mercoledì, Maggio 19, 2021
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Judas and the Black Messiah, recensione del film con Daniel Kaluuya

La recensione di Judas and the Black Messiah, film ispirato alla vita dell'attivista Fred Hampton. Dal 9 aprile in esclusiva digitale.

Gli anni ’60 furono una decade turbolenta per gli Stati Uniti. Da una parte, la crescente insoddisfazione di molti americani nei confronti della Guerra del Vietnam, dall’altra, naturalmente, la nascita di quello che passerà alla storia come il Movimento per i diritti civili degli afroamericani. Martin Luther King e Malcolm X, seppur le più celebri, furono solo due delle innumerevoli personalità rivoluzionarie che vissero da protagoniste quel momento storico. La loro fama, accresciuta forse anche dalla loro antitetica visione della battaglia contro le istituzioni, ha oscurato altri leader del movimento la cui eco è rimasta pressoché confinata all’interno degli Stati Uniti. Se, ad esempio, tutti noi conosciamo le Pantere Nere, la storica organizzazione rivoluzionaria, poco sapevamo – almeno fino ad oggi – di uno dei suoi leader più carismatici: Fred Hampton, a cui è dedicato il biopic Judas and the Black Messiah, dal 9 aprile disponibile in streaming.

Attivista e rivoluzionario di fede socialista, Hapton è stato uno degli esponenti di spicco delle Pantere Nere, divenendo appena ventenne capo della delegazione di stanza a Chicago, in Illinois. Abile oratore e fomentatore di folle, venne identificato dall’FBI nel 1967 e brutalmente ucciso nel dicembre del 1969, grazie anche all’aiuto di una talpa – tale William “Bill” O’Neal – infiltratasi all’interno dell’organizzazione stessa. Una vicenda sulla quale è stata fatta chiarezza solo in tempi relativamente recenti, e che per anni – volutamente – il Governo degli Stati Uniti ha coperto, accusando le Pantere Nere di essere state le prime ad aprire il fuoco contro i poliziotti impegnati nella retata. Accuse che sono decadute e che hanno invece lasciato spazio ad un’unica verità: si trattò di una missione, ordita dall’FBI con il supporto dell’allora procuratore dell’Illinois Edward Hanrahan, finalizzata all’uccisione di Hapton.

È proprio incentrato su questa controversa vicenda, Judas and the Black Messiah, secondo ambizioso lungometraggio di Shaka King, scritto dal regista insieme a Will Berson, le cui vicende produttive ebbero inizio nel 2014, quando i fratelli Kenny e Keith Lucas (autori del soggetto con Berson) presentarono il loro progetto a Netflix e alla casa di produzione A24. Ci sono voluti, quindi, più di sei anni per realizzare il film, sospinto anche dal crescente sentimento di protesta nei confronti della politica trumpiana e degli innumerevoli casi di violenza perpetrata dalla polizia statunitense nei confronti dei cittadini afroamericani. Anni di gestazione che hanno visto avvicinarsi al progetto diverse personalità, tra cui è quantomeno doveroso menzionare Ryan Coogler, regista di un’altra Pantera Nera (Black Panther), nata non casualmente nel clima di fermento rivoluzionario degli anni ’60.

William “Bill” O’Neal (Lakeith Stanfield) è un ladruncolo da quattro soldi specializzato nei furti d’auto. Arrestato dalla polizia di Chicago, viene ingaggiato dall’agente dell’FBI Roy Mitchell (Jesse Plemons) per infiltrarsi nell’organizzazione delle Pantere Nere ed informare il famigerato Federal Bureau of Investigation su uno dei loro leader: Fred Hampton (Daniel Kaluuya). Dapprima autista personale di Fred, e poi successivamente suo responsabile della sicurezz, Bill si avvicina sempre di più al leader del movimento. Quando però il capo dell’FBI, J. Edgar Hoover (un irriconoscibile Martin Sheen), medita di uccidere il “Messia” Fred, Bill si trova suo malgrado a dover recitare il ruolo di novello Giuda.

Copyright: © 2021 Warner Bros. Entertainment Inc. All Rights Reserved. Photo Credit: Glen Wilson. Caption: (L-r) DARRELL BRITT-GIBSON as Bobby Rush, DANIEL KALUUYA as Chairman Fred Hampton and LAKEITH STANFIELD as Bill O’Neal in Warner Bros. Pictures’ “JUDAS AND THE BLACK MESSIAH,” a Warner Bros. Pictures release.

