Ci sono il personale, il collettivo, gli interessi che schiacciano con il potere economico e quelli che lo fanno con il potere dei proiettili. Ci sono il bene, il male. Poi zone di mezzo sgranate, sfuggenti. È il 1977, “un’epoca di dispetti” per il Brasile che sta a protagonista de L’agente segreto, quarto lungometraggio di finzione scritto e diretto da Kleber Mendonça Filho. Un’epoca che annaspa nel pieno della sanguinaria dittatura militare del “regime dei Gorillas”, che dal 1964 al 1985 ha lasciato scie di morti ammazzati e desaparecidos.
C’è la persecuzione, c’è la lotta, c’è chi scappa e c’è chi insegue in questa fiction della storia brasiliana presentata al Festival di Cannes 2025, dove Mendonça Filho ha vinto per la Miglior regia. Come miglior attore ha vinto anche Wagner Moura, protagonista nei panni di un personaggio tripartito tra passato, presente e futuro, Armando – Marcelo, ex ricercatore universitario in fuga perché braccato da un magnate che vuole la sua testa.
Solo nel 2024 agli Oscar vinceva come Miglior film internazionale Io sono ancora qui di Walter Salles, duro atto di accusa storica ambientato nel medesimo periodo e al quale il pensiero risale spontaneo a cercare un punto di contatto. Che il passato recente del governo di destra in odore di restaurazione di Jair Bolsonaro abbia riacceso le braci di una risposta artistica così veemente?

Una memoria storica riallestita a finzione
Ma alla lucidità resocontistica di quell’opera, L’agente segreto risponde collocandosi in controcampo. Quello di Mendonça Filho è un film dall’ironia asciutta e profondissima, compagna di stanza di una satira retroattiva che traccia i fili di cosa sia stato il Brasile di quegli anni senza tuttavia l’impianto didattico.
Tutto è in chiave di un thriller dal passo civile, dai tempi estesi (oltre due ore e mezza) ma di una densità tale che basterebbe a riempire stagioni intere di una serie tv. Basta guardare al prologo, pazzesco. In una singola sequenza c’è la messa in scena del paradossale di un paese: ad una pompa di benzina un rapinatore è finito ammazzato e ora marcisce sotto al sole; al proprietario non frega niente, la polizia che passa di lì si cura solo di estorcere denaro a Marcelo (peraltro senza riuscirci). Violenza, corruzione, idiozia, indifferenza.
Suddiviso in tre capitoli, di lunghezze e consistenze anarchiche come lo è la struttura di un film frammentario e volutamente parziale che risponde a non-logiche narrative, L’agente segreto riannoda i nastri della memoria per allestire un racconto popolare e a misura di popolo. Questa storia che noi stiamo osservando è forse una storia che qualcuno sta ascoltando, magari in cuffia, come se fosse un true crime (a voi godervi il come e il cosa).

Un film senza etichette
La questione narrativa e quella storico-politica appartengono allora allo stesso piano, l’una ragiona e collima con l’altra. Come a dire: l’atto di “messa in arte” è il più forte atto di ricostituzione di una memoria collettiva la cui oggettiva brutalità sarebbe talmente inaudita da farsi inaccettabile. Tra gambe ritrovate nella pancia di uno squalo, tra gatti a due facce e tra ellissi del racconto, Mendonça Filho dissemina poi stranezze ed elementi non interpretabili, tratti senza targhetta di identificazione. Come se fossero segnali di una zona di confine in cui si aggrumano e raddoppiano sensi e sensazioni, in cui poter giustificare – senza cadere nell’impasse della ricerca di una logica impossibile – la coesistenza della gioia e della speranza in un periodo storico altresì grottesco nella sua vera efferatezza.
Insomma, l’assurdo come scialuppa di salvataggio, che ne L’agente segreto si contamina di un tono infestato, come se qualcosa si agitasse di continuo sotto la superficie di questo racconto di file, di dossier, di contatti, di nomi in codice. Qualcosa nei colori caldissimi, nelle musiche ricorsive, nel montaggio in omissis. E muovendosi nella magione mentale (dell’immaginario, anche cinematografico) di un passato marcito sotto al sole, le linee si incastrano l’una sull’altra mentre e a fare da spina dorsale ci sono personaggi memorabili come l’anziana Dona Sebastiana (Tânia Maria), riferimento locale per rifugiati sotto copertura come Marcelo, ma anche l’untuoso capo della polizia Euclides (Robério Diógenes).
Un cinema ricco di sfumature, inafferrabile e anche drastico. Mendonça Filho è capace di passare da momenti di convivialità amicale al sensuale di un’intimità quasi insperata, per poi strappare nella vividezza sporca e viscosa di inseguimenti e sparatorie letali. Per capirlo davvero, L’agente segreto va colto e non spiegato. Ne rimarrete talmente appassionati da non volervene separare, ma saprà stupirvi anche in quel momento. Tra i migliori film dell’anno.


