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La morte è un problema dei vivi, recensione del film di Teemu Nikki

Diretto dal pluripremiato regista finlandese Teemu Nikki, La morte è un problema dei vivi arriva al cinema dal 4 luglio.

Un autista di carri funebri e un uomo senza cervello si incontrano. Sembra l’inizio di una barzelletta, ma invece è la premessa de La morte è un problema dei vivi. Il film, presentato nella sezione “Progressive Cinema” della 18esima edizione della Festa del Cinema di Roma, arriva nelle sale italiane dal 4 luglio distribuito da I Wonder Pictures.

Una volta messo in chiaro che non c’è quasi niente di divertente in quel che vedremo, possiamo dire che l’opera diretta dal finlandese Teemu Nikki sembra muoversi piuttosto nel territorio delle favole a sfondo morale. Del resto, è il titolo stesso La morte è un problema dei vivi ad indurci a cercare un insegnamento nella storia che ci viene raccontata. Si tratta in realtà di una frase pronunciata da Risto Kivi (Pekka Strang) nel corso del film: un’affermazione lapidaria, che sembra racchiudere allo stesso tempo una saggezza antica e una distaccata disillusione. Mentre parla, Risto sta in realtà riflettendo sui risvolti concreti del suo lavoro. È lui, infatti, colui che guida il carro funebre. Il titolo originale in finlandese, però, è semplicemente Peluri, ossìa “giocatore”.

Sì, perché Risto è un giocatore d’azzardo compulsivo, che trascorre il tempo a buttare tutte le sue misere entrate in siti di scommesse e casinò online. Quello del gioco è infatti un tema che ritornerà in altra veste (che non sveliamo) nel corso della visione e che appare a sua volta legato ai risvolti morali di cui parlavamo. L’altro uomo è Arto Niska (Jari Virman). Una serie di accertamenti medici a seguito di un banale strappo al collo svelano una verità assurda: Arto ha la testa vuota, nel senso letterale del termine, ovvero non ha il cervello.

Una grottesca via di mezzo tra commedia e tragedia

È ovvio che ci troviamo nel campo dell’assurdo, ma esattamente a che genere appartiene La morte è un problema dei vivi? Difficile rispondere, dal momento che abbiamo a che fare con una grottesca via di mezzo tra commedia e tragedia. L’intreccio paradossale, d’altronde, non concede al regista di prendersi troppo sul serio, pur essendo in realtà serissimo nelle sue argomentazioni. Nel momento in cui le esistenze di Risto e Arto si intrecciano in una singolare collaborazione “lavorativa” (se così si può definire) si ha l’impressione che il film voglia parlare semplicemente di amicizia, ma in realtà La morte è un problema dei vivi vuole essere molto più di questo.

È ovvio che ci troviamo nel campo dell’assurdo, ma esattamente a che genere appartiene La morte è un problema dei vivi? Difficile rispondere, dal momento che abbiamo a che fare con una grottesca via di mezzo tra commedia e tragedia. L’intreccio paradossale, d’altronde, non concede al regista di prendersi troppo sul serio, pur essendo in realtà serissimo nelle sue argomentazioni. Nel momento in cui le esistenze di Risto e Arto si intrecciano in una singolare collaborazione “lavorativa” (se così si può definire) si ha l’impressione che il film voglia parlare semplicemente di amicizia, ma in realtà La morte è un problema dei vivi vuole essere molto più di questo.

Due uomini problematici e incompresi, derisi o deprecati dalla società, trovano un punto di incontro, accettando le reciproche stranezze. A ben vedere, si tratta perciò di un film sulla consapevolezza e sulle modalità con cui possiamo venire a patti con i nostri difetti e con il modo in cui essi vengono percepiti dagli altri. Risto con la sua ludopatia e Arto con il suo cervello inesistente sono assuefatti alla propria condizione: gli va bene così, almeno finché qualcun altro non se ne accorge al posto loro. Nel momento in cui gli altri (che si tratti di moglie, figli, datori di lavoro, conoscenti, poco importa) scelgono di emarginarli, allora i due si trovano, cercando una strategia comune per venire a patti con la propria natura.

Una cornice bislacca per raccontare gli ultimi

In questo senso possiamo dire che è vero: La morte è un problema dei vivi è un film sull’amicizia, ma non banalmente intesa come poetico legame tra due tizi strampalati. Risto e Arto sono due personaggi tragici a tutti gli effetti, annientati dalla propria immutabile natura e destinati vagare senza sosta per ritagliarsi un posto dignitoso nel mondo. Il fatto che Teemu Nikki li “intrappoli” in una cornice così bislacca, elevandoli poi a simbolo di tutti gli ultimi, è di per sé interessante e per certi versi geniale.

Tuttavia, il susseguirsi incessante di situazioni incomprensibili rende indecifrabili alcuni passaggi del film, come se il regista si fosse fatto prendere un po’ troppo la mano da un’idea, tralasciando la coerenza del racconto. L’indubitabile ironia unita agli stilemi narrativi caratteristici del cinema d’autore nordico rendono quest’opera unica nel suo genere, sebbene di non facile presa. Alla fine sorridiamo a denti stretti, come si fa con una battuta che non siamo certi di aver capito.

Guarda il trailer de La morte è un problema dei vivi

GIUDIZIO COMPLESSIVO

È ovvio che ci troviamo nel campo dell’assurdo, ma esattamente a che genere appartiene La morte è un problema dei vivi? Difficile rispondere, dal momento che abbiamo a che fare con una grottesca via di mezzo tra commedia e tragedia. L’intreccio paradossale, d’altronde, non concede al regista di prendersi troppo sul serio, pur essendo in realtà serissimo nelle sue argomentazioni. Nel momento in cui le esistenze di Risto e Arto si intrecciano in una singolare collaborazione “lavorativa” (se così si può definire) si ha l’impressione che il film voglia parlare semplicemente di amicizia, ma in realtà La morte è un problema dei vivi vuole essere molto più di questo.
Annalivia Arrighi
Annalivia Arrighi
Appassionata di cinema americano e rock ‘n’ roll | Film del cuore: Mystic River | Il più grande regista: Martin Scorsese | Attore preferito: due, Colin Farrell e Sean Penn | La citazione più bella: “Questo non è volare! questo è cadere con stile!” (Toy Story)

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È ovvio che ci troviamo nel campo dell’assurdo, ma esattamente a che genere appartiene La morte è un problema dei vivi? Difficile rispondere, dal momento che abbiamo a che fare con una grottesca via di mezzo tra commedia e tragedia. L’intreccio paradossale, d’altronde, non concede al regista di prendersi troppo sul serio, pur essendo in realtà serissimo nelle sue argomentazioni. Nel momento in cui le esistenze di Risto e Arto si intrecciano in una singolare collaborazione “lavorativa” (se così si può definire) si ha l’impressione che il film voglia parlare semplicemente di amicizia, ma in realtà La morte è un problema dei vivi vuole essere molto più di questo.La morte è un problema dei vivi, recensione del film di Teemu Nikki