domenica, Ottobre 24, 2021
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#IoSonoQui, recensione della commedia di Eric Lartigau

La recensione di #IoSonoQui, la nuova commedia di Eric Lartigau, regista del film campione di incassi La famiglia Bélier. Dal 14 ottobre al cinema.

Il pubblico tedesco vedrà il tragicomico “eroe” del nuovo film di Éric Lartigau giusto come Un francese in Corea. In Italia le ‘Officine Ubu’ hanno, invece, preferito la traduzione letterale del titolo, con tanto di hashtag birichino: #IoSonoQui, quasi il grido di Pegman, solerte omino di ‘Google Maps’ che, sballottato da tutti per ogni dove, ha finito per smarrire la strada di casa.

La proiezione è finita, si accendono le luci: novanta minuti che lasciano in sala il profumo di un dono, modesto ma sincero, rivolto a quei papà che di recente hanno spento sessanta candeline o poche più: sono i veri “giovanotti”, gli ultimi giovanotti realmente attratti dall’Ignoto, dall’Altro, per i quali il verbo “fare” significa, appunto, saper fare un po’ di tutto, tenacemente ma con grazia. Solo loro avrebbero forse ancora il coraggio di imbarcarsi su un aereo per andare dall’altra parte del globo e guardare i ciliegi in fiore, seduti accanto a una donna della quale sanno ben poco, tranne che da un momento all’altro può sparire, ma ciò non gli impedirà di ricordarla come l’unica, importante storia della propria vita. Tutto il resto (consorte, affari, vecchie fiamme, amici o presunti tali) è acqua passata sui vetri di un treno in corsa… Stéphane (Alain Chabat), gestore di una taverna nel Belgio rurale, affascinato da una giovane coreana (Bae Doo-na, l’intensa Sonmi-451 di Cloud Atlas) casualmente incontrata su ‘Instagram’, è uno di questi giovanotti… e, per una sera, lo spettatore potrà viaggiare insieme a lui.

Perché perdere tempo con volgari banchetti di nozze per coppie che hanno i mesi contati, palchi di cervo difficili da rivendere (e che la Guida Michelin considera brutale vecchiume di un’epoca superata) e figli con i quali non c’è alcun dialogo quando Soo, così si chiama la giovane, scrive con così affettuosa regolarità e il suo volto, apparso nella foschia come quello di una ninfa, quasi invita a seguirla? Basta indugiare, sembra dire Stéphane, c’è un aereo per Seoul che parte domattina presto! Chissà cosa accadrà…

Sangue freddo, piedi di piombo. #IoSonoQui non rimarrà nella storia della commedia d’Oltralpe. Il collegamento con The terminal (2004) – l’attesa assurda, l’aeroporto come allegoria del mondo odierno in perpetua marcia e metamorfosi – viene spontaneo benché gli argomenti trattati da Lartigau (fragilità della terza età, mondi fittizi e falsi sentimenti che ci creiamo attraverso le piattaforme social, perdita del senso tattile nell’accezione più profonda) differenzino nettamente la sua pellicola da quella di Spielberg ma, a parte questo, squilibri e incoerenze rimangono. Spiace che a un primo tempo ben congegnato, scorrevole e impreziosito da trovate incisive, soprattutto sul versante figurativo – immagini e scene sono rispettivamente di Laurent Tangy (French Connection) e Olivier Radot (Gabrielle) – segua un secondo più fiacco in cui il confronto tra l’Occidente sgraziato e intontito (Stéphane) e l’Oriente (Soo) sprezzante e lucido ha un che di programmatico, di moralista perfino, senza contare l’evitabilissima citazione dell’ormai insopportabile Steve Jobs («Siate affamati, siate folli»), pace all’anima sua.

Ciò nondimeno, e qui risiede il pregio della sceneggiatura di Thomas Bidegain (Un sapore di ruggine e ossa), #IoSonoQui si impegna a dire la sua, tra l’amarezza e il divertimento, su un tema ben più sottile, tutt’altro che usurato: la competizione tra la natura e la sua rappresentazione. Come gli uccelli, nel noto passo di Plinio, tentano di beccare gli acini d’uva dipinti da Zeusi, credendoli veri, così l’Uomo – Stéphane, nel caso in esame – risulta (oggi più che mai, fra simulacri d’ogni sorta) vulnerabile, “ineducato” e incline a essere raggirato: in qualsiasi fruitore, anche nel più avveduto, riposa un elemento di sensibilità primaria, una reazione immediata e “animale” al potere dell’immagine. E tanto più il “pittore” sarà capace di fingere (la bella Soo con il suo quadro lacustre, i suoi post e i gli stessi pannelli retroilluminati dell’aeroporto con impressionanti foglie semoventi), tanto più il risultato che se ne avrà sarà in grado di “competere” con la realtà.

Come ci si può salvare da questo inganno? Cosa dobbiamo sapere per poter godere di un’illusione senza farsene “inghiottire”? Il film risponde… ma non diremo come! Bravissimo Chabat, toccante ed espressivo, e memorabile fin dalla sua prima apparizione la figura dell’anziana, premurosa autista di spazzatrice (Myeong-ja Lee). Si consiglia, per un approfondimento, l’articolo Attenzione: finzione non è falso! di Erica Belluzzi (“Mostre-Rò”; 12-11-‘14).

Guarda il trailer ufficiale di #IoSonoQui

GIUDIZIO COMPLESSIVO

#IoSonoQui si impegna a dire la sua, tra l’amarezza e il divertimento, su un tema sottile, tutt’altro che usurato: la competizione tra la Natura e la sua rappresentazione. Bravissimo Alain Chabat.
Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

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