La Vita Davanti a Sé, recensione del film con Sophia Loren

scritto da: Diego Battistini


C’è stato un tempo in cui il cinema italiano riusciva ancora a creare miti. Il divismo una volta non era solo appannaggio di Hollywood, ma contraddistingueva anche il nostro cinema. Gli anni ’50 da questo punto di vista furono decisivi. Ci si era lasciati alle spalle da qualche anno il Ventennio fascista (il cui cinema era caratterizzato da altre “divinità di celluloide”) e c’era la necessità di rintracciare nuovi modelli e, possibilmente, nuove icone. Sophia Loren fu sicuramente una di queste: dapprima espressione vivente di quel modello di “maggiorata” tanto amato dal pubblico dell’epoca, e poi interprete capace di slegarsi dalla sua strabordante fisicità per affermare il proprio talento recitativo. Una carriera straordinaria quella dell’attrice, che a 86 anni compiuti non ne vuole sapere di abbandonare le scene come testimonia il suo ultimo film: La vita davanti a sé, dal 13 novembre disponibile su Netflix.

Eppure, nonostante il desiderio di continuare ad occupare un posto di rilievo davanti alla macchina da presa, la Loren mancava dal cinema da ben 7 anni. Da quando, nel 2013, il figlio Edoardo Ponti le rendeva omaggio adattando per lei La voce umana di Jean Cocteau. Ed è stato nuovamente il figlio, oggi, a coinvolgerla in un film che avrebbe dovuto uscire nelle sale cinematografiche ma che, causa pandemia, è stato dirottato sulla piattaforma del colosso dello streaming americano: una soluzione che se da un lato ha privato l’opera del suo “spazio vitale” naturale (e forse anche di una certa tipologia di pubblico), dall’altro ha privilegiato una distribuzione fin da subito capillare in tutto il mondo (e forse non è un caso se già qualcuno ha ipotizzato – su quali basi, poi? – una possibile candidatura della Loren ai prossimi Premi Oscar).

Ancora una volta Edoardo Ponti, che dirige la madre per la terza volta (oltre alla trasposizione del citato testo di Cocteau, i due hanno lavorato insieme anche per Cuori estranei), si è affidato a un adattamento letterario. La vita davanti a sé, infatti, prende spunto dall’omonimo romanzo dello scrittore francese Romain Gary, trasposto sul grande schermo dallo stesso regista in collaborazione con Ugo Chiti. Un adattamento “infedele” rispetto a quello del 1977 per la regia di Moshé Mizrahi (il film vinse pure l’Oscar come Miglior Film Straniero), che disloca l’ambientazione da Parigi alla contemporanea Bari, descritta come un caotico e colorato crocevia di culture differenti.

Madame Rosa (Sophia Loren) è una donna di origine ebraica, ormai anziana, con un passato da ex prostituta alle spalle e i postumi (traumatici) dell’esperienza di deportata nei campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale. Ha speso gli ultimi anni della sua vita ad accogliere nella propria casa i figli illegittimi delle prostitute della città in cui abita, facendo loro non solo da madre ma anche da guida e maestra di vita. Per questo motivo il dottor Coin (Renato Carpentieri), che gestisce un centro per rifugiati, le vorrebbe dare in affidamento il giovane immigrato senegalese Momo (l’esordiente Ibrahima Gueye). Dopo qualche reticenza, Madame Rosa decide di fare da tutrice al ragazzo. Nonostante un primo periodo di adattamento reciproco alla convivenza, tra la donna e Momo nascerà una profonda amicizia.

«Un film sulla tolleranza, il perdono e l’amore». Con queste parole Sophia Loren ha descritto La vita davanti a sé durante la conferenza stampa di presentazione del film, e non le si può certo dare torto. L’opera di Edoardo Ponti è spudoratamente incentrata sui buoni sentimenti, e non le si può certo chiedere di essere qualcosa di diverso rispetto a quello che è, e che vuole essere (con buona pace di chi storce il naso di fronte al “politically correct“). Il film racconta le vicissitudini di una famiglia sui generis come quella di Madame Rosa: da una parte lei, vera e propria matriarca, e dall’altra i suoi molteplici “figliocci”, da Momo alla prostituta transgender Lola (Abril Zamora, già vista nella serie Netflix Vis a Vis). E lo fa concentrandosi principalmente sui rapporti umani tra i vari personaggi – in particolare Rosa e Momo -, senza permettere che temi “Storici” come l’Olocausto e socio-politici come l’immigrazione contemporanea prendano troppo spazio all’interno della narrazione: si enunciano, ma non si permette mai loro (giustamente) di prendere troppo il sopravvento sulle singole storie dei vari personaggi  (al di là di qualche – azzardato? – parallelismo tra passato e presente).

