14 luglio 1937. Una donna in abito rosso cammina per le strade di Parigi, nel giorno in cui si commemora la presa della Bastiglia e la conseguente Rivoluzione francese. Sono migliaia le persone scese in piazza a manifestare, ma lei va nella direzione opposta, allontanandosi dal rumore della folla e scegliendo le vie più deserte. Forse non condivide il medesimo spirito patriottico, essendo tedesca; o forse è alla ricerca di un’indipendenza diversa. Più forte, più individuale, più personale.
Il suo nome è Gerda Taro (Emilia Schüle), nata nemmeno trent’anni prima come Gerta Pohorylle a Stoccarda. È lei La ragazza con la Leica che dà il titolo al film di Alina Marazzi, film d’apertura della sezione Orizzonti nell’ambito dell’83esima Mostra del Cinema di Venezia. Comunista e di famiglia ebrea, con l’ascesa di Adolf Hitler Gerda è costretta a lasciare il Paese, trovando rifugio in Francia, dove l’ungherese Endre Friedman (Aaron Altaras) la inizierà alla fotografia. I due collaboreranno in diversi reportage, creando il personaggio fittizio di Robert Capa, fantomatico fotoreporter statunitense che poi diventerà lo pseudonimo di Friedman. Poi, la decisione fatale: tornare in Spagna per supportare il fronte di ribellione contro il colpo di stato di Francisco Franco.

Tra cinema di finzione e cinema del reale
Da sempre interessata alle figure femminili che si discostano dal pensiero comune e dalle convenzioni, Marazzi ha spesso optato per il documentario come forma cinematografica preferita. Non questa volta: a quasi quindici anni da Tutto parla di te, la cineasta italo-svizzera realizza il suo secondo lungometraggio di finzione, senza tuttavia rinunciare alla sua identità primaria, inserendo tra una scena e l’altra materiali d’archivio come aveva fatto anche nel film del 2012 con Charlotte Rampling.
Proprio questa forte ibridazione tra il dramma storico e il cinema del reale costituisce la particolarità maggiore di La ragazza con la Leica. Non per la scelta in sé – di certo Alina Marazzi non inventa nulla, in tal senso – ma per il modo in cui viene applicata. Emblematica la scena sopracitata: mentre la Gerda Taro impersonificata da Emilia Schüle attraversa la città, le voci, gli schiamazzi, la musica e le grida della manifestazione provengono in realtà da filmati dell’epoca.
Sceneggiatura, messa in scena, scenografia, costumi e recitazione vengono quindi contaminate in maniera diretta dal repertorio audiovisivo, con un montaggio che li fonde senza soluzione di continuità. Il set, invaso da immagini e suoni che non gli appartengono, finisce per interagire con essi e talvolta passa addirittura in secondo piano. È la stessa regista a dichiarare questa subordinazione del fotogramma “finto” a quello reale, realizzando le proprie riprese in un formato ristretto che ben si adatta a quello della pellicola 35 mm degli anni Trenta e Quaranta e rende meno evidente il passaggio dall’uno all’altra.

Una donna (e un film) dallo spirito libero
Ciò non significa che la ricostruzione drammatica delle vicende che hanno portato alla tragica morte della fotoreporter – la prima della storia uccisa sul campo di battaglia – sia sbrigativa e frettolosa, tutt’altro. Avvalendosi dell’affascinante interpretazione di Emilia Schüle, La ragazza con la Leica cattura perfettamente l’essenza della Taro: la rivendicazione di un’autonomia intellettuale che passa attraverso quella sessuale – fatta di tanti uomini e altrettante relazioni -, la sua fermezza ideologica e la sua frivolezza di giovane donna.
Il suo animo libero si propaga sulla struttura stessa del film, che viaggia negli ultimi anni di vita della fotografa con una grande padronanza della narrazione non lineare, per quanto il ritmo a tratti risenta di qualche calo di troppo. Se a questo si aggiunge un gusto estetico raffinato per la composizione delle inquadrature e una buona fotografia, ecco che La ragazza con la Leica diventa un’ottima conferma per la regista e per le sue capacità di navigare anche al di fuori delle acque a lei più congeniali.


