venerdì, Giugno 14, 2024
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La primavera della mia vita, recensione del debutto al cinema di Colapesce Dimartino

La recensione de La primavera della mia vita, l'esordio cinematografico di Colapesce Dimartino. Nelle sale come evento speciale dal 20 al 22 febbraio.

Il road movie è un genere che affonda le proprie radici nel DNA americano, nutrendosi dei suoi paesaggi sterminati e dei surreali luoghi disseminati lungo le strade che costellano le frontiere, altro topos ricorrente in un diverso genere cardine della cinematografica a stelle e strisce: il western. Ma questa paternità dell’on the road è un mito effimero: il viaggio fa parte dell’identità nordamericana così come della nostra, italiana, raccontata spesso attraverso avventure picaresche e scalcinate, rocambolesche e surreali, riflesso dei cambiamenti continui di una società mutevole e in fieri.

Il sorpasso (Dino Risi, 1962) è stato il modello originale sul quale si è plasmato il cult Easy Rider, la “cavalcata facile” che consacrò il road movie nell’immaginario collettivo della controcultura americana e nella storia della Settima Arte, spianando la strada ad innumerevoli titoli che hanno seguito quello stesso percorso tracciato negli anni ’60, desunto – a sua volta – dagli esperimenti ibridi condotti dalla Hollywood di genere (soprattutto noir) degli anni ’30-’40. Senza dubbio gli esiti più felici e creativi hanno preso corpo in seno ad una cinematografia europea attratta dalle forme e dai modelli americani, ma libera di creare dal punto di vista espressivo ed estetico: da qui gli esperimenti – felici e riusciti – di cineasti come Aki Kaurismäki, Wim Wenders, Jim Jarmusch o Emir Kusturica, solo per citarne alcuni.

Sono diversi anni che la nostra industria audiovisiva italiana è tornata sui passi tracciati dai suoi predecessori, riprendendo il percorso segnato dal genere (con esiti più o meno riusciti): un mare magnum di titoli nei quali la vera sfida diventa quella di distinguersi, rinnovando un linguaggio canonizzato in tempi non sospetti, evitando ogni rischio di trasformarlo in un prevedibile copione già scritto. Serviva quindi la creatività surreale e lo spirito critico brillante di una coppia di cantautori come Colapesce (Lorenzo Urciullo) e Dimartino (Antonio Di Martino), reduci dal recente successo sanremese con la loro Splash, per poter sparigliare le carte in gioco rinnovando il linguaggio del road movie nostrano.

Il risultato è La primavera della mia vita, primo film che li vede protagonisti sul grande schermo (oltre che autori del soggetto, co-autori della sceneggiatura insieme a Zavvo Nicolosi e Michele Astori e della colonna sonora) diretti dallo stesso Nicolosi, regista qui al suo debutto sul grande schermo, dopo aver diretto i videoclip dei due cantautori. E quello stesso stile surreale, sovversivo e malinconico si ritrova anche nel film che approderà nelle sale – come evento speciale – il 20, 21 e 22 febbraio e che vedrà anche la presenza – nel cast – dei camei di Stefania Rocca, Roberto Vecchioni, Madame, Corrado Fortuna e Brunori Sas.

La primavera della mia vita è la rocambolesca storia di due amici, con un passato musicale in comune e un futuro tutto da scrivere. Dopo la rottura del loro sodalizio professionale e un lungo periodo di silenzio, Antonio (Dimartino) ricontatta Lorenzo (Colapesce) per un nuovo, misterioso e affascinante progetto: questa volta la musica non c’entra, ma la posta in gioco è così alta da smontare l’iniziale diffidenza di Lorenzo e la scadenza così stretta da trascinare i due amici in una spericolata, quanto temeraria, corsa contro il tempo attraverso una Sicilia misteriosa e leggendaria, in cui le sorprese sembrano non finire mai. E Antonio e Lorenzo dovranno fare i conti con il proprio passato e con se stessi, fino ad affrontare una serie di sconvolgenti rivelazioni.

In un’epoca in cui ogni uscita di un nuovo album è anticipata da un documentario o da altro materiale audiovisivo che permette di spiare nel privato di un cantante di successo (come non citare, a tal proposito, quelli su Tiziano Ferro, Laura Pausini o Mahmood?), Colapesce e Dimartino si addentrano nel labirinto degli specchi della finzione, giocando con le simbologie e le dicotomie dell’esistenza all’interno de La primavera della mia vita.

Un viaggio attraverso due cuori

Proprio a partire dal titolo evocativo, che richiama alla mente quel verso tratto dal poemetto La terra desolata di Thomas Stearns Eliot – “Aprile è il mese più crudele” – con un richiamo alla pasqua e ai concetti di morte e rinascita, che come quelli di inizio e fine sembrano inseguirsi, lanciati in un forsennato valzer, all’interno dell’opera di Nicolosi. Un film che è, a tutti gli effetti, concepito come una piccola Odissea (su scala minore) attraverso una Sicilia inedita, lontana dalla fama mainstream e più vicina ad un folklore popolare surreale e stravagante, sospeso tra mito e immaginario, con incursioni da parte della realtà.