credits: Regine de Lazzaris aka Greta/Netflix

Una scelta condivisibile quella di Edoardo Ponti, anche se spesso non supportata da una sceneggiatura che nei momenti decisivi del film appare troppo schematica. Si evince, infatti, una certa approssimazione nel raccontare (e soprattutto, nel dare il giusto respiro a) il progressivo avvicinamento tra i personaggi di Rosa e Momo, divisi da età, religione e cultura. Dopo l’iniziale diffidenza, le distanze tra di loro si colmano quasi in un batter di ciglia: basta il riconoscimento (intuitivo, e neanche troppo ponderato) delle reciproche sofferenze per abbattere l’ultimo muro che li separa. Una doppia “presa di coscienza”, che poi è anche un riconoscimento dell’altro prima di tutto in quanto essere umano («Non è ebrea, è solo vecchia», dice Momo, con ingenuità infantile, parlando di Rosa), che avviene però in maniera troppo rapida e senza quei passaggi di appropinquamento intermedi che sarebbero stati necessari e funzionali non solo al racconto in sé, ma anche al coinvolgimento degli spettatori.

È quindi paradossale constatare che, al di là delle intenzioni dell’autore, La vita davanti a sé sacrifica inspiegabilmente proprio l’approfondimento del rapporto tra Madame Rosa e Momo – quantomeno nella prima parte -, dando forse troppo spazio a sottotrame che, seppur importanti a livello narrativo, sono un po’ raffazzonate: la relazione lavorativa tra Momo e uno spacciatore di droga di cui diviene il fidato galoppino, nonché quella (decisamente più edificante) tra il giovane e un saggio commerciante di origine musulmana.

Se la sceneggiatura, come detto, presenta dei limiti a livello drammaturgico, decisamente più convincente è la regia di Edoardo Ponti. Non brilla certamente per innovazione o per creatività, ma è solida, estremamente funzionale al racconto e soprattutto – con il senno di poi – perfettamente in linea con il potenziale pubblico di Netflix. Come già anticipato infatti, il film sarebbe dovuto uscire nei cinema, rivolgendosi quindi a uno specifico pubblico ágée. Un pubblico, quindi, non tanto cinefilo quanto desideroso di godere nuovamente della prova di una grande mattatrice del proprio tempo (più o meno) sul grande schermo. Con il passaggio a Netflix, l’originario pubblico di riferimento de La vita davanti a sé se non è venuto meno poco ci manca: quando qualche anno fa venne fatto un sondaggio sull’utente italiano medio della piattaforma, l’età media si aggirava intorno ai 40 anni. Un identikit che certamente non combacia con quello del pubblico potenzialmente attratto da un’opera come questa.

Per tale motivo forse si apprezza ancora di più la capacità di Edoardo Ponti da una parte di “ammiccare” a un pubblico per cui la presenza della Loren nel film rappresenta un “plus” decisivo per la visione, dall’altra di propendere per uno stile volutamente mainstream che si affida a un’estetica profondamente contemporanea, con un uso massiccio (il rischio abuso è dietro l’angolo) di filtri per dare maggior dinamismo cromatico a talune sequenze. Scelte stilistiche spesso supportate anche da una colonna sonora che spazia dalle note più intime del compositore Gabriel Yared, a quelle decisamente più pop/rap di Laura Pausini, interprete del singolo inedito “Io sì“, e di Gué Pequeno.

Ma, meriti di Edoardo Ponti a parte, La vita davanti a sé è soprattutto un film con Sophia Loren. E di questo ne è ben consapevole anche il regista stesso, il quale riesce (e non è poco) a fare in modo che il film non sia però troppo “Loren-centrico“. Naturalmente nelle sequenze in cui la Sophia nazionale è presente, la sua proverbiale presenza scenica è ancora capace di fagocitare l’attenzione di macchina da presa e spettatore; ma, al contempo, è encomiabile il modo in cui la stessa interprete si mette al servizio del film, ricorrendo poco al gigionismo che spesso caratterizza gli attori ormai in là con gli anni e, al contrario, calandosi in maniera convincente in un ruolo cucito su misura per lei e a cui l’attrice riesce ad infondere – nonostante gli evidenziati limiti della sceneggiatura, bisogna concederglielo – un’umanità e una forza capaci di dare un senso a tutta l’operazione.

Guarda il trailer ufficiale di La vita davanti a sé


Diego Battistini

La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rosssa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)


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