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It Ends with Us – Siamo noi a dire basta, recensione del film con Blake Lively

Tratto dal bestseller omonimo di Colleen Hoover, It Ends with Us - Siamo noi a dire basta con Blake Lively arriva al cinema dal 21 agosto.

C’è un fenomeno recente, sbocciato con l’avvento improvviso della piattaforma cinese Tik Tok, che sta lentamente riconfigurando i contorni del mercato editoriale, negli ultimi anni sempre più in agonia a causa di corsi, ri-corsi e cambiamenti repentini della Storia e dei costumi: si chiama BookTok, e consiste nei consigli (per gli acquisti) forniti da giovanissimi influencer – tiktokers, appunto – talmente innamorati della lettura e dei libri da lasciare ai propri followers reaction, commenti a caldo e incontenibili emozioni attraverso brevissimi video, atti alla fruizione via social.

Tra reazioni divenute virali, opinioni e hashtag tattici, non solo i booktokers sono diventati delle celebrità a tutti gli effetti, ma una fonte imprescindibile di preziose informazioni per le varie case editrici, che sempre più si affidano ai nuovi trend per avere un polso della situazione su quali piste seguire per le nuove uscite, i talenti da scoprire e i libri da riportare in auge per aumentare le vendite. Di casi eclatanti ce ne sono stati parecchi, ed elencarli diventerebbe un inutile decalogo: possiamo citare il fenomeno Erin Doom con il suo Fabbricante di lacrime (adattato di recente da Netflix), ma anche un’autrice prestigiosa come Dona Tartt che ha visto il suo romanzo d’esordio, Dio di illusioni, tornare in vetta alle vendite a distanza di più di trent’anni dalla pubblicazione.

Fenomeni virali temporanei o destinati a durare, è vero, ma spesso i consigli dei booktokers vengono presi sul serio dagli stessi editori che scovano così nuovi talenti (sui quali lucrare), creando a tavolino fenomeni mondiali spesso nati in seno alle piattaforme di self-publishing (come lo stesso Amazon o Wattpad), cavalcando la scia delle diffusissime fan-fiction che richiamano l’attenzione di un fandom sempre più nutrito, di followers e attenzioni mediatiche che permettono agli autori un’immediata pubblicazione con una conclamata casa editrice, già sicura del successo dell’opera e delle future vendite.

ll sacrificio del materiale narrativo più introspettivo

E nel solco di questi successi si colloca l’attenzione, da parte di un sistema cinematografico in avaria, di un modo sicuro per richiamare il pubblico nelle sale, ma anche la bramosia bulimica delle piattaforme video-on-demand, sempre più interessate a nuova materia viva e pulsante da inserire nei loro cataloghi cavalcando la (solita) onda alta di successi virali e fenomeni di massa: e in quest’ottica possiamo quindi considerare l’adattamento cinematografico del bestseller di Colleen Hoover It Ends with Us, accompagnato in italiano dal didascalico (e cacofonico) Siamo noi a dire basta; un’operazione di marketing in perfetto stile commerciale e mainstream che insegue il gusto della Generazione Z, cercandone disperatamente il plauso e la benedizione, a costo di sacrificare una profondità (di campo) fondamentale per la narrazione.

La storia alla base del film – e del romanzo omonimo – è prevedibile e convenzionale, perché incentrata sulla vicenda di Lily Bloom (interpretata dalla vera star dell’operazione, Blake Lively), una giovane donna che ha superato un’infanzia traumatica per intraprendere, infine, una nuova vita a Boston inseguendo il suo sogno d’infanzia: aprire un proprio negozio di fiori. L’incontro casuale con l’affascinante neurochirurgo Ryle Kincaid (Justin Baldoni, attore e regista del film), fratello della sua socia, è il preludio ad un legame forte e intenso; ma mentre i due si innamorano profondamente, Lily inizia a vedere in Ryle lati che le ricordano il rapporto con i suoi genitori. Quando il primo amore di Lily, Atlas Corrigan (Brandon Sklenar), rientra improvvisamente nella sua vita, la relazione con Ryle viene stravolta e Lily capisce che deve imparare a contare sulle proprie forze per fare una scelta molto difficile per il suo futuro.

Fin qui, nel riassunto di una trama già sentita e vista sullo schermo d’argento innumerevoli volte, sembra non esserci traccia del “fenomeno Hoover” che ha portato la scrittrice americana ad avere ben cinque romanzi su dieci in testa alle classifiche, trasformandosi rapidamente in veri e propri casi editoriali. Questo perché, in effetti, il successo della Hoover affonda le proprie radici nel suo passato (prossimo), in un lavoro come assistente sociale che le ha permesso di venire a contatto con storie complesse, difficili e dolorose che lei sa riportare in vita – e in scena – attraverso le parole e i personaggi, creando dei characters archetipici che si muovono sullo sfondo di queste drammatiche vicende che permeano l’atmosfera dei suoi romanzi rosa, a tutti gli effetti figli di quel genere romance molto in voga oggi, soprattutto tra le giovanissime booktokers.

Influencer che forse si ritrovano nei protagonisti delle opere, giovanissimi ventenni (o poco più) incarnazione perfetta della Generazione Z che l’ha trasformata in un’icona involontaria, da semplice casalinga degli Stati Uniti a signora indiscussa di un genere (e delle vendite). Nel passaggio cruciale dalla carta stampata allo schermo, è imprescindibile il sacrificio di materiale narrativo più introspettivo, considerando anche la narrazione in prima persona che permette di scavare nei pensieri più intimi della protagonista Lily, che nel film ha il volto della Lively.

