Sgombriamo prima di tutto il dubbio per chi fosse intimorito dalla durata fiume di quasi 3 ore e mezza: Killers of the Flower Moon – dal 19 ottobre nelle sale italiane – è quel tipo di film che potrebbe durare otto ore come una serie tv e comunque lo si guarderebbe tutto di fila, dimenticandosi di andare in bagno. Nonostante ciò, è un film che richiede un’adesione dello spettatore ancora maggiore di Oppenheimer (un altro film fiume).
A occhio e croce ha quasi lo stesso numero di personaggi in scena. Allo stesso modo è un’opera grossa, cerebrale, dal sapore antico. Martin Scorsese lavora insieme con Eric Roth su una sceneggiatura, tratta dal romanzo di David Grann, che sembra più un affresco. Intreccia, stringe, avvinghia nei dialoghi che non aspettano nessuno e non ripetono mai; basta distrarsi un attimo e si rischia di perdere il ritmo e uscire dal film. Più che una corsa, è una lunga marcia, fatta con un regista ottantenne che ha ancora tante storie da raccontare. È il tempo per girare tutto quello che vuole che gli manca, dice.
Proprio il tempo è al centro dell’andamento di questo film dove nessuna scena è di troppo, ma che procede a ritmi diversi. La trama è divisa in tre parti piuttosto distinte. La prima si tende come un elastico per ben due ore. Ci sono degli omicidi nella contea di Osage, in Oklahoma. Siamo negli anni venti ’20, in quella che è considerata praticamente di una terra benedetta da Dio. La Nazione Osage ha sotto i piedi della materia che ribolle ed esplode con violenza. Eruzioni di petrolio che hanno fatto la loro fortuna. Basterà poco per capire che, invece, l’oro nero è una sostanza che porta morte. Di fronte ad essa, e ai soldi, gli uomini si perdono.
Anche Ernest Burkhart (Leonardo DiCaprio) è perduto. Torna dalla Grande Guerra ferito e senza sapere bene cosa fare della sua vita. Si trova alla corte dello zio William Hale (Robert De Niro) che amministra la terra come un re. Fa da filtro, tutto deve passare da lui. Possiede una conoscenza del posto al centimetro; conosce tutti, persino nelle loro debolezze. Quella tra i bianchi e i nativi americani è infatti una convivenza che fila liscia solo all’apparenza.
Una storia di luci diverse che tracciano ombre diverse
In questa prima parte, Killers of the Flower Moon è un falso giallo: ci sono, infatti, degli assassini a piede libero che terrorizzano la città; non c’è un detective che indaga; soprattutto, nessuno – tra chi guarda – faticherà a intuire sin dai primi minuti chi ci sia dietro a questi delitti e quali siano le motivazioni. Tutto alla luce del sole! A proposito, che grande uso dei cambi di luce che fa Rodrigo Prieto (The Irishman, ma anche il più recente Barbie di Greta Gerwig): passa dal caldo del fuoco alla più fredda illuminazione dei luoghi di giustizia; con essi cambia la percezione del mondo elegante ma selvaggio, in quello democratico basato sul diritto. Una storia di luci diverse che tracciano ombre diverse.
Il primo film dentro Killers of the Flower Moon è questo. Le sue prime due ore sono un trattato sull’omertà e sull’incapacità di vedere. La cecità di un popolo pacifico lo rende come un branco di pecore che vengono smembrate così piano che non si accorgono del lupo tra di loro. Un elastico narrativo, dicevamo, che si tende ma non si spezza. Anzi, arrivato al culmine torna indietro…

Di colpo riattraversiamo tutto il film al contrario. Velocemente, come veloce è l’indagine dell’FBI (nata da poco in quegli anni) che svela la rete di legami dietro alle numerose morti. La risoluzione è rigorosa e senza soddisfazione. Si entra infatti in un film del dolore: quello subito e quello inflitto. La verità era già svelata, solo che nessuno se ne rendeva conto. Capire ciò che è successo, prendere coscienza, è la pena del contrappasso di un popolo.
Arriviamo nell’ultima mezz’ora, dove il film muta ancora. È il momento della catarsi. C’è un processo che, nelle mani di Martin Scorsese, è poco funzionale a ristabilire una giustizia. Anzi, ci si chiede se il carnefice potrà mai ripagare ciò che ha tolto alle vittime. L’obiettivo di questo segmento è piuttosto sciogliere le relazioni, esprimere i peccati ad alta voce, confrontare i personaggi con i non detti. Scorsese parla qui degli stomaci che si contorcono nel rimorso. Fa così di Killers of the Flower Moon un film letteralmente viscerale; proprio i personaggi parlano attraverso il loro intestino (esattamente come in The Irishman era la prostata ad avere una sua centralità nello studio di carattere).
