La Vita che Verrà, recensione del film di Phyllida Lloyd

scritto da: Ludovica Ottaviani


La Vita che Verrà è il nuovo film diretto da Phyllida Lloyd, regista già artefice dei successi dietro Mamma Mia! e The Iron Lady; questa volta la protagonista sullo schermo è l’attrice irlandese Clare Dunne, che è anche sceneggiatrice del film. Herself – questo il titolo originale – è una storia di riscatto sociale ma soprattutto umano; la storia di una donna che lotta per riappropriarsi della propria vita e per assicurare un futuro alle proprie figlie. Presentato nella Selezione Ufficiale della Festa del Cinema di Roma in collaborazione con la sezione Alice nella Città, il film uscirà nelle sale italiane il prossimo 25 novembre grazie a Bim Distribuzione. Una data scelta non a caso, ma con un significato specifico: è infatti legata alla Giornata Internazionale contro la Violenza sulla Donne, l’argomento centrale intorno al quale ruota il film della Lloyd.

Dopo tanto tempo, Sandra (Dunne) trova finalmente il coraggio di fuggire con le sue due figlie da un marito violento. In lotta contro una società che sembra non poterla proteggere e con l’obiettivo di creare un ambiente accogliente per le bambine, decide di costruire da sola una casa tutta per loro. Non tutto andrà bene ma durante l’impresa troverà la forza di ricostruire la sua vita e riscoprirà se stessa, anche grazie all’appoggio di un gruppo di persone disposte ad aiutarla e a darle sostegno, restituendole la prospettiva di una vita futura completamente diversa rispetto a quella che ha vissuto.

La Vita che Verrà è prettamente una storia di donne, ma non nella classica accezione di certo cinema commerciale declinato “in rosa”: quella mostrata sullo schermo dalla Lloyd è un’orchestra di splendide voci femminili dalle molteplici sfumature: assistenti sociali, dottoresse, amiche, colleghe e sconosciute. innumerevoli volti di donne che si incontrano, si sostengono a vicenda, entrano in empatia tra loro e cercano di rendere possibile il sogno – apparentemente irraggiungibile – di una di loro. La Dunne, mattatrice “sulla carta” e davanti alla macchina da presa, restituisce alla sua Sandra una dolente dignità da sopravvissuta, senza mai restituirne un ritratto da vittima: quando compare per la prima volta sullo schermo nei dieci minuti iniziali del film, lo spettatore è da subito partecipe del dramma della donna, assiste impotente alle violenze brutali che subisce ad opera del marito.

E nel corso dell’intero film è il pubblico a vivere, in prima persona, l’intera gamma di emozioni provate dalla donna: paura, frustrazione, rabbia, coraggio e determinazione. Una fede incrollabile, non una falsa speranza, nella possibilità di poter ricominciare una nuova vita insieme alla sue figlie contando solo sulle proprie forze. Sandra scopre Sandra, e decide di affidare a sé stessa il compito di rilanciarsi affrancandosi da un passato fin troppo doloroso che non ha ancora abbandonato il suo presente, perseguitandolo come un’ombra e marchiandolo in un modo solo all’apparenza irreversibile.

La Vita che Verrà è un inno all’incrollabile fede nella speranza; drammatico ma senza mai trascendere in facili sentimentalismi, la Lloyd sembra sposare lo stile e lo sguardo di un maestro come Ken Loach nel raccontare, con lucidità tagliente, la realtà. Sandra è una delle tante (troppe) donne vittime di violenza domestica, testimoni silenziose di una piaga implacabile che genera solo sofferenza e morte. Si parla spesso nella tv pubblica di femminicidio, ma vedere sullo schermo le conseguenze e condividere, in prima persona, il punto di vista di chi vi è coinvolto ha un impatto più profondo e significativo sul pubblico; permette infatti di vivere in modo simbiotico l’infernale odissea delle donne che subiscono violenze e pressioni non solo sul piano fisico ma soprattutto su quello psicologico.

Un aspetto, quello legato alle pressioni psicologiche, alle conseguenze non visibili della violenza, che spesso è il più difficile da elaborare. E lo diventa ancor di più quando a rimanerne vittima sono anche i figli, vittime innocenti di una rabbia cieca che si espande, di un odio che viene messo in circolo e che rischia di contagiare tutti, innocenti e carnefici. Ma La Vita che Verrà arde del fuoco sacro della speranza: una luce che permea il film fin da subito e che trova la propria incarnazione simbolica nella casa che Sandra vuole costruire, emblema di una rinascita fisica e spirituale ma soprattutto di un’emancipazione da un passato ingombrante che non può più né ferire, né spaventare.

Guarda il trailer italiano de La Vita che Verrà


Ludovica Ottaviani

Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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