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La casa – Il rogo del Male, recensione dell’horror di Sébastien Vaniček

Secondo capitolo reboot della saga iniziata ormai oltre quarant'anni fa, La casa - Il rogo del Male arriva in sala dall'8 giugno grazie a Eagle Pictures.

Mai. E poi mai. Lasciare aperta una lavastoviglie. Nel corso dei 110 minuti di La casa – Il rogo del Male questa sarà probabilmente la lezione più importante che il film di Sébastien Vaniček ci lascerà a fine visione. Il che dice molto sulla povertà contenutistica di questo secondo capitolo reboot della saga horror iniziata ormai quarantacinque anni fa da Sam Raimi (qui tra i produttori insieme a Bruce Campbell). Allo stesso tempo, dice anche molto su quanto il regista francese si sia sbizzarrito nel torturare fisicamente i suoi protagonisti, raggiungendo picchi di violenza non indifferenti e, francamente, alquanto spassosi. 

Fanculo la famiglia!

Come Vaniček, anche il personaggio principale, Alice (Souheila Yacoub), è di origini transalpine, ma si è sposata con l’americano Will (George Pullar), e fin da subito intuiamo che la relazione non è rosea come dovrebbe. Dopo la morte improvvisa del marito in un incidente stradale – si fa per dire -, Alice si trova costretta a fare i conti con la famiglia di quest’ultimo, che è stata maledetta dalla piaga dei Deadites e renderà non facile l’elaborazione del lutto. 

Riprendendo dal precedente La casa – Il risveglio del Male di Lee Cronin (quest’anno tornato in sala con La mummia) l’idea di disgregazione familiare e domestica, in contrasto – e contemporaneamente analogia – a quella del gruppo di amici del primissimo film del 1981, La casa – Il rogo del Male sceglie la via dell’eccesso. In tutti i sensi. Tanto che ad un certo punto si urleranno frasi come “Fanculo la famiglia!”, e la stessa sceneggiatura non si preoccuperà troppo di lavorare in sottrazione, vomitando in faccia allo spettatore i temi portanti del film, già sulla carta non innovativi ma così resi ancora più indigeribili. 

Relazioni abusive, violenza domestica, mascolinità tossica, emancipazione femminile: no, non siamo in Obsession (purtroppo), ma sembra che ormai l’horror contemporaneo non possa fare a meno di confrontarsi con la realtà di questi anni. Se il film di Cronin era connotato da echi post-pandemici, in quello di Vaniček avviene una definitiva dissoluzione dei rapporti umani, anche di quelli solitamente più saldi e duraturi che legano tra loro le figure femminili. Tolto il duo zia-nipote de Il risveglio del Male, dunque, rimane solo Alice, final girl isolata, ostracizzata e traumatizzata ancora prima della discesa nell’orrore. 

Videogiochi, violenza estrema e politica dell’eccesso

Anche se, a ben vedere, più che in discesa il percorso della protagonista appare in ascesa, perlomeno in ottica visiva. La soluzione ai suoi problemi si trova infatti in una impolverata soffitta, nascosta tra gli appunti del nonno di Will e Joseph (Hunter Doohan) e una miriade di pugnali molto simili tra loro. È qui che La casa – Il rogo del Male abbraccia la sua componente videoludica: in certi frangenti Vaniček imita, come in John Wick 4, le inquadrature dall’alto tipiche di certi videogiochi old school, e struttura tutta la seconda parte come un gioco a livelli, non privo della componente trial and error, vitale nell’economia del divertimento del medium. 

Nelle battute conclusive, poi, appare perfino una sorta di boss finale che, per messa in scena e design, sembra preso direttamente dai titoli Fromsoftware come Dark Souls, Elden Ring o Bloodborne. Forse anche per questa propensione ai meccanismi ludici adottati dal regista, ecco che La casa – Il rogo del Male si risolleva da un primo atto spento, privo di mordente e che, fin dal prologo, sa terribilmente di cibo avariato. Quando invece decide di lasciare andare le briglie della creatività splatter fatta di dismembramento dei corpi, mutilazioni, uso variopinto degli utensili casalinghi per infliggere morte, dolore e sofferenza (ottimo, in tal senso, il mix tra trucco prostetico e CGI), improvvisamente il film ritrova la sua ragion d’essere. 

Certo, tutto è votato alla già menzionata politica dell’eccesso e dell’esasperazione esagerata di violenza, che una volta libera pare dilagare in ogni aspetto dell’opera – virtuosismi con la macchina da presa, sequenze over montate, sangue, urla, il minutaggio stesso – come il rogo cui fa riferimento il titolo. Troppo caldo, poco elegante, noncurante della distruzione che provoca e fagocitante, ingordo e vorace, fino a che non resta più nulla. Eppure, finché le fiamme sopravvivono, lo spettacolo è assicurato. 

Guarda il trailer ufficiale de La casa – Il rogo del Male

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Dopo un primo atto insipido e spento, La casa - Il rogo del Male ritrova la sua ragion d'essere nella seconda parte, lasciando libere le briglie della violenza e abbracciando le logiche del medium videoludico. La sceneggiatura poco elegante e urlata non aiuta la digestione dei temi e tutto il film sembra votato a una politica dell'eccesso in ogni aspetto, che rischia di lasciare poco o nulla a fine visione. Eppure, finché dura, lo spettacolo è assicurato.

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