetti e Luciano Scarpa) ma soprattutto dei due protagonisti Miriam Leone (che attendiamo nei panni di Eva Kant nel prossimo adattamento di Diabolik, accanto a Luca Marinelli) e Simone Liberati. Il film, colpito purtroppo sempre dalla scia del COVID-19, è disponibile direttamente in streaming su Amazon Prime Video dal 10 giugno.

Sentimentalmente pavido, Renato (Liberati) si è sempre tenuto lontano da relazioni che lo coinvolgessero davvero. Ma quando scopre che Anna (Leone), conosciuta per caso, è reclusa agli arresti domiciliari, decide di lasciarsi andare ai sentimenti sempre temuti. In quella casa, dove è l’unico uomo, è convinto di poter controllare la situazione. In amore, però, non esistono vie sicure e ben presto la situazione si complica…

In Italia abbiamo sempre avuto una bipolare inclinazione per due generi: la commedia – definita, appunto, all’Italiana non a caso – e i generi, declinati attraverso il poliziottesco, l’horror, il western, il thriller etc. È arrivata fino ad oggi la tendenza a creare commistioni, mescolando tra loro influenze diverse e finendo per realizzare prodotti atipici e “non allineati” che finiscono per non corrispondere ai canoni convenzionali. Anche L’Amore a Domicilio prova a rientrare in questo macro-gruppo, ma il risultato è altalenante e confuso, smarrito nella ricerca di un centro di gravità perduto.

La commedia cerca di superare i propri limiti – sempre di genere – contaminandosi con il crime, ma tutto appare disorganico e caotico: né si ride fino in fondo, né si sente l’adrenalina (fino in fondo); tutto è ben lontano dal sondare il cuore delle sensazioni alzando la posta in gioco che rimane sempre sospesa in superficie. I conflitti interiori vissuti dai personaggi, a loro volta, non riescono a creare un transfert con lo spettatore che si ritrova così ad osservare – mentre si muovono sulla scena come pedine impazzite – esseri umani che sembrano mossi da impulsi casuali, icone fisse riconducibili a stereotipi (la femme fatale, l’ingenuo, il criminale grottesco, il marito afflitto etc.) che funzionano nel complesso drammaturgico, ma tradiscono le aspettative.

L’incapacità di cambiare da parte dei personaggi; il rischio che corrono nell’apparire come macchiette prevedibili e figlie della penna di uno sceneggiatore e non della vita; la mancanza di un coerente arco narrativo di trasformazione e un’evoluzione sfumata si trasformano in materia effimera, rendendo il film – che rimane comunque una piacevolissima visione – in un guilty pleasure lontano però da qualunque alta aspettativa, incapace di elaborare la complessità degli argomenti presenti nel background. In realtà i limiti mostrati da L’Amore a Domicilio sono però gli stessi che accomunano una buona parte del nostro cinema italiano più recente: la commedia diventa così il passepartout, il linguaggio da utilizzare per comunicare al grande pubblico la propria rielaborazione della realtà, perdendo di vista la forza dirompente che spesso attraversa questo genere soprattutto quando si annida nella potenza lapidaria di una battuta.

L’Amore a Domicilio cerca di raccontare l’amore travolgente e la paura d’amare; la vita di un ometto ordinario, “pigro” – perché spaventato dall’imprevedibilità delle situazioni – viene stravolta dall’incontro del tutto casuale con una donna pericolosa, fatale e disallineata dal politicamente corretto che lo farà capitolare. L’eterno archetipo alla base di tanto cinema anni ’80 (Qualcosa di Travolgente; Cercasi Susan Disperatamente) torna di nuovo alla ribalta in una chiave tutta italiana regalando una freschezza inedita all’odierno panorama, raccontando comunque una storia non così scontata che cerca di narrare l’invisibile – sia agli occhi che alla ragione – ma che risiede nel cuore ed è ben più prezioso di tutto l’oro del mondo.

Guarda il trailer ufficiale de L’Amore a Domicilio

Ludovica Ottaviani

Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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