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La voce di Hind Rajab, recensione del film di Kaouther Ben Hania

Presentato in concorso a Venezia 82, La voce di Hind Rajab è il nuovo film della regista e sceneggiatrice tunisina Kaouther Ben Hania. Dal 25 settembre al cinema con I Wonder Pictures.

È il 29 gennaio 2024. Uno dei centri operativi della Mezzaluna Rossa in Cisgiordania riceve una richiesta di soccorso. Sono quasi quattro mesi che l’esercito di Israele ha invaso la Striscia di Gaza a seguito dell’attacco del 7 ottobre 2023 ad opera di Hamas. Al telefono per pochi istanti c’è la voce di una donna, che afferma di essere intrappolata in una macchina circondata dai carri armati israeliani. Spari, la chiamata si interrompe. I volontari vengono informati da uno zio che a bordo dell’auto c’è anche una bambina, ancora viva. Si chiamava Hind Rajab.

Ed è la vera voce della piccola Hind – che in quella macchina finirà assassinata all’età di cinque anni – che la regista tunisina Kaouther Ben Hania fa ascoltare in La voce di Hind Rajab, film presentato in concorso al Festival di Venezia 2025. Ma il suo non è un documentario. Ben Hania sceglie la fiction rimettendo in scena quelle drammatiche ore posizionandosi alle scrivanie dei volontari della Mezzaluna Rossa (Saja Kilani, Motaz Malhees, Clara Khoury, Amer Hlehel).

E mentre alcuni di loro cercano di rimanere in linea con Hind, la pellicola tenta di mostrare la cervellotica macchina organizzativa dei soccorsi. Un dedalo di protocolli costretti a passare attraverso procedure di autorizzazione labirintiche e paradossali, come il continuo rimpallo tra diverse agenzie nell’attesa del via libera da parte di quello stesso esercito che crivellò l’auto della famiglia di Hind con 335 proiettili – e poi l’ambulanza inviata ad aiutare la bambina, uccidendo anche i paramedici.

The Voice of Hind Rajab recensione

L’imponderabile

È inevitabilmente straziante La voce di Hind Rajab. La prima volta che si ascolta Hind implorare aiuto è come sprofondare in un buco nero. La domanda sorge però immediata: occorre drammatizzare con la fiction un dramma talmente abissale da essere definitivo, il capolinea della ragione umana? Perché c’è l’imponderabile: una bambina agonizzante tra i cadaveri dei familiari uccisi da un esercito invasore.

E poi c’è il film. Il punto della questione sta quindi nel chiedersi se la messa in drammaturgia di Ben Hania sia un atto di viatico all’elaborazione traumatica del dolore o se sia solo un’impalcatura allestitagli attorno – l’autrice aveva già sperimentato con una forma di reenactment nella sua precedente opera, Quattro figlie.

Una memoria in divenire

Ancora: è questa drammaturgia una chiave attraverso la quale ricondurre in maniera efficace all’identificazione del dramma del popolo palestinese, scavato nel tessuto muscolare di una memoria in divenire dove personale e collettivo sono fusi assieme? Aggiunge un tassello a quella geografia storica dell’annientamento, di cui il documentario premio Oscar No Other Land (che terminava all’arrivo dell’attentato del 7 ottobre) è il frammento simbolico più recente e disarmante?

A servizio della testimonianza

È evidente che La voce di Hind Rajab sia un film messo su rapidamente per piombarsi nel suo tempo. La stessa Ben Hania ha affermato di aver mollato un progetto al quale stava lavorando da dieci anni nel momento in cui è venuta a conoscenza dell’audio di Hind, in corsa poi sono entrati in produzione esecutiva nomi come quelli di Brad Pitt, Joaquin Phoenix, Alfonso Cuaron, Jonathan Glazer, Rooney Mara.

L’utilizzo dello stile documentaristico, fatto di camera a mano, di una prossimità ai volti, di zoom e di scarti ha il doppio scopo di ottimizzare produttivamente questa immediatezza e di farsi poi a servizio del racconto e della testimonianza – a un certo punto nell’inquadratura farà ingresso un telefono che riprende gli operatori a lavoro, sul cui schermo ci sono le immagini dei veri operatori ripresi in quella circostanza.

Una storia impossibile da razionalizzare

In mezzo a ciò c’è una idea di cinema interessante. Sono i volti dei volontari che in uno dei momenti di massima tensione e immobilismo si mescolano e sovrappongono sul riflesso del vetro che separa le stanze dell’ufficio. In questa immagine c’è tutta la convergenza di disperazione e impotenza di diversi ruoli, diversi processi e diverse emotività in un momento impossibile da processare razionalmente. Una scelta di regia che commenta con un’efficacia superiore – chiamiamola così, anche se il contesto sembra inappropriato: elegante – rispetto a un certo didascalismo di urla, pianti e toni alti su cui La voce di Hind Rajab assesta altresì un racconto di una ovvia e sfiancante durezza.

The Voice of Hind Rajab recensione 3

Un film estorsivo o un atto di esorcismo?

È quella del film una pornografia del dolore? È questo è un film estorsivo? Altrove avremmo probabilmente detto sì – scelte come la riproposizione ancora e ancora della foto della piccola Hind si orientano in tale equivocabile direzione. Ma occorre riconoscere che sotto si agita altro. La ricerca di uno sfogo che nella messa in scena incanala il grido al ritorno di un battito. Scuotere, ma non con la distanza del fatto (documentaristico).

L’operazione è umanistica ancor prima che politica, anche se le due cose, in un quadro di rischio anestesia numerica davanti all’evidenza dell’atto genocidario più documentato della storia, sono in fondo i due lati della stessa moneta. Restituire un nome e un volto a una porzione infinitesimale di quei diagrammi cronachistici e di quelle infografiche che invadono i nostri dispositivi. Allora prendere la rabbia – che è l’unico sentimento possibile radicato nell’oggi, in cui la carneficina è ancora in atto – e imbrigliarla. Recitare è assorbire. Fare atto di esorcismo, o tentare di farlo, attorno a quella voce che è stata spenta mentre tutti ascoltavamo.

Guarda il teaser trailer ufficiale de La voce di Hind Rajab

GIUDIZIO COMPLESSIVO

La voce di Hind Rajab non è un film come tutti gli altri. La regista tunisina Kaouther Ben Hania prende la voce della bambina palestinese Hind Rajab, registrata in una chiamata di soccorso nel 2024, e la pone a filo rosso di un’opera inevitabilmente straziante che cerca il forse impossibile esorcismo della tragedia che si sta consumando oggi nella Striscia di Gaza.

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