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La città proibita, recensione del film di Gabriele Mainetti

Terzo film di Gabriele Mainetti dopo Lo chiamavano Jeeg Robot e Freaks Out, La città proibita è al cinema dal 13 marzo distribuito da PiperFilm.

Gabriele Mainetti è uno dei più importanti cineasti italiani dell’era contemporanea: lo avevamo intuito nel 2015 con Lo chiamavano Jeeg Robot, lo avevamo confermato nel 2021 con Freaks Out e lo consacriamo oggi con l’uscita de La città proibita; probabilmente non il migliore dei tre, anzi forse quello da posizionare sul gradino più basso del podio, eppure film utile anch’esso per collocare il regista romano tra le eccellenze del nostro paese. La pellicola, che mescola il cinema italiano con la tradizione cinese, è appunto il terzo lungometraggio diretto da Mainetti, il quale si occupa anche della sceneggiatura al fianco di Stefano Bises e Davide Serino, che tra loro già vantano alcune collaborazioni come quella per la serie tv Esterno Notte e, più recentemente, per M – Il figlio del secolo.

Prodotta da Wildside, Goon Films e Piper Film (che si occupa anche della distribuzione), la pellicola costata quasi 17 milioni di euro è la più costosa di quelle dirette dal regista, ma non per forza la più ambiziosa. Volto del film sono i due giovani protagonisti Enrico Borello (noto per i suoi ruoli in film come Settembre e Familia e serie come Supersex) e l’attrice e stuntwoman cinese Yaxi Liu (controfigura della protagonista del live action di Mulan, Yifei Liu). Al fianco della coppia abbiamo la perfetta rappresentazione di un certo tipo di romanità con Sabrina Ferilli e Marco Giallini, i quali si uniscono a Luca Zingaretti, a Shanshan Chunyu e all’attrice italo-cinese Elisa Wong, per un cast che esemplifica perfettamente tutte le intenzioni del film e del suo autore.

Yaxi Liu ne La città proibita. Foto di Andrea Pirrello

La trama de La città proibita

Cina, 1979; Mei (Yaxi Liu), secondogenita, nonostante il grande affetto dei genitori, incapaci di evitarne la nascita, è costretta a vivere nascosta per la politica del figlio unico vigente nel paese. Vent’anni più tardi, decisa a ritrovare la sorella maggiore Yun, di cui ha perso le tracce, la ragazza parte alla volta Roma dove, giunta nel quartiere Esquilino, entra in contatto con i due ristoranti attorno a cui si sviluppa poi tutto l’intreccio. “La città proibita” è un ristorante cinese che nasconde in maniera non troppo attenta i propri traffici e la prostituzione di cui si fa carico mentre, quello a pochi passi da esso, è il ristorante di Alfredo (Luca Zingaretti), anch’egli scomparso da diverso tempo e reo di aver lasciato il figlio Marcello (Enrico Borello) e la moglie Lorena (Sabrina Ferilli) sommersi dai debiti – per i quali pare essere intervenuto l’amico di vecchia data Annibale (Marco Giallini).

Scoperta la relazione che legava il padre di uno e la sorella dell’altra e il loro probabile coinvolgimento in attività illecite, Mei e Marcello uniscono le forze e sfidano la criminalità organizzata che, nello specifico, fa capo all’austero e silenzioso Mr. Wang (Shanshan Chunyu). Mentre il rapporto tra i due protagonisti cresce, divenendo sempre più intimo, i continui combattimenti che vedono protagonista Mei, abilissima nel Kung fu, e alcuni colpi di scena li portano a confrontarsi in maniera sempre più violenta con i loro nemici, fino ad arrivare al rocambolesco exploit finale.

