In una società come la nostra, intesa villaggio globale dove l’informazione è l’ultimo obolo spendibile, esistono ancora solo una manciata di presidi prima del baratro. Tra questi c’è la scuola, istituzione cruciale nell’assunzione di una postura e di uno sguardo nei confronti delle sempre più numerose asimmetrie della realtà di fronte alle quali un individuo si sfianca su base quotidiana. Scuola che è la prima fucina di un sapere meccanico ed algoritmico che spesso dimentica di educare al padre di tutti i saperi, e cioè al pensiero critico. È certo importante conoscere la formula da applicare. Ma in tempi come i nostri, governati da una complessità prossima alla vertigine, è ben più cruciale conoscere i tempi, i modi e gli spazi dell’applicazione della formula.
Ecco, in un film come La sala professori, candidato della Germania nella sezione Miglior film internazionale agli Oscar 2024, tutti sembrano conoscere benissimo le formule. Tutti sanno le cose che vanno fatte. Sia chi è dalla presunta parte del torto, sia chi è dalla presunta parte della ragione. Questi sono i fatti, questi sono i problemi e queste sono le soluzioni. Ma ognuno degli elementi è come se venisse razionalizzato senza metterlo in contatto con ciò che lo precede e con ciò che lo segue. Allora quando la scuola media dove insegna la nuova arrivata professoressa Nowak (Leonie Benesch) è funestata da numerosi furti, tutte le azioni che vengono intraprese portano a reazioni che spostano una tacca più in alto la pressione generale.
La scuola come laboratorio del mondo
La prima cosa che fa il regista İlker Çatak, che firma anche la sceneggiatura assieme a Johannes Duncker, è togliere ossigeno all’inquadratura restringendone i confini in un 4:3 forse di maniera, ma che assolve al suo dovere di incastrare l’idealismo messo a dura prova di Nowak. È infatti lei, la più sinceramente accorta al benessere e alla crescita dei suoi studenti – anche a costo di apparire ingenua di fronte agli occhi loro e dei colleghi –, a dare il via con un gesto a una slavina che trascina la scuola in uno stallo. L’istituto scolastico, in uno slancio intuibile ma funzionale, diviene dunque laboratorio in scala del mondo e del suo vivere comune.
E quindi anche delle sue numerose frizioni, delle sue schermaglie, delle sue alleanze. Dei genitori e dei loro gruppi WhatsApp contro i professori, dei professori contro gli alunni, degli alunni prima contro loro stessi e poi contro ancora quei professori che a loro volta sono frammentati sotto l’incedere di antipatie, occhiatacce e metodi che spesso divergono. Di più, che manifestano apertamente il forte disagio di muoversi con il giracapo in un contesto dal baricentro fortemente destabilizzato. Fino a lasciare evidente, attraverso l’applicazione di misure ambigue quasi da stato di polizia (la preside ribadisce a più riprese la politica della tolleranza zero), la frustrazione del corpo docente nell’avere a che fare anche con le scivolose questioni di una contemporaneità dove ogni movimento è amplificabile e accusabile.

Il fallimento dell’istituzione
Non è casuale la decisione della sceneggiatura di passare, in un momento cardine del film, per il ruolo giocato dal giornalino scolastico. Cioè per quell’informazione di cui si diceva all’inizio e che oggi, nell’era della post-verità, baratta la deontologia con la ricerca dello ‘scandalo’ con cui fare titolo – e indicizzazione web. A dire il vero, il film da queste parti non si spinge mai del tutto e non arriva fino in fondo a una teorizzazione dei modelli sociali e delle sue aberrazioni. Come, ad esempio, faceva l’eccellente Luce di Julius Onah, altro film che da una controversia scolastica partiva per commentare con ferocia e forte amarezza la specificità del modello dell’eccellenza statunitense e del razzismo sistemico.
La sala professori resta invece soprattutto addosso al volto strapazzato dagli eventi di Benesch, al suo senso di giustizia e alle meschinità che le arrivano addosso da tutti i fronti. Si sceglie insomma una formulazione più generica, archetipica, delle strutture di potere e dello stress patito all’interno di esse, riflettendone le conseguenze sulle fragilità di chi ancora non ha ceduto al compromesso. Certo, non passa inosservata la scelta di rendere la professoressa Nowak di origine polacca, in un’opera tedesca che commenta un’alterità reazionaria e ne scandisce il braccio di ferro con un’autorità minata nello stato di salute e nella credibilità. Ma è una delle stringhe che La sala professori sfrutta per argomentare la vertigine e il fallimento, fino ad arrivare ad un finale che non concilia, anzi preannuncia con pessimismo la deflagrazione di un contesto incendiato e in mano a un nuovo genio ferito, mistificatore e forse dalla parte sbagliata della storia.


