sabato, Febbraio 27, 2021
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L’ultimo paradiso, recensione del film Netflix con Riccardo Scamarcio

La recensione de L'ultimo paradiso, il film diretto da Rocco Ricciardulli con Riccardo Scamarcio. Dal 5 febbraio disponibile su Netflix.

Qualcuno prima o poi si dovrà prendere la responsabilità di ammettere che Riccardo Scamarcio è stato boicottato dal cinema italiano. Superato indenne quell’errore di gioventù che fu Tre metri sopra il cielo – che comunque gli diede la decisiva notorietà per sfondare – l’interprete ha dimostrato fin dagli esordi le sue qualità: in Romanzo criminale di Michele Placido, ad esempio, compare cinque minuti ma oscura tutti gli altri componenti del (notevole) cast. A distanza di anni, ripercorrere la sua carriera significa però trovarsi di fronte ad un’opera incompiuta: per colpa di un cinema nazionale che non ha mai saputo valorizzarlo, e non certamente per demeriti dell’attore, spesso anzi impegnato in produzioni e ruoli per nulla scontati. Come testimonia anche il suo nuovo film, L’ultimo paradiso di Rocco Ricciardulli, dal 5 febbraio disponibile su Netflix.

Un film drammatico, ma anche un’epopea contadina che racconta la Puglia rurale degli anni ’50 afflitta dal caporalato. Un progetto ambizioso, quello di Ricciardulli (anche sceneggiatore), le cui potenzialità hanno convinto Scamarcio non solo ad accettare un coinvolgimento nel progetto in qualità di attore, ma anche in veste di produttore e co-sceneggiatore. Girato nella sua quasi totalità a Gravina di Puglia (oltre che a Bari e Trieste), L’ultimo paradiso (come detto anche dal cast durante la conferenza stampa di presentazione) è un film che seppur ambientato nel passato affronta tematiche ancora oggi attuali: il concetto di libertà, la lotta di classe, le ingiustizie sociali, il rapporto di amore ed odio nei confronti della propria terra d’origine.

Ciccio (Scamarcio) è un contadino che mal sopporta la condizione in cui sono costretti a vivere quelli che, come lui, campano lavorando la terra. I contadini locali, infatti, sono obbligati a vendere il loro raccolto solo all’avaro Don Luigi (Mimmo Mignemi), ovviamente a un costo non conforme alle loro aspettative. Da una parte, Ciccio vorrebbe opporsi al sistema padronale che condiziona la sua vita e quella dei suoi consimili, mentre dall’altra sogna di fuggire da quei luoghi in compagnia dell’avvenente Bianca (Gaia Bermani Amaral), abbandonando la moglie Lucia (Valentina Cervi) e il figlio Rocchino (Matteo Scaltrito) per seguire le orme del fratello gemello Antonio (sempre Scamarcio) emigrato vent’anni or sono al Nord. Andarsene, però, non è così semplice. Anche perché Bianca è figlia del signorotto locale Cumpà Schettino (Antonio Gerardi), uomo tanto potente quanto rozzo e violento.

L’ultimo paradiso è un film che, al suo interno, ne contiene almeno altri quattro. È il racconto della storia d’amore tra due “giovani” che sognano di emigrare; è la descrizione – più coinvolta che coinvolgente – della spietata lotta di classe nel meridione; è il resoconto su un mondo arcaico dominato da leggi ancestrali (il biblico: occhio per occhio, dente per dente); ed infine è un’opera introspettiva sul profondo legame tra chi emigra e la propria terra d’origine. Tutti temi nobili e complessi, peccato che il film riesca raramente ad approfondirli e ad amalgamarli a dovere lungo il corso della narrazione. Di fatto, l’opera di Ricciardulli è “spezzata” in due: una prima parte che si concentra soprattutto su chi è rimasto, lotta per la propria libertà e/o vuole fuggire; una seconda, invece, incentrata su chi è partito, ha provato a dimenticare le proprie origini, ma prova comunque nostalgia di casa.

l'ultimo paradiso

Ciccio e Antonio sono, da questo punto di vista, le due facce della stessa medaglia. Il primo ha scelto di rimanere per combattere le ingiustizie perpetrate ai danni dei rappresentati del suo ceto sociale. Libertario e libertino, Ciccio è anche un oratore veemente che difende i diritti dei lavoratori della terra, le cui filippiche sulla giustizia sociale sono sottolineate nel film dalla recitazione spesso enfatica di Riccardo Scamarcio, finalizzata a mettere in evidenza la caratura morale del personaggio e l’insindacabilità delle sue parole.

