venerdì, Luglio 19, 2024
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La memoria dell’assassino, recensione del film di e con Michael Keaton

Diretto e interpretato a Michael Keaton al fianco di Al Pacino, James Marsden e Marcia Gay Harden, La memoria dell'assassino è al cinema dal 4 luglio.

Che disastro La memoria dell’assassino. La seconda regia di Michael Keaton, che torna dietro la macchina da presa a quindici anni di distanza da The Merry Gentleman, è uno di quei racconti machisti e di padri che devono redimersi tremendamente fuori tempo massimo. Il copione firmato da Gregory Poirier è un fatale cocktail di filosofia gretta e di riflessioni terminali, dove finiscono per intersecarsi i peggiori residuati dei filoni noir, revenge e thriller. Knox (lo stesso Keaton) è un sicario su commissione. Lavora in coppia con Muncie (Ray McKinnon) e si appresta a svolgere l’ennesimo incarico, ma scopre di soffrire di una aggressiva forma di demenza. Gli resta poco tempo da lucido e decide allora di chiudere i ponti con il lavoro prima che sia troppo tardi.

Solo che durante l’ultima missione combina un casino a causa della malattia, e come se non bastasse poco dopo suona alla sua porta sua figlio Miles (James Marsden). Non si vedono o si sentono da anni, ma Miles si è ritrovato in un pasticcio e chiede al padre di aiutarlo a risolverlo. Già dalla sinossi si intuisce come La memoria dell’assassino si inabissi in un dedalo di intrecci che poco hanno a che vedere con la condizione che sta attraversando Knox. Un personaggio abbastanza di superficie, al quale Keaton prova a donare dello spessore emotivo assieme ad alcuni timidi tentativi di spezzare la regia con dei blackout utili a sottolinearne la fragilità mentale, che però vanno davvero poco oltre l’accenno.

Un pastrocchio incoerente e mai uniforme

Questo è un film che sin dalle premesse non è capace di rendersi chiaro negli snodi e nelle intenzioni, nei rapporti e nei loro rovesciamenti. Si potrebbe appunto pensare: è un modo intenzionale per fare cassa di risonanza sul progressivo degenerare della condizione di Knox. Ma questo tentativo di giustificare in chiave di forma cinematografica La memoria dell’assassino si infrange addosso ai continui spostamenti di sguardo a cui il copione va incontro.

Prima passa su Xavier (Al Pacino), il boss e vecchio compare di Knox, un personaggio davvero spicciolo, scritto male forse solo al pari di quello della detective Ikari (Suzy Nakamura), sulle tracce del protagonista e con la quale in più di un’occasione condividiamo la moscissima caccia all’uomo. E poi ancora si passa su Miles e sui momenti che condivide con la sua famiglia, in scorci fugaci che dovrebbero raccontarci qualcosa del suo essere padre e che invece nell’effettivo rasentano l’inutile, se non apertamente il ridicolo.

Allora diviene chiaro come non ci sia alcuna intenzione strutturale dietro tutto ciò, bensì solo un dosaggio completamente sbagliato di tempi e modi che rendono gli snodi della pellicola un pastrocchio. Non aiutata di certo nemmeno in fase di montaggio (Jessica Hernandez), appesantito da dissolvenze da serial TV, che fa il paio con una fotografia (Marshall Adams) coerente con tutto quello che le sta attorno e quindi anch’essa incapace di trovare uniformità nel tono e nelle scelte adottate.

Un film stolto e machista

La memoria dell’assassino procede in maniera pretestuosa, accarezzando i cliché senza mai provare, nemmeno per un istante, a problematizzarli, a porli in questione, a desaturarne i caratteri. No, il vecchio boss con la compagna giovanissima, la prostituta dell’est (Joanna Kulig) che fa compagnia, le convinzioni granitiche di giusto e vendetta («Se lo è meritato?») di un protagonista sulla soglia del non ritorno sono solo tasselli da collocare con un misto tra rispetto, romanticismo e ammirazione.

È insomma tutto impastato in un’indigesta poltiglia di muscolarità senile che parla di peni, di tirare fuori le palle e si compiace del senso di giustizia fai da te. Dove nel mezzo, per non farsi mancare proprio nulla, riesce persino a trovare il tempo di ridicolizzare il veganesimo, in una scena in cui si parla tra uomini veri e gli uomini veri è ovvio che mangino costolette. E sembra, in conclusione, davvero assurdo reiterare questa retorica di un uomo buono-nonostante-tutto, dove a fargli scontare qualcosa è solo la natura e, infine, nessun che non sia egli stesso, perché tutti gli altri in fondo lo amano (addirittura l’ex moglie, Marcia Gay Harden!), lo capiscono, ne hanno stima. Un cinema così stolto, nel 2024, non ha posto alcuno.

Guarda il trailer de La memoria dell’assassino

GIUDIZIO COMPLESSIVO

La memoria dell’assassino è un film terribile. Pasticciato nello script, confuso e minato da una costante retorica machista, sbaglia tutto lo sbagliabile nei toni, nei temi e nelle argomentazioni.

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