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La città dei vivi, recensione del film di Edoardo Gabbriellini

Il brutale omicidio di Luca Varani raccontato da Edoardo Gabbriellini ne La città dei vivi, adattamento dell'omonimo romanzo di Nicola Lagioia. In Concorso nella sezione Orizzonti di Venezia 83 e dal 1° ottobre al cinema.

“Tratto da una storia inspiegabilmente vera”, recita lo slogan promozionale di La città dei vivi, tra le opere del concorso Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia 2026. E in effetti di “spiegabile”, razionale e logico c’è ben poco, nella triste vicenda che ha portato alla morte di Luca Varani, ventitreenne romano ucciso da Marco Prato e Manuel Foffo nel 2016. Ma il velo di oscurità e mistero non viene levato granché nemmeno dal regista Edoardo Gabbriellini, che stravolge il romanzo omonimo di Nicola Lagioia e ne fa un adattamento forse sbagliato, ma di indubbio fascino. 

Chi era Luca Varani?

L’autore del testo originale faceva entrare il lettore nella testa degli assassini e penetrava nella Roma notturna, nel degrado sociale e sessuale, nella violenza e negli abusi di sostanze stupefacenti che permeavano e permeano le strade della capitale. Quelle pagine erano il crudo ritratto di una città e di un Paese corrotti, che finiscono per mietere vittime innocenti, ingenue e inconsapevoli. Luca Varani, come Willy Monteiro Duarte, Donatella Colasanti, Rosaria Lopez o Giulia Cecchettin, era solo uno dei tanti giovani che cercavano di godersi la vita mentre speravano in un futuro migliore per loro stessi. Alla sua morte, il suo nome è diventato qualcosa di più: un simbolo, un monito per tutti gli altri ragazzi che ancora camminano, respirano, amano e sognano. 

La città dei vivi (il film) parte da qui, nel tentativo di rispondere a una semplice domanda: chi era Luca Varani? Se il romanzo è un’opera funeraria post mortem, la versione cinematografica è, in gran parte, un inno alla pre mortem del protagonista (interpretato da Emanuele Maria Di Stefano), filtrata quasi per intero attraverso i suoi occhi. La Roma che Gabbriellini inquadra non è allora quella descritta da Lagioia, ma è la Roma che Luca vede, sente, vive sulla sua pelle. È un luogo – o un insieme di luoghi – descritto in maniera parziale, soggettiva, e quindi per forza non del tutto accurata.  

La città dei vivi. Foto di Paolo Ciriello

Filtri, riflessi, specchi

Non è un caso che il regista scelga spesso di riprendere il ragazzo in maniera altrettanto indiretta, usando specchi, vetri e finestrini delle auto. Come a dire che restituirci la sua vera immagine è impossibile, che possiamo solo accontentarci del suo riflesso. Forse è per questo che i suoi lati più deboli, le sue decisioni incoscienti, le menzogne agli amici e ai familiari, vengono rimarcate decisamente poco da una sceneggiatura e un montaggio che quasi si sforzano di nasconderle o minimizzarle. Fino all’inevitabile e tragico finale, che coerentemente allo slogan sopra citato avviene come atto inspiegabile, e inspiegato rimane. 

Delle torture e dell’omicidio vediamo infatti solo il prima e il dopo, mai il durante, senza che le figure di Prato e Foffo siano approfondite o sviscerate nella loro follia. Un altro filtro, un altro velo, come quello che poco dopo il padre di Luca, Giuseppe (Valerio Mastandrea), solleverà all’obitorio per il riconoscimento del cadavere. A malapena si menzionano i loro nomi, nelle poche scene in cui appaiono, con l’effetto di relegarli a un semi-anonimato che riporta al centro la questione del romanzo: e se ad uccidere Luca non fossero stati due individui, ma un’intera città? 

La città dei vivi. Foto di Lucia Iuorio

Una ricostruzione imparziale ma molto umana

De La città dei vivi, allora, non rimane che uno sforzo notevole nel mostrarci ciò che il film ritenga siano le componenti più significative della vita del protagonista, che (guarda caso) sono anche quelle che accentueranno il vuoto provocato dalla sua scomparsa: il rapporto con i genitori Silvana (Simona Senzacqua) e Giuseppe (Mastandrea) e soprattutto la relazione con Maria Gaia (Gaia Merlonghi), che occupa una parte importante del minutaggio. Dove l’adattamento di Gabbriellini perde in oggettività e imparzialità, ne guadagna in dolcezza e tenerezza, grazie anche a un ottimo lavoro da parte di tutto il cast.

E quando il film manca della meticolosa analisi e della forza denunciatrice della ricostruzione di Lagioia, riesce a compensare con una grande umanità. Non sarà l’approccio più originale o memorabile del mondo, specialmente in questi anni in cui il racconto della cronaca nera italiana al cinema sembra proliferare – da La scuola cattolica a 40 secondi, da La gioia a Gli occhi degli altri – senza timore (in certi casi) di avvicinarsi al macabro, qui piuttosto assente. Eppure, di fronte alla visione di La città dei vivi sarà difficile rimanere indifferenti. Nel bene e nel male.

Guarda il trailer ufficiale de La città dei vivi

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Forse un adattamento sbagliato, ma di indubbio fascino. Filtrando il racconto attraverso gli occhi della vittima piuttosto che focalizzarsi sui carnefici, La città dei vivi è una ricostruzione imparziale e soggettiva del fatto di cronaca, che grazie all'ottimo lavoro del cast riesce a dotarsi di grande umanità e dolcezza. Non l'approccio più originale del mondo, ma sarà comunque difficile restarne indifferenti, nel bene e nel male.

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Forse un adattamento sbagliato, ma di indubbio fascino. Filtrando il racconto attraverso gli occhi della vittima piuttosto che focalizzarsi sui carnefici, La città dei vivi è una ricostruzione imparziale e soggettiva del fatto di cronaca, che grazie all'ottimo lavoro del cast riesce a dotarsi di grande umanità e dolcezza. Non l'approccio più originale del mondo, ma sarà comunque difficile restarne indifferenti, nel bene e nel male. La città dei vivi, recensione del film di Edoardo Gabbriellini