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La valle dei sorrisi, recensione del film di Paolo Strippoli

Presentato fuori concorso a Venezia 82, La valle dei sorrisi di Paolo Strippoli è interpretato da Michele Riondino e Romana Maggiora Vergano. Dal 17 settembre al cinema distribuito da Vision Distribution.

Il nostro rapporto col dolore rivela in quale società viviamo. A sostenerlo, in un saggio dal titolo “La società senza dolore”, è Byung-Chul Han, uno dei più autorevoli filosofi contemporanei. Un’idea, quella di un dolore da dimenticare, rimosso a forza da ogni parte del nostro corpo, che attraversa per intero il nuovo interessante film di Paolo Strippoli, La valle dei sorrisi, presentato fuori concorso all’82esima Mostra del Cinema di Venezia.

Come fosse un’applicazione cinematografica della paura più recondita di Han, il film del regista italiano – già apprezzato per A Classic Horror Story e Piove – immagina un paese in cui un potere paranormale libera i cittadini da ogni dolore. L’algofobia – il terrore di soffrire – vince. La democrazia palliativa impera. Il sorriso è tutto. Un sogno? Tutt’altro. Un incubo. Spaventoso da concepire, ma magnetico da esplorare nel vortice di terrore offerto da Strippoli. A darne vita sullo schermo è un cast di volti noti – Michele Riondino, Romana Maggiora Vergano, Paolo Pierobon, Roberto Citran -, a proprio agio nella trama horror che il regista intesse per loro.

La struttura potrebbe ricordare altre note opere horror folk, come The Wicker Man, o il più recente Midsommar, soprattutto per la presenza di una setta che guida gli eventi più scabrosi della vicenda. È un peccato, però, esaurire il lavoro di Strippoli nelle sue possibili ispirazioni. C’è infatti, prima di tutto, una riflessione sulla algofobia in un contesto cattolico, che ambendo all’idillio dell’Eden precipita in un Inferno tangibile.

L’esorcismo di ogni male si rivela così il più grande fraintendimento di fede. Perché dove la sofferenza è vista come un ostacolo, ridotta al silenzio, soffocata in una “valle di sorrisi”, l’uomo perde ogni contatto con il divino e la realtà. Come dice Han, “il dolore è un affidabile criterio di verità”. In un certo senso, è un film sull’anestizzazione contemporanea. In un mondo privo di dolore, non vi è spazio per la reazione, tantomeno per la rivoluzione.

Benvenuti a Remis, preparatevi a morire dal ridere

A Remis, nel cuore di una valle isolata, ogni incontro si chiude con un sorriso. “È la pace dei sensi”, dicono i suoi abitanti; mani congiunte, respiri trattenuti e un’arcata di denti che dà il buongiorno e il buonasera. “A noi – ripetono – piacciono i sorrisi”. E si vede. Subito, anche troppo. Forse perché non siamo abituati, o forse – come il protagonista di questa storia sembra subito pensare – perché nessuno sorride mai così tanto. E infatti qualcosa non va.

Sergio (Michele Riondino), un professore di educazione fisica con un passato da judoka pluripremiato, capisce subito che a Remis le persone non sono quello che sembrano. È una premessa classica del cinema horror – lo straniero si unisce a una comunità e scardina un mistero – e Nella valle dei sorrisi ci si butta a capofitto. Sergio, nota subito che le cose non tornano. Al suo arrivo in paese, il gruppo di docenti lo attende da ore davanti a scuola; ostaggi di loro stessi, fantasmi che cuciono il sorriso al raccapriccio. Ma il Judoka ha in mente altro: far passare in fretta i tre mesi che lo terranno lì, e nel frattempo combattere i propri demoni annegandoli nell’alcool. A Remis, tutto questo, non va giù. Lui, che ha “gli occhi di un morto”, deve tornare a sorridere. E la comunità è pronta a fornirgli la soluzione.

Il mistero si schiude di poco a poco e scopriamo che quella gioia sintetica che attraversa la valle ha un’origine precisa: Matteo (Giulio Feltri), 15enne del posto e santo locale, adorato per la sua capacità paranormale di alleviare il dolore. Un abbraccio, e il male sparisce. Solo per un po’. Come la più potente delle sostanze stupefacenti, la reazione è immediata, ma serve sempre un’altra dose. E così, le giornate di Matteo sono scandite da continui appuntamenti con la gente del posto, il tutto orchestrato dal padre (Paolo Pierobon) e dal prete del luogo (Roberto Citran), che si assicurano che il paese prosegua in questo ciclo infinito di gioia forzata.