Un’operazione commerciale pensata e non sentita

E da questo dettaglio iniziano subito le incongruenze dettate dall’istinto commerciale, dalla necessità di soddisfare il mainstream e le sue logiche contorte. Perché i personaggi principali del romanzo sono tutti figli della Generazione Z, palesemente, mentre nell’adattamento di Baldoni sono Millennials, (giovani) adulti che si aggirano tra i trenta e i quarant’anni, credibili nel contesto emotivo – e nel climax emozionale – creato dalla storia (che parla di violenza domestica e amore tossico), ma trasformati in pallide figurine stereotipate che vagano confusamente sulla scena a causa soprattutto della sceneggiatura.

Uno script, quello realizzato da Christy Hall, che rimbalza per due ore tra dialoghi piatti, banali, pallide imitazioni della realtà quotidiana che mimeticamente cerca di riprodurre, scivolando però nel tranello della banalità più inquieta e disarmante. Il vero scollamento tra tema e obiettivo ruota intorno alle tematiche importanti che attraversano la stessa operazione letteraria: il romance dovrebbe essere il mero pretesto, anzi, forse il codice linguistico per raccontare e amplificare (esattamente come una lente) un aspetto che febbrilmente invade la cronaca dei nostri quotidiani. La Hoover parla di violenza domestica e tossicità nelle relazioni, ma la sceneggiatura della Hall sembra restare ancora una volta in superficie, senza scavare nel profondo e preferendo gli aspetti più esteriori, quasi creando una “scenografia di parole” per rappresentare temi talmente densi di significato da non poter essere, in nessuno modo, brutalizzati o semplificati per arrivare ad una porzione sempre più ampia di pubblico.

Il mainstream a tutti i costi comporta l’esigenza, da parte delle produzioni, di realizzare prodotti di facile fruizione, che possano toccare le corde più immediate degli spettatori, scatenando nelle reazioni – e delle emozioni – immediate che esulano dal coinvolgimento emotivo vero e proprio, dalla catarsi aristotelica che permette l’immedesimazione nei personaggi e l’espiazione di un proprio iter (nel bene o nel male), grazie al viaggio dell’eroe compiuto sullo schermo. Non si tratta più di scrivere per archetipi narrativi, ma di fermarsi alla forma delle cose, ai contorni di situazioni e significati che vengono evocati sullo schermo in modo stilizzato, complici sceneggiature funzionali solo al procedere della narrazione e non del dramma, inteso – nell’ottica del teatro greco – proprio come azione scenica vera e propria.

It Ends with Us è un concentrato di luoghi comuni banali, ma soprattutto una storia debole per l’intreccio scontato che ne costituisce il cuore, e che affievolisce la portata intensa (e, ancora una volta, drammatica) delle dinamiche sulle quali vuole indurre lo spettatore a riflettere. Blake Lively, nonostante tutto, è il volto giusto per incarnare Lily Bloom ma è protagonista di un drammatico caso di misunderstanding (più che di miscasting), trovandosi al posto sbagliato e nel momento sbagliato, tanto da appannare la sua aura solare che rende sfaccettato e interessante il personaggio che interpreta, motore immobile dell’intera vicenda.

Purtroppo It Ends with Us non è un film meno riuscito o un adattamento più impreciso del solito: semplicemente, è un’operazione commerciale pensata e non sentita, una trovata commerciale che cerca di richiamare l’attenzione di un target specifico – la Generazione Z – ma senza avere l’appeal necessario, se non la forza trainante di un caso letterario sbocciato tra i reel di Tik Tok e cresciuto grazie ad un passaparola dal sapore molto vintage.

Guarda il trailer ufficiale di It Ends with Us

GIUDIZIO COMPLESSIVO

It Ends with Us non è un film meno riuscito rispetto ad altri o un adattamento più impreciso del solito: semplicemente, è un’operazione commerciale pensata e non sentita, una trovata commerciale che guarda al marketing e al mainstream cercando di richiamare l’attenzione di un target specifico – la Generazione Z – ma senza avere l’appeal necessario, se non la forza trainante di un caso letterario (come quello di Colleen Hoover) sbocciato su Tik Tok. Le tematiche importanti affrontate nel film - e nel romanzo - vengono banalizzate da una sceneggiatura che sceglie, scientemente, di restare in superficie, lontano da qualunque necessaria profondità narrativa.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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It Ends with Us non è un film meno riuscito rispetto ad altri o un adattamento più impreciso del solito: semplicemente, è un’operazione commerciale pensata e non sentita, una trovata commerciale che guarda al marketing e al mainstream cercando di richiamare l’attenzione di un target specifico – la Generazione Z – ma senza avere l’appeal necessario, se non la forza trainante di un caso letterario (come quello di Colleen Hoover) sbocciato su Tik Tok. Le tematiche importanti affrontate nel film - e nel romanzo - vengono banalizzate da una sceneggiatura che sceglie, scientemente, di restare in superficie, lontano da qualunque necessaria profondità narrativa.It Ends with Us - Siamo noi a dire basta, recensione del film con Blake Lively