sabato, Febbraio 24, 2024
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La figlia oscura, recensione del film di Maggie Gyllenhaal

La recensione de La figlia oscura, film scritto e diretto da Maggie Gyllenhaal, con protagonista Olivia Colman. Al cinema dal 7 aprile.

Una donna, esausta e ferita, si guarda intorno prima di cadere a terra, inghiottita dall’oscurità di una spiaggia deserta. Il mistero che avvolge la prima, enigmatica, sequenza de La figlia oscura non è altro che un assaggio dell’atmosfera di crescente inquietudine che accompagnerà lo spettatore nelle due ore seguenti. Per il suo esordio dietro la macchina da presa, Maggie Gyllenhaal (anche autrice della sceneggiatura) sceglie un dramma dai contorni sfumati, costellato di false piste e interrogativi senza risposta; un racconto elegante, visivamente e concettualmente, che deve molto del suo fascino alla propria matrice letteraria: si tratta, infatti, dell’adattamento dell’omonimo romanzo, scritto da Elena Ferrante e pubblicato da E/O nel 2006. Il film, distribuito da BiM, debutterà nelle sale il 7 aprile.

Leda Caruso (Olivia Colman), insegnante di letteratura comparata all’università, decide di trascorrere le vacanze nella (finzionale) isola di Kyopeli, in Grecia. La quiete di Leda, decisa a dedicare il soggiorno al relax e allo studio, viene turbata dall’arrivo di una famiglia statunitense di origini greche. Osservando i nuovi vicini di ombrellone, numerosi e caciaroni, l’attenzione della protagonista viene catturata dalla bellissima Nina (Dakota Johnson). Nonostante l’atteggiamento vagamente intimidatorio dell’intera comitiva e a seguito di una disavventura capitata alla figlia di Nina, persa e poi ritrovata dalla stessa Leda, le due donne stringono amicizia. Leda, madre di due ragazze ormai adulte, si identifica nella giovane e, in un percorso a ritroso nei ricordi di gioventù, sarà finalmente costretta a fare pace con il passato, elaborando il doloroso senso di colpa che la accompagna da anni.

Il pretesto narrativo de La figlia oscura è una circostanza banale, certamente familiare a molti di noi. Quante volte, immersi nella lettura di un libro e cullati dal rumore delle onde, ci siamo sentiti aggrediti dall’arrivo di un gruppo di bagnanti maleducati? Leda si distrae: sposta l’ombrellone, compra un gelato, prova ad immergersi nella lettura. Sempre più infastidita, non trova pace, almeno finché il suo sguardo non si posa su Nina, stesa in disparte dal resto del gruppo: è una madre giovane, forse insofferente, sicuramente inesperta. Un episodio insignificante, che tuttavia tradisce un senso di colpa profondamente radicato nel vissuto della protagonista.

Maggie Gyllenhaal, in prima battuta, si limita a registrare un disagio palpabile ma di cui non conosciamo le motivazioni. L’uso frequente di inquadrature ravvicinate e di soggettive che raccontano una realtà inadeguata ad accogliere e curare una sofferenza ormai antica, ci accompagna nella graduale scoperta delle idiosincrasie di questa donna: rigida e diffidente, i suoi incerti tentativi di imbastire dei rapporti sociali cadono irrimediabilmente nel vuoto, abbandonandola ad una solitudine assoluta, perché – di fatto – autoimposta. Gli scambi di circostanza con l’affittacamere Lyle (un eccellente Ed Harris), con i suoi goffi tentativi di corteggiamento, o con il bagnino Will (Paul Mescal), sinceramente affascinato dai racconti di Leda, rivelano la paura di abbandonarsi ad interazioni con l’altro sesso che vadano oltre la cortesia; d’altro canto, la sola presenza di Nina e Callie (Dagmara Domińczyk) ribadisce, nella mente di Leda, il tipo di donna che è stata (e che non avrebbe voluto essere) o che non sarà mai (e che probabilmente avrebbe preferito diventare).

Tutto è ricondotto ad una prospettiva soggettiva e alla tendenza del personaggio principale a confrontare, senza tregua, avvenimenti presenti e passati, come se la realtà stessa fosse un giudice inflessibile pronto a ricordarle tutti gli errori che non avrebbe dovuto commettere. In questo senso, sebbene la sceneggiatura de La figlia oscura sia talvolta schematica, con situazioni forzate nel loro essere imbastite ad hoc per suscitare qualche dolorosa reminiscenza, il film appare comunque solido, vincente nel suo tentativo di riportare continuamente l’attenzione ai turbamenti della protagonista, pur mantenendo attorno a lei uno straziante alone di mistero.

