martedì, Settembre 27, 2022
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La Casa di Jack, recensione del film di Lars von Trier con Matt Dillon

A cinque anni di distanza da Nymphomanic, Lars von Trier torna a deliziare i cinefili incalliti e a scioccare il pubblico ancora scettico di fronte al suo sconfinato e disarmante talento con un nuovo coup de maître che utilizza l’espediente della discesa all’Inferno di dantesca memoria per esaminare in maniera fredda e lucida, ma pur sempre scabrosa, il genio e la follia che si celano dietro l’arte e l’artista, colto nel suo momento di massima ossessione e brutalità.

La Casa di Jack, presentato in anteprima mondiale all’edizione 2018 del Festival di Cannes, è ambientato nell’America degli anni ’70 e segue le vicende dell’astuto Jack – ingegnere di professione ma architetto per vocazione – attraverso cinque incidenti, ossia i cinque omicidi che hanno definito il suo sviluppo come serial killer dalle tendenze ossessivo-compulsive e che ci svelano i suoi problemi, i suoi pensieri e le sue contraddizioni. Una vera e propria discesa all’Inferno, miscelta da conversazioni ricorrenti con uno sconosciuto Virgilio.

Quello che all’apparenza potrebbe sembrare come l’ennesimo tentativo di autoreferenzialità partorito dalla mente di un regista da sempre compiaciuto – a torto o a ragione?! – di sé e della sua visione del mondo, è in realtà un viaggio torbido nei meccanismi contorti e conturbanti che regolano la nascita dell’opera d’arte nel senso più ampio, profondo e sconvolgente del termine.

La murder obsession è per Lars von Trier il pretesto più alto – anche da un punto di vista spaziale e di costruzione dell’inquadratura – per raccontare il valore intrinseco dell’arte e dell’aspirazione umana, che molto spesso – quando non si concretizza e rimane intrappolata, come soffocata, repressa – può sfuggire al controllo delle nostre azioni (mai a quello della nostra mente) e trasformarsi, come nel caso di Jack, in furia cieca, sempre premeditata, mai lasciata al caso, estetizzante in ogni sua manifestazione. 

Nel lungo, metodico e faticoso sforzo di non abbandonarsi alla pazzia, ricercando sempre e comunque l’intelligibilità anche dietro il più ignobile dei comportamenti, il controverso regista danese fa coincidere l’estro creativo di Jack (un Matt Dillon memorabile) con il proprio, fregandosene di risultare sadico, masochista o misantropo, ma testimoniando di amare all’estremo le sue insanabili perversioni, realizzando quella che è in tutto e per tutto una summa del suo cinema (come dimostra la sequenza in cui raccoglie alcune immagini tratte dai suoi precedenti lavori).

Lungi dal voler essere crudo e violento a tutti i costi, Lars von Trier preferisce giocare con lo spettatore andando a stuzziare la sua immaginazione piuttosto che offenderne senza mezze misure il senso del pudore. La Casa di Jack (qui il trailer italiano ufficiale) è una partita a scacchi con chi osserva, raffinata e sorprentemente divertente nella sua depravazione.

Ancora una volta il regista di Dancer in the Dark e Melancholia mette in scena argomenti più che concreti per sostenere le tesi di un cinema che probabilmente non si stancherà mai di stupire e interrogare il suo pubblico di affezionati, quelli che hanno voglia di restare incollati alla poltrona, di inoltrarsi nella “selva oscura” del male (con la speranza di trovare il bene) e di lasciarsi travolgere e stordire da una delle esperienze cinematografiche più morbose e trascendentali mai concepite.

Guarda il trailer ufficiale de La Casa di Jack

Stefano Terracina
Stefano Terracina
Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)

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