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La gioia, recensione del film di Nicolangelo Gelormini

Interpretato da Valeria Golino, Saul Nanni e Jasmine Trinca, La gioia è al cinema dal 12 febbraio grazie a Vision Distribution.

Dopo l’esordio potente e doloroso di Fortuna (2020), Nicolangelo Gelormini affronta nuovamente uno dei territori più impervi del cinema contemporaneo: quello in cui la cronaca nera si trasforma in materia tragica, senza mai scadere nella ricostruzione morbosa o nel giudizio sommario.

Con La gioia, il regista prosegue così la sua indagine sulle vittime silenziose e sui carnefici imperfetti, scegliendo ancora una volta di raccontare ciò che resta fuori campo: le dinamiche emotive, i vuoti educativi, le responsabilità diffuse. Ispirato al caso di Gloria Rosboch, La gioia non insegue la verità dei fatti ad ogni costo, semmai quella più scomoda e universale dei sentimenti deformati.

Di cosa parla La gioia? 

Gioia (interpretata da Valeria Golino) insegna in un liceo e conduce un’esistenza sospesa, rimasta prigioniera di un nucleo familiare soffocante che le ha negato ogni autentica esperienza sentimentale. La sua vita scorre senza apparenti ostacoli o difficoltà, fino all’incontro con Alessio (interpretato da Saul Nanni), uno studente della sua scuola, un ragazzo giovane e inquieto che ha imparato a mettere il proprio corpo in vendita per guadagnare qualche soldo e sostenere la madre Carla (interpretata da Jasmine Trinca), sola e anaffettiva, impiegata come cassiera in un supermercato.

Tra Gioia e Alessio prende forma una relazione segreta e precaria, un legame che sfugge a ogni logica e che, proprio per questo, diventa indispensabile. Ma per Alessio quel rapporto non è un rifugio: il bisogno ossessivo di affermarsi, di sottrarsi a una condizione sociale che percepisce come una condanna, finisce per avvelenare ogni possibilità di abbandono emotivo. Incapace di accogliere l’amore ingenuo e radicale di Gioia, Alessio sceglierà la distruzione, cancellando l’unica persona che lo abbia mai guardato e amato senza chiedere nulla in cambio.

Una cifra autoriale netta e riconoscibile

La cifra autoriale di Nicolangelo Gelormini si conferma netta e riconoscibile. La sua regia è improntata a un’etica dello sguardo che rifiuta, ancora una volta, qualsiasi forma di spettacolarizzazione del dolore. La gioia – presentato in concorso alle Giornate degli Autori in occasione dell’82esima Mostra del Cinema di Venezia e in sala dal 12 febbraio grazie a Vision Distribution – è un film costruito su equilibri fragilissimi.

La macchina da presa incastona tutta la cupezza e l’inquietudine dei personaggi in una seducente cornice dalle venature spaventose, elogiando l’angustia non solo degli spazi ma anche di un tempo – interiore ed esteriore – colto in tutta la sua perturbante dualità. Gelormini dimostra una rara capacità di controllo del materiale narrativo, trasformando una storia potenzialmente esplosiva in uno dispositivo cinematografico asciutto, di grande rigore, dove ogni scelta formale (anche la più azzardata o la più inattesa) risponde a una precisa necessità di racconto.

Contesti familiari e logiche di sopravvivenza

Valeria Golino (che con Gelormini aveva già collaborato non solo nel sopracitato Fortuna ma anche per l’acclamata serie L’arte della gioia) offre un’interpretazione di straordinaria complessità, tutta giocata sulla sottrazione. La sua Gioia è una donna emotivamente analfabeta, cresciuta in un contesto familiare che ha scambiato l’amore per il controllo e la protezione per l’annullamento dell’autonomia.

L’attrice costruisce il personaggio servendosi di una gestualità rigida, una voce che fatica a imporsi, uno sguardo che sembra chiedere sempre permesso. Parallelamente, il suo corpo diventa il luogo di una solitudine strutturale, mai esibita, mai rivendicata. Gioia non chiede pietà; chiede – inconsapevolmente – di essere vista, ed è proprio questa richiesta muta a renderla tragicamente vulnerabile.