Il risultato è un contrappunto comico dissacrante, costruito sul filo sottile di un umorismo tagliante e bislacco, lontano dalla tipica comicità italiana e più vicino, inevitabilmente, a modelli internazionali come Kaurismäki (appunto) ma anche John Landis, maestro del nonsense frammentario e della narrazione per episodi: se nella produzione di Nicolosi il montaggio con stacchi netti è sempre stato un “escamotage narrativo”, qui si trasforma in caratteristica estetica, imprescindibile cifra stilistica di un’opera che ricorda, da vicino, le atmosfere instillate nelle canzoni degli stessi Colapesce e Dimartino (come hanno confermato loro stessi nel corso della nostra videointervista), dalle quali filtra – attraverso le fragili crepe di un’apparente leggerezza spensierata (e pop) – una malinconia amara, struggente, nella quale risuona l’eco di una stagione finita, di una “decomposta fiera” abbandonata, di un finale di stagione nostalgico necessario per permettere al cambiamento di avanzare.

Perché La primavera della mia vita, oltre ad essere un road movie (dotato di un’estetica surreale) e un film che occhieggia alla poetica cinematografica di Landis, è prima di tutto un viaggio attraverso due cuori: uno è quello di una Sicilia inedita, misterica e mitologica; l’altro è legato invece ad un’amicizia in apparenza inossidabile che ha però bisogno di ritrovare se stessa nei luoghi più impensati, passando per le prove dell’esistenza in modo tale da poter scoprire una nuova consapevolezza, cambiando il proprio punto di vista.

E questo tema così importante è veicolato al pubblico all’interno di una confezione pop e patinata, caratterizzata da colori sgargianti e paesaggi alieni, muovendosi in equilibrio tra i generi per stupire lo spettatore: dramedy, commedia nera, on the road e perfino una leggera spolverata di folk horror nostrano, nei quali ogni crescendo viene prontamente smorzato in un andamento iperbolico, con le battute – unione perfetta di ritmo e tempo – a fare da metronomi per il corso dell’intero film.

“Un vero viaggio non è cercare nuove terre, ma avere nuovi occhi”, scriveva Marcel Proust: e con La primavera della mia vita il tentativo è proprio quello di narrare, attraverso la forza evocativa ed estetizzante delle immagini, un viaggio reale (in una società meno turistica, sospesa tra mito e leggenda) e al contempo metaforico tra le pieghe di un’amicizia sfaldata alla ricerca di una nuova avventura per potersi rigenerare, cambiando pelle.

E la colonna sonora, permeata da un ricorrente gusto che guarda agli anni ’70 e ’80, è concepita a partire dalle atmosfere evocate dalle singole scene del film, ricoprendo infine il ruolo di fil rouge che collega tra loro le situazioni frammentarie mostrate sullo schermo, creando un cortocircuito comunicativo tra la produzione musicale (sia singola, che in coppia) di Colapesce e Dimartino e il film girato da Nicolosi, instillando nella leggerezza una vena di malinconia struggente: una sensazione che, almeno una volta nella vita, ha finito per pervadere ognuno di noi.

Guarda il trailer de La primavera della mia vita

GIUDIZIO COMPLESSIVO

La primavera della mia vita, oltre ad essere un road movie (dotato di un'estetica surreale) e un film che occhieggia alla poetica cinematografica di John Landis, è prima di tutto un viaggio attraverso due cuori: uno è quello di una Sicilia inedita, misterica e mitologica; l’altro è legato invece ad un’amicizia in apparenza inossidabile che ha però bisogno di ritrovare se stessa nei luoghi più impensati, passando per le prove dell’esistenza in modo tale da poter scoprire una nuova consapevolezza, cambiando il proprio punto di vista. E questo tema così importante è veicolato al pubblico all’interno di una confezione pop e patinata, caratterizzata da colori sgargianti e paesaggi alieni, muovendosi in equilibrio tra i generi per stupire lo spettatore.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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La primavera della mia vita, oltre ad essere un road movie (dotato di un'estetica surreale) e un film che occhieggia alla poetica cinematografica di John Landis, è prima di tutto un viaggio attraverso due cuori: uno è quello di una Sicilia inedita, misterica e mitologica; l’altro è legato invece ad un’amicizia in apparenza inossidabile che ha però bisogno di ritrovare se stessa nei luoghi più impensati, passando per le prove dell’esistenza in modo tale da poter scoprire una nuova consapevolezza, cambiando il proprio punto di vista. E questo tema così importante è veicolato al pubblico all’interno di una confezione pop e patinata, caratterizzata da colori sgargianti e paesaggi alieni, muovendosi in equilibrio tra i generi per stupire lo spettatore.La primavera della mia vita, recensione del debutto al cinema di Colapesce Dimartino