Il merito è da attribuire, in primo luogo, ad Olivia Colman, che ci consegna una performance struggente nel suo essere misurata e fondata interamente sui piccoli gesti e sui (quasi) impercettibili cambiamenti di espressione. Questi bastano a raccontarci un intero mondo interiore, quello di una donna padrona della sua esistenza, conscia dei suoi errori, responsabile di un isolamento non subìto ma scelto consapevolmente.

Affrontando con il giusto grado di discrezione e delicatezza la condizione della protagonista, la talentuosa Gyllenhaal costruisce un’atmosfera opprimente, che si assesta sul limite estremo della nostra tolleranza, senza esplodere mai in scene madri o in un pathos fine a sé stesso. Si sceglie, piuttosto, di aprire una finestra sul passato, seme di quell’angoscioso stato d’animo che invade, in maniera così pervasiva, il presente. Se è vero che i numerosi flashback hanno il compito di fare (in parte) luce sulle ragioni dell’evidente senso di colpa che attanaglia la Leda “matura”, essi servono principalmente ad aggiungere una prospettiva inedita ad un ritratto psicologico che, altrimenti, risulterebbe incompleto (o comunque assai meno sfaccettato).

L’alternanza tra piani temporali, oltre a garantire ritmo alla narrazione, rivela l’origine letteraria del racconto: La figlia oscura ci presenta un personaggio patetico, a tratti sgradevole, spesso capriccioso ed egoista (specie nella sua versione giovanile, interpretata da una straordinaria Jessie Buckley, assolutamente all’altezza della sua versione più adulta), per poi mescolare le carte, inducendo lo spettatore a rivedere i propri metri di giudizio. Attraverso il dramma di una singola donna viene messa in scena la manipolazione subìta da ogni donna, protagonista – spesso suo malgrado – di quella narrazione anacronistica (ma ancora radicata persino nei contesti più progressisti) che eleva la maternità a momento di massima realizzazione femminile.

Ammettere di sentirsi impaurite e persino infelici di fronte ad un ruolo imposto in base ad insindacabili criteri biologici, significa scegliere di ribellarsi ad un’immagine di noi stesse che ci è stata inculcata sin dall’infanzia. Il prezzo da pagare per non aver saputo soddisfare le nostre stesse aspettative è proprio quel senso di inadeguatezza sperimentato da Leda Caruso, vero e proprio “motore” di un film allusivo e profondamente intellettuale, che si propone di imbastire una riflessione prima di tutto culturale. Quella che molti di noi definirebbero “madre snaturata” è in realtà specchio delle nostre insicurezze, che ci chiamano in causa in quanto membri (uomini e donne) di una società che, nei fatti, sta muovendo soltanto i primi passi nella direzione suggerita dal film.

Per questo, laddove sarebbe facile condannare Leda, La figlia oscura ci incoraggia ad accettarla, pur senza comprendere le ragioni profonde che si nascondono dietro le sue ripetute fughe dalle responsabilità. Farlo, specialmente se intendiamo emanciparci dai ruoli imposti, può significare affrancarci da un inganno di cui siamo, allo stesso tempo, complici inconsapevoli e vittime designate.

Guarda il trailer ufficiale de La figlia oscura

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Per il suo esordio dietro la macchina da presa, Maggie Gyllenhaal (anche autrice della sceneggiatura) sceglie un dramma dai contorni sfumati, costellato di false piste e interrogativi senza risposta; un racconto elegante, visivamente e concettualmente, che deve molto del suo fascino alla propria matrice letteraria: si tratta, infatti, dell’adattamento dell’omonimo romanzo, scritto da Elena Ferrante e pubblicato da E/O nel 2006.
Annalivia Arrighi
Annalivia Arrighi
Appassionata di cinema americano e rock ‘n’ roll | Film del cuore: Mystic River | Il più grande regista: Martin Scorsese | Attore preferito: due, Colin Farrell e Sean Penn | La citazione più bella: “Questo non è volare! questo è cadere con stile!” (Toy Story)

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