Pochi film iracheni riescono a trovare spazio nella distribuzione italiana, ed è proprio per questo che La torta del presidente rappresenta già di per sé un piccolo evento. L’opera prima di Hasan Hadi, presentata alla “Quinzaine des Réalisateurs” del Festival di Cannes 2025 dove ha conquistato sia la Caméra d’Or sia il Premio del Pubblico, è uno di quei debutti capaci di sorprendere per maturità e sicurezza stilistica. Il regista dimostra fin dalle prime sequenze una notevole pulizia formale, come se dietro la macchina da presa ci fosse un autore già navigato.
Il film è ambientato nell’Iraq del 1991, in un momento storico segnato dalla guerra e dalle conseguenze devastanti dell’invasione del Kuwait e del successivo intervento militare statunitense nella Guerra del Golfo. Il Paese è soffocato dalle sanzioni internazionali e da una crisi economica drammatica, e queste condizioni vengono chiarite fin dalle didascalie iniziali del film, che ricordano come l’Iraq degli anni Novanta fosse una nazione stremata, impoverita e isolata.
Le sanzioni economiche avevano reso difficilissimo reperire anche i beni di prima necessità, ed è proprio su questo paradosso che si innesta il racconto: mentre la popolazione lotta per sopravvivere alla fame e alla carestia, nelle scuole del Paese viene imposto agli studenti di preparare una torta per festeggiare il compleanno del presidente Saddam Hussein. Una richiesta grottesca e crudele in un contesto dove anche ingredienti semplici come uova, farina, zucchero e lievito sono diventati beni rari e quasi impossibili da trovare.

La trama de La torta del presidente
La storia segue Lamia (Baneen Ahmad Nayyef), una bambina di nove anni che vive con la nonna Bibi (Waheed Thabet Khreibat) in un villaggio nelle paludi irachene. Il loro mondo è fatto di una capanna ai bordi del fiume, spostamenti in canoa per raggiungere la scuola, una vita semplice e fragile immersa nella natura. È un ambiente quasi sospeso nel tempo, che contrasta in modo affascinante con la Baghdad immensa e caotica in cui Lamia sarà costretta a recarsi.
Sì, perché nonostante le sue preghiere e i tentativi di evitare il “prestigioso” compito, Lamia viene sorteggiata per preparare la torta destinata al presidente e si ritrova costretta a partire per la capitale insieme alla nonna. Qui incontrerà Saeed (Sajad Mohamad Qasem), un bambino con cui intraprenderà un viaggio alla ricerca degli ingredienti necessari per la torta.
Baghdad tra innocenza e pericolo
Il contrasto tra gli ambienti è uno degli elementi più affascinanti del film. Da un lato c’è la quiete primitiva del villaggio nelle paludi, dall’altro c’è Baghdad, enorme, pericolosa, attraversata da tensioni e violenze che Hasan Hadi osserva attraverso lo sguardo di una bambina. Proprio questo punto di vista infantile diventa il filtro attraverso cui il film racconta la brutalità della realtà.
I pericoli della città non sono mai rappresentati con toni eccessivamente cupi o oppressivi perché vengono percepiti attraverso la prospettiva, a volte ingenua, della protagonista. Lamia non comprende sempre fino in fondo ciò che la circonda, ma possiede un istinto sorprendente che le permette di percepire quando qualcosa non va. È una scelta che rende il film leggero anche nei momenti più difficili, evitando che la narrazione diventi troppo pesante o didascalica.
Nel frattempo, la città si rivela come un sistema corrotto e disfunzionale. Hasan Hadi costruisce un vero e proprio affresco sociale dell’Iraq dell’epoca, smontando pezzo dopo pezzo – o meglio, spicchio dopo spicchio, in una metafora che richiama direttamente la torta del titolo – le istituzioni del Paese. La legge non funziona, la polizia appare corrotta, il sistema sanitario è inefficiente e i cittadini sono costretti a sopravvivere come possono: piccoli furti, ricatti, compromessi e perfino scambi sessuali diventano strumenti per ottenere ciò che serve.
Il regista costruisce così il suo discorso politico con intelligenza, evitando l’attacco frontale e lasciando che ogni incontro, ogni situazione, ogni personaggio riveli un frammento della società, componendo gradualmente il ritratto di un Paese allo stremo. Un approccio che ricorda, per metodo e sguardo, quello di Un semplice incidente di Jafar Panahi, ultima Palma d’Oro al Festival di Cannes.

Il peso invisibile della guerra
La guerra non è mai mostrata direttamente, ma il suo spettro aleggia costantemente sul film. Fin dalle prime sequenze il cielo è attraversato – in un’immagine che ricorda l’incipit di Io sono ancora qui di Walter Salles – dal rumore di un caccia militare che sorvola la zona, un suono che ritorna più volte durante la narrazione. In quei momenti il film sembra quasi fermarsi per lasciare spazio al passaggio di questi aerei da guerra, il cui rombo assordante diventa un richiamo costante alla violenza che incombe sul Paese.
Anche lo spazio urbano contribuisce a costruire questa atmosfera di controllo e oppressione. Ogni angolo della città sembra dominato dalla figura di Saddam Hussein: murales, manifesti e gigantografie del presidente ricoprono muri, scuole e strade. La sua presenza è ovunque, come un’ombra che incombe sulla vita quotidiana dei cittadini.
Eppure, La torta del presidente non rinuncia mai a una dimensione di leggerezza. Le disavventure di Lamia e Saeed hanno spesso toni ironici e avventurosi, e il viaggio dei due bambini ricorda per certi versi un certo cinema neorealista italiano, soprattutto per l’uso di attori non professionisti. Tutti gli interpreti sono alla loro prima apparizione sullo schermo, ma il risultato è sorprendente: le performance sono naturali, autentiche e profondamente credibili.

Un esordio sorprendente
Dal punto di vista visivo La torta del presidente è un film di grande eleganza. La fotografia di Tudor Vladimir Panduru è splendida e restituisce con forza sia i paesaggi acquatici delle paludi sia il caos polveroso della capitale. Hasan Hadi dimostra un controllo notevole della messa in scena e un gusto compositivo già molto maturo.
Il risultato è un film che colpisce anche per la sua incredibile attualità. Basta sostituire una sola lettera, la q con la n, Iraq con Iran, e molte delle dinamiche raccontate sembrano appartenere al presente. Il finale, in particolare, assume un significato ancora più potente proprio per questo motivo: ciò che vediamo sullo schermo non appartiene al passato.



il cinema per capire il mondo.
grazie
Bravo Francesco, molto bravo.
Quello che scrivi di questo film è entusiasmante.
Anche molto scorrevole il modo in cui scrivi ed è importante in un mondo in cui leggere sembra così difficile.
un testo breve ma non troppo, che racconta in modo attento, colto e brillante un film che diventata cosi un film da non perdere