martedì, Aprile 16, 2024
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La società della neve, recensione del film di J.A. Bayona

La recensione de La società della neve, survival thriller di J.A. Bayona che ha chiuso, Fuori Concorso, Venezia 80. Disponibile prossimamente su Netflix.

Siamo circondati da storie, anzi, si potrebbe azzardare che la realtà sia composta da storie e che ogni persona sia portatrice sana di un racconto specifico e personale, anche solo per come si pone nei confronti del mondo. Il vero problema è legato alla capacità di trovare sempre nuovi punti di vista attraverso i quali raccontare eventi, narrazione, episodi, fatti e storytelling che altrimenti rischierebbero di diventare convenzionali, progressive copie conformi dello stesso pattern già tracciato, fino a schiacciarsi in una fragile zona grigia tra l’archetipo e il cliché.

L’abilità del narratore sta proprio nel talento di guardare, attraverso occhi nuovi, a percorsi già tracciati, esattamente come ha fatto il regista spagnolo Juan Antonio Bayona con la sua ultima fatica, La società della neve, un prodotto targato Netflix incentrato su una (terribile) storia vera: l’incidente aereo che, nel 1972, vide protagonista la nazionale di rugby dell’Uruguay, precipitata sulle Ande dove riuscirono a sopravvivere per due mesi tra stenti, orrori, privazioni e fame; così, i 29 sopravvissuti furono costretti ad adottare soluzioni estreme per poter restare in vita. Presentato Fuori Concorso all’esima Mostra del Cinema di Venezia, il film ha chiuso ufficialmente la nota kermesse cinematografica.

Per approcciarsi a La società della neve bisogna liberarsi di qualunque pregiudizio, perché Bayona ha demolito ogni premessa, abbattuto ogni vincolo o legame rimasto con le opere precedenti sullo stesso argomento (come Alive – Sopravvissuti, diretto da Frank Marshall nel 1993) riscrivendo un epos contemporaneo da zero, a partire dall’omonimo libro-reportage scritto dal giornalista Pablo Vierci. Questo survival-thriller è un caleidoscopio di punti di vista diversi che si inseguono e susseguono, con cambi di ottiche e prospettive continui che cercano di scendere, sempre più a fondo, nell’intimità dei sopravvissuti senza trascurare la storia di nessuno, né di chi è rimasto né – tantomeno – di chi non ce l’ha fatta e non ha più una voce per raccontare la propria storia.

A prescindere dalla potenza immaginifica della vicenda reale narrata, Bayona mette al servizio della causa la propria abilità di regista, scrivendo la suspense immagine dopo immagine, scivolando da una situazione all’altra in un crescendo claustrofobico di orrore e resilienza, mettendo alla prova l’essenza stessa dell’essere umano e dei limiti che può spingersi ad infrangere in nome di un unico istinto: la vita.

Un film che solleva dubbi esistenziali ed etici

Scegliere la vita, che per alcune religioni assume quasi le sfumature di un dogma da seguire e rispettare anche nei momenti più bui dell’esistenza: e non è casuale il riferimento alla sfera spirituale, visto che La società della neve solleva dubbi esistenziali ed etici che trascendono la sfera puramente pratica, concreta e terrena puntando direttamente alle stelle, ai misteri insondabili dell’inconscio e dell’anima. Il film di Bayona è permeato di queste contraddizioni che lo attraversano febbrilmente. In tal modo, si scrive l’azione drammatica al fine di costruire la suspense in modo progressivo e dare vita ad un thriller claustrofobico basato sulle contraddizioni tra gli spazi: enormi e sovrastati da una minacciosa natura incontaminata che – in termini leopardiani – si scopre matrigna, poco accogliente nei confronti di un elemento estraneo come l’uomo incapace di domarla, di piegarla al proprio volere; ma anche minuscoli e stretti come angusti pertugi nei quali tentare di conservare degli sporadici barlumi di dignità umana.

E la società che lì nasce, tra quei frammenti di rottami e i cadaveri dilaniati, è primigenia, lontana dalle regole e dalle convenzioni della società borghese e della morale cattolica. Come ne Il signore delle mosche di William Golding, un mondo nuovo nasce dalle ceneri e si delineano nuovi equilibri, consci di un’unica certezza: l’esistenza empatica di quegli individui può esistere solo in quel fragile squarcio nello spazio-tempo, lontano dalla civiltà.

La società della neve è un film che bilancia, perfettamente, l’intrattenimento richiesto da un colosso come Netflix – con le sue regole non scritte, come le mastodontiche durate di due ore – e la profondità di un autore navigato che usa i meccanismi dietro “l’inganno” del cinema per parlare di vita, morte, religione, etica, coscienza, amore ed empatia: temi importanti e tabù sociali che inducono, necessariamente, gli spettatori alla riflessione, “costringendoli” a condividere gli spazi angusti dei sopravvissuti in una progressiva riduzione fino a raggiungere la totale assenza d’aria, quella lama di luce che separa appena il buio dalla morte, illuminando i contorni di chi lotta strenuamente per sopravvivere a dispetto delle condizioni avverse.

Il film del regista spagnolo rende omaggio non solo alla Storia e a coloro che poterono tornare per raccontare quell’orribile incidente, ma porta il rispetto necessario alla memoria delle vittime, alle loro voci e anche alla sacralità di un paesaggio naturale talmente intoccabile da essere una cattedrale a cielo aperto, un luogo che inquieta e non rassicura con la sua magnificenza, ma ricorda all’uomo quale porzione di ruolo ricopre nell’economia sconfinata dell’universo e dell’ordine cosmico delle cose.

Guarda il teaser trailer de La società della neve

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Questo survival-thriller è un caleidoscopio di punti di vista diversi che si inseguono e susseguono, con cambi di ottiche e prospettive continui che cercano di scendere, sempre più a fondo, nell’intimità dei sopravvissuti senza trascurare la storia di nessuno, né di chi è rimasto né – tantomeno – di chi non ce l’ha fatta e non ha più una voce per raccontare la propria storia. Il film, quindi, bilancia perfettamente l’intrattenimento richiesto da un colosso come Netflix e la profondità di un autore navigato che usa i meccanismi dietro “l’inganno” del cinema per parlare di vita, morte, religione, etica, coscienza, amore ed empatia: temi importanti e tabù sociali che inducono, necessariamente, gli spettatori alla riflessione.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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Questo survival-thriller è un caleidoscopio di punti di vista diversi che si inseguono e susseguono, con cambi di ottiche e prospettive continui che cercano di scendere, sempre più a fondo, nell’intimità dei sopravvissuti senza trascurare la storia di nessuno, né di chi è rimasto né – tantomeno – di chi non ce l’ha fatta e non ha più una voce per raccontare la propria storia. Il film, quindi, bilancia perfettamente l’intrattenimento richiesto da un colosso come Netflix e la profondità di un autore navigato che usa i meccanismi dietro “l’inganno” del cinema per parlare di vita, morte, religione, etica, coscienza, amore ed empatia: temi importanti e tabù sociali che inducono, necessariamente, gli spettatori alla riflessione.La società della neve, recensione del film di J.A. Bayona