Multiculturalità nostrana

Cina e Roma si intersecano e si mescolano; nei volti, nelle parole, nelle abitudini, il tutto nel quartiere più multiculturale della città eterna, la quale in Esquilino diviene “La città proibita”, con chiaro richiamo a Pechino. I due protagonisti fotografano tutta l’appartenenza al proprio paese: lei esperta nelle arti marziali, lui in cucina, accompagnato da Ferilli e Giallini che esasperano (nel caso di lui in maniera forse troppo marcata) una romanità burina, qua scanzonata in due dei suoi interpreti più rappresentativi. Il racconto è una miscela coreografica sia per quanto riguarda la visione, sia per quanto riguarda l’ascolto, con un’attenta colonna sonora curata da Fabio Amurri (compositore anche per Call My Agent – Italia e Miss Fallaci) che mescola perfettamente la tradizione con l’etnicità.

Yaxi Liu ne La città proibita. Foto di Andrea Pirrello

Due piani interpretativi differenti

Non si può far altro che prendere il terzo lungometraggio firmato Gabriele Mainetti e analizzarlo su due piani interpretativi differenti. Innanzitutto va considerato ciò che ha fatto e che continua a fare (da ormai 10 anni) il regista, autore, compositore e produttore classe 1976 per il cinema italiano. Il coraggio di pescare dalla tradizione oltreconfine ed oltreoceano e la capacità di mescolarla con l’italianità più smaccata, l’abilità di costruire storie avvincenti e convincenti, perfettamente integrate nel territorio e dirette con occhio raffinato, attento ad assecondare alcune logiche linguistiche rendendole fresche.

Sono tutte qualità che rendono Mainetti un’eccezione ed un vanto per il nostro cinema, tutte – o quasi tutte – qualità che ne La città proibita trovano conferma e trovano sfogo, facendo approdare il Kung fu a Roma e sovrapponendone alcune caratteristiche. Le scene d’azione sono montate e coreografate perfettamente, degne dei migliori cult del genere, e la storia regge e rispetta il bisogno narratologico che sta alla base di tutto. Va poi considerato però il film secondo un’altra prospettiva: al di là di ciò che rappresenta, al di là della sua importanza storica e culturale, va considerato per il prodotto filmico che è, con i suoi difetti e le sue sbavature, con la sue scontatezze e le sue mancanze.

Il rischio più grosso che corre il regista nel voler trasportare la tradizione orientale nella sua città raccontandone una ancor più generica, propria di Roma, è quello di rimanere fin troppo aderente alla tradizione stessa, sia nel racconto del martial arts movie che nel racconto della romanità. Nel mostrare il già visto e puntare troppo sulla sopracitata unicità nostrana, si perde quell’aura magica e surrealistica dei primi due film – qui inevitabilmente messa in secondo piano – che era per entrambi una delle cifre più interessanti e distintive, quella che dava un quid in più al lavoro di Mainetti, non solamente a livello nazionale ma anche al di là dei confini. I pieni voti questa volta non ci sono, ma la sufficienza per La città proibita è ampiamente superata. Sarà importante soppesare il prossimo passo del suo autore.

Guarda il trailer ufficiale de La città proibita 

GIUDIZIO COMPLESSIVO

L'ennesima riprova del fatto che Gabriele Mainetti sia uno dei registi più importanti del cinema italiano di oggi, indispensabile. Nonostante il film sia il meno positivo e degno di considerazione dei tre diretti dal regista romano, va ugualmente a confermare la grandezza del suo lavoro. Impeccabile con il montaggio, con il suono e con la regia, La città proibita cade parzialmente a causa della sua scrittura e, soprattutto, a causa di una carenza di originalità rispetto ai precedenti.

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L'ennesima riprova del fatto che Gabriele Mainetti sia uno dei registi più importanti del cinema italiano di oggi, indispensabile. Nonostante il film sia il meno positivo e degno di considerazione dei tre diretti dal regista romano, va ugualmente a confermare la grandezza del suo lavoro. Impeccabile con il montaggio, con il suono e con la regia, La città proibita cade parzialmente a causa della sua scrittura e, soprattutto, a causa di una carenza di originalità rispetto ai precedenti.La città proibita, recensione del film di Gabriele Mainetti