Il secondo, invece, è fuggito a Trieste. Lavora da vent’anni in fabbrica, dove occupa la posizione di responsabile di reparto, e ha quasi ultimato la sua scalata sociale: gli basta sposare la figlia del padrone ed è fatta. Ma un tragico evento lo costringe a tornare nella terra natia. Un’occasione, per Antonio, per riprendere un discorso che si è interrotto temporaneamente ma non si è mai concluso. In maniera fin troppo programmatica viene pure evidenziata la presenza, all’interno della valigia preparata da Antonio prima del viaggio, di una copia de La luna e i falò di Cesare Pavese, per cui: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti». Come a voler sottolineare una volta di più il dolore del distacco e il sollievo del ritorno (vero o immaginato).

Il potenziale del film, pur intravedendosi, non appare però mai veramente espresso. Al di là della bizzarra scelta di scritturare Gaia Bermani Amaral per la parte di Bianca – seppur brava, l’attrice ha 40 anni, mentre il personaggio da lei interpretato arriva a stento ai 20 -, la sensazione è che molte delle qualità del film siano rimaste sulla carta, disperse tra le pagine della sceneggiatura. La regia di Ricciardulli, per quanto pregevole, si preoccupa più della forma che del contenuto. Colpevolmente non dà la giusta importanza al paesaggio e alla sua simbolica rappresentazione (riducendolo a mero contraltare positivo degli angusti spazi famigliari dove agiscono i protagonisti); concedendosi poi sul finale una deviazione verso l’onirico non tanto fuori luogo quanto poco incisiva a livello spettacolare (avrebbe funzionato probabilmente di più se fosse stata attuata una scelta più estrema, tendente al kitsch, di rottura rispetto all’estetizzante realismo che caratterizza la quasi totalità del film).

E se le intenzioni erano quelle di riflettere – tramite la storia di Ciccio e Bianca – sul concetto di libertà e sul suo agognato raggiungimento, L’ultimo paradiso in realtà tradisce queste aspettative “riducendo” il film al racconto – per certi versi ambiguo – di un maschio alfa dalle cui labbra pendono una moltitudine di succubi figure femminili: non solo la passiva moglie Lucia e la solare Bianca, ma anche le altre amanti occasionali (a cui non sono concesse più di una manciata di inquadrature). Non si critica in questo caso la scelta di aver eretto a protagonista un personaggio pieno di contraddizioni – il cinema si è disabituato alla figura dell’eroe ormai da molto tempo -, bensì la decisione di voler far passare a tutti i costi Ciccio come un personaggio positivo mosso da nobili ideali; quando, per la verità, nonostante qualche battuta progressista ad effetto (più che il risultato di una raggiunta consapevolezza di classe, una sorta di risposta repulsiva alla realtà che lo circonda), il suo unico obiettivo è quello di godersi la vita e, un domani, eventualmente fuggire lasciandosi tutto alle spalle. Che, sia bene inteso, potrebbe andare anche bene.

Il problema, però, è il voler piegare la narrazione verso una dimensione (politica) che poi, nel profondo, non le appartiene. È un’opera “calligrafica” L’ultimo paradiso, ma non nell’accezione (un tempo negativa, ma oggi positiva) che il  termine ha assunto a livello critico in relazione a un ramo della produzione cinematografica nazionale tra gli anni ’40 e ’50 del secolo scorso (a cui appartiene, ad esempio, Piccolo mondo antico di Mario Soldati), bensì nel suo suo significato letterale: «Di opera letteraria o figurativa nella quale sia curata quasi esclusivamente la perfezione formale» (Vocabolario Treccani). E il risultato finale, alla luce anche di queste considerazioni, è un film di maniera privo di emozioni.

Guarda il trailer ufficiale di L’ultimo paradiso

GIUDIZIO COMPLESSIVO

L'ultimo paradiso è un film molto ambizioso. Il potenziale del film, però, pur intravedendosi non appare mai veramente espresso. La sensazione è che molte delle qualità del film siano rimaste sulla carta, disperse tra le pagine della sceneggiatura. La regia di Ricciardulli, per quanto pregevole, si preoccupa più della forma che del contenuto. E il risultato finale è un film di maniera privo di emozioni.
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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