Lo svizzero-austriaco Edward Berger è quello che potremmo definire un professionista di caratura internazionale, uscito dall’orticello cinematografico europeo sin dagli anni della sua formazione come cineasta. Studente alla Tisch School of the Arts, enclave dell’Università di New York dedicata al cinema e alle arti performative, ha avuto le sue prime esperienze professionali presso la casa di produzione indipendente Good Machine, collaborando a film di autori come Todd Haynes (Safe) e Ang Lee (Ragione e sentimento).
Autore o camaleontico professionista?
Se inizialmente il suo passaggio dietro la macchina da presa è avvenuto in Germania (Jack, Deutschland 83), il Berger regista si è fatto in seguito le ossa sui set di produzioni seriali statunitensi come The Terror e Your Honor. Ma l’entrata nei circoli che contano è arrivata con Niente di nuovo sul fronte occidentale, terzo adattamento dell’omonimo romanzo di Erich Maria Remarque targato Netflix, vincitore di ben quattro Oscar nel 2023 (per miglior film internazionale, fotografia, scenografia e colonna sonora).
L’inizio di una carriera di successo, proseguita con il thriller da camera d’ambientazione vaticana Conclave, anche questo salutato con favore durante la stagione dei premi (BAFTA come miglior film, Oscar e Golden Globe alla miglior sceneggiatura non originale). I film che hanno portato il nome di Berger agli onori della cronaca sono due lavori molto differenti fra loro; se uno predilige il movimento incalzante, l’altro, invece, punta su una regia molto più classica e asciutta, al totale servizio della sceneggiatura e dei suoi grandi interpreti (Ralph Finnes, Stanley Tucci). Anche le tematiche trattate non potrebbero essere più diverse: da una parte, un tragico inno antimilitarista, dall’altra, una riflessione sulle divisioni politiche all’interno della Chiesa.
Viene naturale chiedersi che tipo di regista sia Berger. Un vero e proprio autore o un camaleontico professionista dalla mano solida, capace di adattarsi a qualsiasi tipo di soggetto? Una risposta a cui forse giungeremo analizzando La ballata di un piccolo giocatore, nuova fatica diretta dallo svizzero-austriaco e tratta dal libro dello scrittore britannico Lawrence Osborne, adattato per lo schermo dallo sceneggiatore Rowan Joffé (28 settimane dopo, Before I Go to Sleep). Pellicola che, dopo una piccola distribuzione nelle sale, arriva in streaming su Netflix a partire dal 29 ottobre.

La trama de La ballata di un piccolo giocatore
Al centro del film troviamo l’enigmatico Lord Doyle (Colin Farrell), giocatore d’azzardo britannico in trasferta a Macao che millanta dubbie origini nobiliari. Mentre la sua passione compulsiva per il gioco del baccarat lo sta portando verso la rovina più completa, il suo passato torna a tormentarlo nelle vesti dell’investigatrice privata Cynthia Blithe (Tilda Swinton). Con un impellente bisogno di denaro per levare definitivamente le tende dalla penisola, trasformatasi ormai nel suo personale inferno dantesco, Doyle si trova nella posizione di dover accettare l’aiuto della misteriosa strozzina Dao Ming (Fala Chen).
Un uomo sulla via dell’autodistruzione, totalmente asservito alla sua incontrollabile dipendenza, intrappolato in un nonluogo al neon. Un paradiso artificiale di svago, fra stanze d’hotel, senza qualsivoglia caratterizzazione identitaria, e casinò dai soffocanti spazi chiusi, dove non è concesso alla luce naturale di penetrare. La Macao dipinta ne La ballata di un piccolo giocatore è sicuramente molto diversa dal glamour fantastico – con tanto di fosse, all’interno del casinò, in cui soggiornano letali draghi di Komodo – di quella in cui si aggira James Bond in Skyfall, fotografata con i toni dell’oro da Roger Deakins. Ricorda più la desolante concretezza della “Sin City” di Via da Las Vegas, in cui però, ogni tanto, irrompe la cultura orientale del luogo (la festa del fantasma affamato), in un mash-up a tratti onirico e surreale.

Un protagonista disperato
E la disperazione del protagonista al centro della vicenda, per certi versi, un po’ assomiglia a quella del Ben Sanderson interpretato da Nicolas Cage nel film di Mike Figgis, altro personaggio avviato verso la propria rovina. Ma i toni con cui viene rappresentata questa esistenza senza speranza sono lontani da certo cinema indipendente americano e più affini a quelli giocosi, da commedia noir, di autori come Guy Ritchie. Lo stesso Lord Doyle è un personaggio più sopra le righe, sempre pronto a sfoggiare colorati completi da dandy, come un’altra figura legata al mondo del gioco d’azzardo: l’Asso Rothstein del Casinò di Martin Scorsese.
Impeccabilità nel vestire che viene a mancare nel momento in cui Doyle si avvicina, man mano, alla propria disfatta. La prima metà de La ballata di un piccolo giocatore, infatti, riesce efficacemente a far immedesimare lo spettatore con l’insostenibile condizione vissuta dal suo personaggio, coinvolto in una fuga disperata. Un’angoscia pressante resa, come accennato sopra, anche attraverso il degrado dell’aspetto del protagonista; non solo nel suo abbigliamento, sempre più trasandato, ma anche nel fisico (Farrell appare sempre più sudato e malaticcio, prossimo a un pesante crollo nervoso).

Un film meno riuscito dei due esimi predecessori
Ma il film, purtroppo, nella sua seconda parte perde di forza. La ballata di un piccolo giocatore, infatti, si perde presto nei cliché di certo thriller psicologico allucinato, con risvolti intuibili sin da subito da chi fosse avvezzo a questo tipo di narrazioni, Fight Club in primis. Un incubo febbrile sostenuto solo dall’ottima performance di Farrell, completamente immerso in un ruolo a metà strada fra il tragico e il cialtronesco. Vi è anche il tentativo di imbastire un discorso sulla natura fortemente classista della società britannica, ma tutto rimane giusto accennato.
Alla sua terza prova con una produzione importante, Berger cambia nuovamente pelle. Il regista svizzero-austriaco dimostra ancora una volta la sua professionalità, riconfermandosi capace di confezionare adeguatamente, almeno a livello visivo, i progetti a lui affidati. Il discorso cambia se parliamo di solidità narrativa e personalità, che latitano quando alla base non c’è un copione all’altezza. Che lo si possa identificare come un mero regista-esecutore, il cui valore è proporzionato alla bravura dello sceneggiatore con cui è chiamato a collaborare? Probabilmente è troppo presto per dare un giudizio definitivo, ma di sicuro La ballata di un piccolo giocatore è un film meno riuscito dei suoi due esimi predecessori.