Sarà perché tratta temi tornati in auge dopo l’ondata razzista che ha sferzato l’opinione pubblica americana, sarà – ovviamente – per quanto accaduto quasi un anno fa a George Floyd, barbaramente ucciso da un poliziotto per le strade di Minneapolis, sarà per la conseguente protesta al grido Black Lives Matter, ma Judas and the Black Messiah sembra davvero il film giusto uscito al momento giusto. Non è probabilmente un caso che se ne siano accorti anche ad Hollywood – sempre molto attenta, almeno di facciata, alla piaga del razzismo: Moonlight Green Book insegnano -, come testimonia la sacrosanta vittoria ai Golden Globes di Daniel Kaluuya come Miglior Attore Non Protagonista, e le 6 Nomination ai prossimi Premi Oscar.

Che il film di Shaka King sia un film importante, quindi, è fuori discussione. Partendo dalla celebre intervista che il vero William “Bill” O’Neal rilasciò nel 1989 per la seconda stagione delle serie documentaria Eyes of the Prizes, dedicata alla lotta per i diritti civili, a seguito della quale – forse divorato dai rimorsi? – Bill si suicidò (almeno questa è la tesi che sposa il film), Judas and the Black Messiah racconta la storia di Fred Hampton mettendone in evidenza le straordinarie doti di leadership, ma al contempo non rinunciando ad osservare l’America della fine degli anni ’60: un paese dilaniato da una vera e propria Guerra Civile, e minacciato sostanzialmente da due forze opposte ed antitetiche. Da una parte, i rivoluzionari afroamericani in cerca di giustizia sociale e pronti a tutto pur di far valere i propri diritti (anche alla violenza), dall’altra invece i “garanti” dell’ordine costituito, ovvero l’FBI e il suo indiscusso padre padrone Hoover (per un approfondimento cinematografico sul personaggio, si consiglia di recuperare il sottovalutato biopic diretto da Clint Eastwood).

Tutte cose che Judas and the Black Messiah racconta con coinvolgimento, ma in maniera fin troppo canonica (sarà per questo che è piaciuto così tanto ai giurati dell’Academy?). Se le interpretazioni di Lakeith Stanfield e Daniel Kaluuya (oltretutto, entrambi già protagonisti di un film cardine della blaxploitation contemporanea quale Scappa – Get Out di Jordan Peele) rappresentano un incentivo alla visione, il film di Sasha King sembra, in generale, limitarsi a rendere giustizia a un personaggio, Fred Hampton, che ha dato la vita per gli ideali in cui credeva. Così facendo, però, è come se si volesse paradossalmente tenere a debita distanza dal personaggio, dando maggiore risalto agli eventi (a cominciare, naturalmente, dalla controversa morte) rispetto alla complessità della sua figura storica.

Una scelta che se da un lato privilegia la spettacolarità delle sequenze in cui il protagonista sfoggia la sua fenomenale arte oratoria – trascinanti i discorsi che tiene di fronte ai suoi seguaci -, dall’altra rischia di non riuscire a mettere a fuoco le contraddizioni insite nel personaggio e nel movimento di cui fece parte. Solo in una primissima scena, ad esempio, è evidenziata la netta frattura (per certi versi, insanabile) tra l’ideologia di Fred (per dirla in senso biblico: occhio per occhio, dente per dente) e quella di quei “fratelli e sorelle” che invece ritengono non sia necessario rispondere alla violenza con la violenza, come insegnava d’altronde Martin Luther King. Un aspetto che è affrontato (volutamente?) sbrigativamente, e che ci offre la misura di un’opera sicuramente avvincente, decisamente fondamentale (e per questo meritevole di essere vista), ma allo stesso tempo incapace di scandagliare a fondo quegli anni turbolenti e i suoi problematici (ideologicamente parlando) protagonisti.

Guarda il trailer ufficiale di Judas and the Black Messiah

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Judas and the Black Messiah racconta la storia di Fred Hampton, tra le personalità di spicco dell'organizzazione delle Pantere Nere, mettendone in evidenza le straordinarie doti di leadership, ma al contempo non rinunciando ad osservare l'America della fine degli anni '60. Ma, pur pur essendo un film avvincente non riesce a scandagliare a fondo quegli anni turbolenti e i suoi problematici (ideologicamente parlando) protagonisti.
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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