La trama di La grazia è stata a lungo un mistero. Così ha deciso il regista Paolo Sorrentino per preservare la sorpresa in sala. Questa recensione si adegua alla volontà del regista, rivelando solo pochi dettagli essenziali alla comprensione del film. Perché La grazia, a conti fatti, non è certo un film che vive sui misteri della sua storia o su chissà che colpo di scena. Come sempre, nel cinema di Sorrentino, a fare da padrona è la messa in scena maestosa, enfatica e sentenziosa, ma pienamente cinematografica. Il come, spesso, è più importante del cosa. Ci si trova così a seguire dei personaggi che, come nel precedente Parthenope, sembrano avere l’ansia di pronunciare, ad ogni scambio, battute che risolvano ogni mistero dell’essere. In questo caso, per quanto argute, dicono molto di meno rispetto a ciò che le immagini riescono a comunicare.
Protagonista di La grazia – film d’apertura, in concorso, dell’82esima Mostra del Cinema di Venezia e in sala dal 15 gennaio – è Mariano De Santis, interpretato da Toni Servillo. È il Presidente della Repubblica. O meglio, è un Presidente della Repubblica, di un’Italia che assomiglia alla nostra, ma è più l’Italia di Sorrentino (un vero e proprio filo conduttore delle sue opere). De Santis accorpa su di sé le caratteristiche di molti Presidenti veri, così da non rappresentarne nessuno. Siamo in un mondo leggermente ucronico, in cui il papa è nero (e ha un bizzarro accento tedesco) e dove le forze armate sono impeccabili, guidate da un cane-robot-artificiere. Il resto, però, è l’Italia sorrentiniana che già conosciamo. Fatta di volti con caratteristiche uniche, pieni di personalità, senza mai una via di mezzo.
C’è un astronauta, solo nello spazio, in balia della gravità. Il suono del suo abitacolo vuoto risuona nella testa del Presidente, ormai prossimo a fine mandato, come una colonna sonora continua. È l’aspirazione a una libertà dai riti e dalle responsabilità o è una pulsazione simile a quella di un battito cardiaco che si sta per spegnere? Un elogio della solitudine o un monito sulla prigionia dell’isolamento?

La grazia di invecchiare
Con Youth – La giovinezza Sorrentino aveva già preso di petto il tema della vecchiaia, stato dell’esistenza impossibile da concepire in un mondo frenetico in cui l’età del corpo lotta con quella dell’anima. Qui l’anzianità si scontra con il cliché della saggezza. Il Presidente esita a prendere una decisione. Attende che le cose passino e sia il suo successore a doversi sporcare le mani. Sul suo tavolo, poste dalla figlia giurista (Anna Ferzetti), ci sono le carte per due casi in attesa di grazia: un uomo che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer; una donna che ha ucciso il marito violento. In mezzo, tra i due, una legge sull’eutanasia tanto attesa in Italia, ma che De Santis continua a rimandare.
Meno ispirato sotto il profilo della costruzione del personaggio, Servillo incarna un uomo dalle molte anime. Sono tante le linee del racconto che confluiscono su di lui. Si parte dalla dimensione più privata: il rapporto con sua moglie, defunta da un po’ di anni, che ha lasciato un vuoto in lui. C’è poi il tentativo di essere padre, con una figlia troppo presente e un figlio all’estero per inseguire il suo sogno di scrivere musica. Compone canzoni pop, un genere che il padre ascolta ad alto volume nelle stanze del Quirinale.
Ci sono poi le amicizie, come quella con Coco Valori, “parodia di una critica d’arte” (come lei stessa si definisce). È il personaggio più riuscito del film. La sua parlata mitragliante distrugge l’aura di solennità del regista giusto in tempo, prima che questa diventi insopportabile. Infine ad agire sul film c’è la dimensione di carica pubblica, il peso che questa porta con sé.
Leader che si ribellano al potere
L’idea che la massima carica dello stato voglia ribellarsi alle regole dell’istituzione che lui stesso rappresenta è pazzesca. I dilemmi etici proposti dal film sono graffianti. “Se non approvo la legge sull’eutanasia divento un torturatore. Se la approvo divento un assassino”, dice De Santis in crisi. La grazia fatica però a tenere insieme questa parte con tutti gli altri piani del racconto. Come suo solito, Sorrentino salta da un tono all’altro: dramma e commedia, solenne e basso, sacro, istituzionale, profano. Non sempre con la giusta armonia.
C’è un’ossessiva ricerca di leggerezza nel suo protagonista. Il film non riesce quasi mai a raggiungerla talmente è impegnato a far convivere idee e snodi narrativi che sembrano appartenere a film differenti e a più personaggi, non solo a uno. Per ogni immagine potente che riesce a trovare (il gesto di aspirare una sigaretta dice tutto su chi lo fa), il film smorza l’entusiasmo con un colpo di scena troppo prevedibile e alcune sequenze che non vanno da nessuna parte. La grazia è come una grande semina che promette molto, ma inizia a raccogliere troppo tardi e in maniera meno emozionante di quello che probabilmente si immaginava il regista.

Alla ricerca della grazia
Cos’è la grazia da concedere e come vivere con grazia? Di chi sono i nostri giorni? In queste domande c’è la ricerca autoriale e spirituale più urgente. Quella che fa nascere il film. Risulta però annacquata da un eccesso di tempo, di suggestioni, di idee. Lontano dall’equilibrio de È stata la mano di Dio, meno divisivo di Parthenope, La grazia sarà ricordato come uno di quei film perfettamente inseriti nella filmografia del regista, in una solida posizione mediana. Perfetto per chi già ama il suo cinema, potrebbe essere un buon entry point per qualche spettatore fino ad ora distante.
Ci si aspettava però qualcosa di più, sia a livello di trovate di regia che su quello delle emozioni. Come un salto ad ostacoli, invece, il film alterna scene che restano impresse ad altre di minore impatto. Il rischio è che La grazia sarà ricordato più per singoli istanti che per la sua totalità. Come un romanzo in cui alcuni capitoli sono ciò che di meglio ha il suo autore da offrire e altri sono scritti con mestiere, ma senza la capacità di colpire a fondo.