Questo è un cinema che richiede in ogni scena l’impegno dello spettatore e che piace perché è bello, non perché si sforza di piacere. È bello perché è vitale, esprime l’urgenza da parte del suo regista di scavare in tutte le sfumature della condizione umana. C’è così tanta morte che dopo un po’ ci si abitua, esattamente come il popolo Osage non si chiede più il perché degli omicidi, ma li accetta e basta.
Legami di sangue e legami affettivi
Alla prima visione colpisce il continuo alternarsi di personaggi: per uno che esce di scena – e ne muoiono moltissimi – ne entra uno nuovo. Si corre così dietro ai legami di sangue e a quelli affettivi cercando di capire che cosa si nasconda nelle persone. Ci si sente come degli stranieri in quel territorio a recuperare informazioni rispetto a un passato che non è stato visto. Ed è proprio questa la cosa eccezionale di Killers of the Flower Moon: come si immerge nell’universo narrativo che crea.
Il suo cuore è fatto di un comunità e di un città vivissima in ogni inquadratura. Appena si esce nelle strade succedono tantissime cose sia sul primo piano che sullo sfondo e persino ai lati dell’inquadratura. La società che mostrano le immagini è piena di vita. I movimenti di macchina sono misuratissimi, conferiscono tridimensionalità all’impianto scenografico e danno al film al film un aspetto realistico, come se la città fosse realmente colta nella sua frenesia. Lontano dal documentario, riesce però ad essere anche una ricerca verso una realtà superiore, a riprendere attraverso le forme e i colori un significato “altro” (si veda, a tal proposito, l’ultima inquadratura dalla doppia lettura, in cui dei corpi formano i contorni di qualcosa d’altro).
Non si può che gioire di fronte all’effetto dell’elisir, qualunque esso sia, che Scorsese ha dato a Robert De Niro facendolo ringiovanire, questa volta senza computer grafica posticcia ma solo dandogli una parte che – si vede – si è proprio gustato. Delude invece – dispiace dirlo – Leonardo DiCaprio, che recita costantemente imbronciato: la sua smorfia, caratteristica del personaggio, sembra però sempre molto finta; tant’è che in una scena chiave, quando la sua bocca cambia per un attimo il suo stato di tensione, sembra che l’attore abbia perso anche il personaggio.
Nonostante questo, Killers of the Flower Moon è un film di volti. A partire da quello risoluto e profondo di Lily Gladstone, che recita male la malattia e non riesce a essere sempre credibile nelle torture fisiche ed emotive che subisce. Non aiuta un trucco molto soft anche nelle scene di agonia. Brilla, però, in alcuni piani di ascolto in cui fissa dritto negli occhi il futuro marito. Che portamento, che orgoglio! C’è una storia in uno sguardo.
La legge dell’uomo contro quella di natura
È pazzesco quante cose si possano dare per scontate guardando un film di Martin Scorsese, pur sapendo che al cinema nulla è veramente garantito: un rigore formale sopraffino. Un controllo totale della scena. Un linguaggio per immagini che cambia grammatica sulla base dell’effetto che vuole ottenere, insieme a una concezione di cinema così libera da arrivare a ripensare tutto il piano del racconto negli ultimi minuti; sono in assoluto quelli che faranno più discutere, ma nascono invece da una grande idea (anche se con un cameo di troppo).
Da un film di Scorsese ci si aspettano grandi star e costumi dall’aspetto tattile pronunciato: si riesce a percepire la sensazione di passare una mano su quei tessuti; c’è un uso della colonna sonora che sacrifica i temi per dare un ritmo rigoroso in maniera quasi subliminale; da un western ci si aspetta un treno, una stazione, una città e l’impressione che il tempo scorra, che la modernità stia per arrivare. Tutto questo accade in un film fiume, epico, ma senza esaltazione dell’epicità.
Colpisce il modo in cui il regista fa sentire il tempo che passa nel racconto, il progredire della storia, solo quando la giustizia entra a occuparsi del caso. Come se gli anni che passano non contassero niente se non sono mischiati a uno sviluppo della coscienza collettiva. Come se la civiltà diventasse grande, progredita, più elegante, solo quando incontra il diritto. La legge dell’uomo contro quella di natura.
Tutto questo ci si aspetta da un film di Martin Scorsese: partire dalla strada e dalla terra per raccontare l’inferno degli uomini colpevoli e degli innocenti sacrificati in una mattanza per il Dio denaro. Ci si aspettava grande cinema. Grande cinema abbiamo avuto.