Saul Nanni (già apprezzato lo scorso anno nell’adattamento de Il gattopardo ad opera di Netflix) interpreta Alessio evitando con intelligenza ogni scorciatoia psicologica. Il suo è un personaggio che ha imparato troppo presto a trasformare il desiderio in merce, il corpo in strumento, il sentimento in mezzo per un fine. Alessio non è privo di sensibilità, ma ha interiorizzato una logica di sopravvivenza che rende impossibile l’abbandono all’altro.

Il giovane attore restituisce con precisione questa tensione continua tra bisogno e rifiuto, fra attrazione e repulsione. Il desiderio di riscatto sociale che lo muove non ha nulla di eroico: è un impulso corrosivo, un veleno lento che lo spinge a distruggere ciò che invece potrebbe salvarlo.

La gioia. Foto di Francesca Ardau

Un sistema disfunzionale fatto di crepe insanabili

Ancora, Jasmine Trinca nei panni di Carla e Francesco Colella in quelli di Cosimo (ambiguo amico di famiglia) incarnano due varianti speculari del fallimento degli adulti. Trinca interpreta una madre schiacciata dalla precarietà economica ed emotiva, incapace di offrire al figlio un modello affettivo alternativo a quello dello scambio utilitaristico. Colella, con la sua presenza discreta ma incisiva, rappresenta un’autorità tanto inquietante quanto inefficace, che attraverso la sua presenza opaca non fa altro che alimentare un sistema relazionale disfunzionale fatto di crepe insanabili.

In La gioia, nessun personaggio è davvero innocente: ogni figura appare inadeguata e contribuisce, consapevolmente o meno, a rimodellare costantemente gli equilibri di una vera e propria “diseducazione sentimentale”, intesa non come mancanza individuale, ma come fallimento sistemico. Gioia e Alessio sono prodotti di due modelli affettivi opposti e ugualmente tossici: l’iperprotezione soffocante e l’abbandono emotivo.

Il loro legame nasce come tentativo disperato di colmare un vuoto, ma si rivela presto incapace di reggere il peso delle aspettative che in esso vengono riversate. Gelormini racconta un mondo in cui nessuno ha insegnato a riconoscere l’amore, a distinguerlo dal bisogno, dal potere, dal ricatto emotivo. La tragedia, dunque, non è semplicemente l’atto finale, ma quello stesso percorso che la rende inevitabile.

Sulla solitudine e sull’incapacità di amare

Partendo da un evento reale, La gioia si muove consapevolmente verso una dimensione universale che tuttavia conserva le piene caratteristiche di un sogno (o di un incubo!) a occhi aperti. Gelormini non ricostruisce, ma trasfigura: il caso di cronaca diventa un mito contemporaneo sulla solitudine e sull’incapacità di amare. La violenza non è mai esibita, ma continuamente prefigurata, inscritta nei dialoghi brillanti di una riflessione lucida sulla miseria del nostro tempo.

La gioia assume così una forza simbolica che supera la contingenza del fatto reale, interrogando lo spettatore su ciò che – come società e come singoli esseri umani – scegliamo di non vedere, obbligandolo a confrontarsi con il male senza mai semplificarlo e costringendolo a guardare fino in fondo ciò che accade quando nessuno ci insegna come fare ad amare.

Guarda il trailer ufficiale de La gioia

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Al suo secondo lungometraggio, Nicolangelo Gelormini dimostra una rara capacità di controllo del materiale narrativo. Con La gioia, ispirato a un fatto di cronaca, il regista trasforma una storia potenzialmente esplosiva in uno dispositivo cinematografico asciutto, di grande rigore, dove ogni scelta formale (anche la più azzardata e affascinante) risponde a una precisa necessità di racconto.
Stefano Terracina
Stefano Terracina
Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)

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Al suo secondo lungometraggio, Nicolangelo Gelormini dimostra una rara capacità di controllo del materiale narrativo. Con La gioia, ispirato a un fatto di cronaca, il regista trasforma una storia potenzialmente esplosiva in uno dispositivo cinematografico asciutto, di grande rigore, dove ogni scelta formale (anche la più azzardata e affascinante) risponde a una precisa necessità di racconto.La gioia, recensione del film di Nicolangelo Gelormini