Dopo la prima pesante sbronza notturna di Sergio, una ragazza del paese (Romana Maggiore Vergano) lo porta alla chiesa di Matteo, con il quale il professore si legherà sempre di più. L’idilliaca facciata di un’impossibile gioia perenne nasconde però un segreto inquietante: quindici anni prima, un tragico incidente ferroviario ha devastato la comunità di Remis, cambiando per sempre il suo destino. Il pellegrinaggio quotidiano alla corte di Matteo è così un rito collettivo per esorcizzare un dolore che in realtà non svanisce e ha radici profonde nella “valle dei sorrisi”.

la valle dei sorrisi recensione 2

Affrontare il rimosso e accettare il dolore

Il mistero di Remis si svela a piccoli passi. Strippoli, si vede, non ha fretta. Ed è un bene. Il racconto è infatti un lento crescendo che gioca sul filo del genere, per poi deflagrare nell’ultimo atto in un tripudio di horror puro. Prima, però, c’è la tensione del dramma umano, il thriller del rimorso che si intreccia con lo spesso velo d’inquietudine di un segreto collettivo. Il regista italiano puntella le sequenze chiave di uno sguardo sempre ambiguo, sinistro. Si affida così a una partitura di soluzioni registiche che annunciano, per gradi, il gran finale, senza mai esasperare il racconto. Una conversazione qualunque può aprirsi con un classico campo-controcampo, per poi staccare su un campo lungo grandangolare, che amplifica la percezione distorta del luogo e sottolinea il mistero profondo che lo pervade.

Sebbene alcuni elementi, come il misterioso vicino di casa o il pappagallino del professore, possano sembrare marginali, contribuiscono a costruire un mosaico narrativo che esplora l’incapacità umana di affrontare la perdita e l’eternità. È una densità di soluzioni visive che non pesano sullo spettatore e anzi lo accompagnano per mano nell’esplorazione della valle. La scrittura è attenta, anche se non sempre tira fuori il meglio dalle proprie premesse. L’idea, ad esempio, che il protagonista sia un Judoka – ovvero un esperto di sport di contatto – e il suo contraltare, Matteo, manifesti il suo potere in un abbraccio, conteneva in sé un potenziale visivo eccezionale. Tranne che nei suoi risvolti più eclatanti e necessari alla narrazione, il passato di Sergio è quasi solo raccontato, anche se alcuni dettagli potevano riversarsi con maggior efficacia nei vari snodi.

Allo stesso tempo, il tessuto orrorifico che abbraccia il finale – visivamente eccellente nei canoni nel genere horror – si articola in tre finali ad effetto, che trascinano lo spettatore in un tumulto emotivo talvolta frammentario e sincopato. Nulla di tutto questo, però, inficia davvero la riuscita del film. Strippoli dimostra, dopo le ottime prove di A Classic Horror Story – diretto a quattro mani con Roberto De Feo – e Piove, di essere l’occasione per l’Italia di dire la propria nel genere horror contemporaneo. Non esagera, non si trattiene, non si vanta: mai eccessiva né trattenuta, la regia di Strippoli rilascia un terrore sottocutaneo quasi sospeso e infine si fa buco nero che inghiotte lo sguardo e ci abbandona alla paura.

L’horror italiano che stavamo aspettando?

Strippoli usa la grammatica dell’horror da madre lingua. Ancor più importante, finalmente, fa un horror scevro da ogni sottomissione culturale verso la tradizione italiana del genere. Dimentichiamoci, per una volta, almeno qui, della storia dell’horror italiano anni ’70. Non per ingratitudine; ma per rispetto. Perché non c’è lezione più grande di chi porta avanti gli insegnamenti del passato esplorando nuovi lidi, liberamente. E così, Paolo Strippoli arriva nel momento migliore. Figlio di un tempo in cui l’horror ha nuovi autori – in tutto il mondo – e nuovi spettatori, anche in Italia, Strippoli segna un traguardo e rilancia la sfida.

Il messaggio è chiaro: bisogna andare avanti, così. Ci sono delle incertezze, ci sono le sbavature, certo; ma sono, in realtà, delle opportunità, compiti per casa per gli autori italiani – e per lo stesso Strippoli – che vogliano continuare a dire la propria in questo genere. Ora, anche l’horror italiano, può trovare il suo posto. La valle dei sorrisi è una finestra sul panorama internazionale, purché non resti lettera morta. Si può fare, e si può fare così.

Guarda il trailer ufficiale de La valle dei sorrisi

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Paolo Strippoli, con La valle dei Sorrisi, tesse un ordito horror che è al contempo specchio e monito della nostra epoca. Il film, sorretto da un cast ispirato, si staglia come un’indagine lucida sull’anestesia emotiva di una società che rifugge il dolore a ogni costo. Non tutto è perfetto, eppure Strippoli conferma - e rilancia - il suo talento nel plasmare un terrore che non urla, ma sussurra. Un’opera che segna un passo avanti per l’horror italiano, pronta a dialogare con il panorama globale senza timori reverenziali.

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