“Per la Candelora, se piova o se nevica, dell’inverno siamo fora; ma se c’è sole o solicello, dell’inverno siamo ancora a mezzo”. Così come questo proverbio popolare del 474 d.C. scandisce l’andamento delle stagioni, allo stesso modo i mostri funzionano come precisissimo termometro del periodo storico in cui viviamo.
Strumento narrativo usato sin dall’alba dei tempi per incanalare e dare forma intelligibile a paure e desideri, tormenti e nemici, divieti e pericoli, il mostro sta tornando prepotentemente a far parlare di sé in un momento storico che, dopo la pandemia di Covid-19, continua a essere segnato da orrori e paure: si va dallo scandalo senza fine degli Epstein Files a guerre e focolai sparsi per il mondo, dagli incubi per gli effetti ancora non noti dell’intelligenza artificiale all’aumento di malattie prodotte dal nostro stesso inquinamento.
Frankenstein raccontato da Mary Shelley
In soli cinque anni si sono avvicendati sullo schermo Demeter – Il risveglio di Dracula (2023) di André Øvredal, Povere Creature! (2003) di Yorgos Lanthimos, Nosferatu (2024) di Robert Eggers, Frankenstein (2025) di Guillermo del Toro, Dracula – L’amore perduto di Luc Besson, l’atteso The Mummy (2026) di Lee Cronin ed è in arrivo un quarto film del franchise La mummia con Brendan Fraser e Rachel Weisz.
A questo elenco si aggiunge ora La Sposa! di Maggie Gyllenhaal, che non a caso prende le mosse da un attualissimo orrore: un femminicidio. Chicago, anni ’30. Ida (Jessie Buckley) viene uccisa dagli sgherri di un boss mafioso noto per ridurre al silenzio le donne che lo hanno servito, diventando poi scomode; il suo cadavere viene casualmente riesumato dalla dottoressa Euphronious (Annette Bening, magnifica!), che accoglie la richiesta di aiuto del mostro creato dal dottor Frankenstein, ancora in vita ma dilaniato dalla solitudine.
“Frank” (diminutivo del cognome del “padre”, interpretato da Christian Bale) e la nuova Ida (autoproclamatasi “La Sposa”) inizieranno così un’avventura folle e sanguinaria tra Chicago e New York, alla ricerca di se stessi. Al loro fianco, si fa per dire, due detective che indagano sugli omicidi compiuti dalla mostruosa coppia (i non troppo convincenti Peter Sarsgaard e Penélope Cruz) e la scrittrice Mary Shelley, che abita la coscienza di Ida…
Un’insolita “possessione letteraria”
Questa insolita “possessione letteraria” è tra gli elementi più interessanti del film firmato da Maggie Gyllenhaal, qui alla sua seconda prova come regista dopo La figlia oscura: l’autrice ottocentesca, pioniera del genere fantastico, mente precoce e brillante, apre il film presentando la storia come un sequel non ancora narrato della sua opera più nota, Frankenstein per l’appunto. La sua presenza a tratti luciferina, che guida le mosse di Ida verso una vera e propria rivoluzione femminista, dona all’opera un livello di lettura denso e stratificato, che tocca psicoanalisi e metalinguaggio, con incursioni sparse nella letteratura e poesia che furono contemporanee alla Shelley.
Jessie Buckley (grande protagonista dell’attuale stagione dei premi grazie al suo ruolo in Hamnet di Chloé Zhao) è straordinaria nell’incarnare sia la geniale e progressista scrittrice inglese che la folle Ida, restituita a nuova vita con l’implicita missione di ridare voce alle donne, sia a quelle viventi, sottomesse da un mondo patriarcale e misogino, che a quelle morte, uccise da uomini violenti o semplicemente in cerca di un riscatto postumo.

I mostri siamo noi!
Curioso, dunque, che Ida venga inizialmente creata per essere la “moglie” di Frank. È un equivoco che viene subito sciolto: Ida non è moglie di nessuno, è libera e liberatrice, fuoco che arde in un mondo grigio in cui la ribellione del #metoo si scatena all’inno di “Brain attack”, attacco celebrale, quello di un risveglio generalizzato che mette finalmente a fuoco i veri mostri. Non i due sposi resuscitati dalla morte ma il boss Lupino e i suoi uomini, che fanno (letteralmente) collezione di lingue di donne, orchi autoelettisi intoccabili che ricordano terribilmente Epstein e i ricchissimi della sua ampia corte. E Frank, in tutto ciò?
Maggie Gyllenhaal lo rende il mostro dei sogni: a differenza dell’umanità disumana che lo circonda, questo ammasso di parti umane putrescente incarnato da un fantastico Christian Bale (si, la sua interpretazione supera di gran lunga quella di Jacob Elordi) è una persona gentile, rispettosa, paziente, colta, un appassionato di cinema che si immagina ad occhi aperti ballare il tip tap come il suo idolo, il fittizio Ronnie Reed (interpretato da Jake Gyllenhaal). Il rapporto tra Frank e Ida, che nel film originale del 1935, La moglie di Frankenstein, si risolve in pochissime inquadrature – la futura compagna del mostro è talmente spaventata da lui che lo rifiuta – assume in La Sposa! la profondità rivendicata da Mary Shelley all’inizio del film: i due sono profughi di un mondo violento, corrotto, rigido nelle etichette, nel quale una rivoluzione, a sua volta inevitabilmente violenta, diventa l’unico strumento per evitare la sopraffazione e rivendicare il proprio diritto a esistere.
Come Bonnie e Clyde, Frank e Ida sono complici nell’infrangere qualsiasi etichetta, vivendo di sogni perduti (il passato immaginario che Frank crea per Ida, che non ricorda nulla della sua precedente vita), sogni immaginati (i film), sogni acquisiti (quelli delle donne morte) e un unico desiderio: vivere. Questa consistente e complessa materia narrativa, ricchissima di spunti, riflessioni, dialoghi introspettivi, giochi di parole, sottotesti letterari, viene gestita da Gyllenhaal piuttosto bene, con momenti brillanti e ottimamente riusciti (sicuramente tutte le scene di ballo, i monologhi di Mary Shelley, i passaggi tra realtà e finzione, colore e bianco e nero).
Qualche incertezza sul fronte della scrittura
Buona la direzione di un cast quasi perfettamente in parte, godibili tutti i movimenti virtuosi della macchina da presa, giusta la scelta di valorizzare i primi piani degli attori. Sul fronte della scrittura, invece, c’è una certa incertezza nella direzione da prendere: nonostante dialoghi ben scritti, il film fatica non poco a reggere le oltre due ore di durata, mancando inneschi narrativi in grado di condurre lo spettatore verso una chiara progressione di eventi. Questo si traduce in avvitamenti e lungaggini nella sceneggiatura che si sarebbero potuti evitare, alleggerendo il film e rendendolo ancora più incisivo nelle sue comunque coraggiose scelte.
Sul fronte tecnico, invece, La Sposa! è molto solido, con un bell’impianto sonoro, ottime musiche e fotografia, curate rispettivamente da Hildur Guðnadóttir e Lawrence Sher, non a caso entrambi già sui set sia di Joker che di Joker: Folie à Deux. Nota di merito per costumi (Sandy Powell), trucco e scenografie, tutti caratterizzati da grande eclettismo e una maniacale cura per i dettagli.


