martedì, Agosto 9, 2022
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Io sono Vera, recensione del film con Marta Gastini

La recensione di Io sono Vera, film di Beniamino Catena con Marta Gastini e Anita Caprioli. Dal 17 febbraio al cinema.

Il bisogno di volgere lo sguardo ad altri pianeti, altre dimensioni, più alti livelli di vita non è più ormai un “tabù”, un’esperienza isolata o un “esotico” cascame nell’irrequieto cinema tricolore del Duemila. È tutto questo ciò che siamo? Non c’è niente di più? Tante sono le vie per tradurre, “suggerire” filmicamente una risposta a quesiti vecchi come il genere umano. L’anconetano Beniamino Catena ha una sua idea di quale percorrere per Io sono Vera (“Vera de Verdad”, in spagnolo), in sala da giovedì 17 febbraio (distribuisce “No.Mad Entertainment”): opera difficile da classificare, mutevole nei toni, ellittica nel narrare e appena frenata da qualche impaccio «intellettualistico», ciò nondimeno immaginosa, struggente di un modo non comune, sorprendentemente casto. Meritevole di rispetto (e di più visioni).

Classe ’68, eclettico bagaglio (sua, ad esempio, la fortunata miniserie Rosy Abate) alla mano, a differenza di altri colleghi connazionali, il nostro non intende rispolverare i “giocattoli” del decennio Ottanta (Il magico Natale di Rupert), non è interessato a stravaganti macchiette (Butterfly zone), a “interferenze aliene” (6 giorni sulla Terra, L’arrivo di Wang), a riletture “steampunk” di eroici poemi (Ulysses: A Dark Odyssey) o a narrazioni “paleo-astronautiche” (Creators): naviga su tutt’altra imbarcazione. In sordina ma tenacemente, Catena e i suoi sceneggiatori discorrono della Morte, dell’ingiusta esilità della vita, del timore di perdere una persona cara nonostante la giovane età, del vuoto che lascerà in coloro che ha incontrato durante la sua involontaria, troppo breve permanenza.

Servendosi delle opalescenti forme di una fiaba, sempre scissa fra religiosità greca e futuristici paradossi, Io sono Vera sembra inoltre accodarsi a quella particolare cinematografia (si guardino Loveless, Burning o, con fare più dissimulato, il recente Tre piani) dell’ultimo triennio che, sulla falsariga del classico Picnic ad Hanging Rock (‘75), ci fa riflettere sul “punto morto del mondo” (“l’anello che non tiene” della poesia montaliana), l’ancestrale, ben celata fessura da allargare per poter fuggire, finché si è in tempo, dalla logorante, carcerariamente ciclica esistenza terrena.

La ragazzina novenne del titolo (Caterina Bussa D’Amico Montalto), svanita in un lampo sulla sommità di una rupe a strapiombo sul Mar Ligure, sotto lo sguardo incredulo del suo maestro di scuola (Davide Iacopini), insieme a lei per una gita, forse ha scovato proprio il suddetto “punto morto”, l’infra-dimensionale pertugio che nessuno sa dove conduce. I coniugi Melis (Anita Caprioli, Paolo Pierobon), genitori di Vera, rifiutano, com’è ovvio, la spiegazione folle di Claudio, così si chiama l’insegnante, primo indiziato della più che probabile uccisione della piccola. Ma ecco l’inatteso, altri direbbero “il miracolo”: dall’altra parte del mondo, in Cile, Elias (Marcelo Alonso, lo vedemmo ne Il club di Larraín), guardiano di una stazione di terra (monitoraggio satelliti), alcolista e malato grave, è colpito da un attacco critico d’ischemia. Riprende i sensi per un soffio, in sala operatoria, nello stesso istante in cui la protagonista si volatilizza sulla rupe. Tempo dopo, poco distante dalla stessa formazione rocciosa, le onde restituiscono sulla battigia una giovane donna (Marta Gastini), pelle e ossa, nuda e intirizzita, che busserà alla porta dei Melis affermando di essere… Vera! Un nome che, molesto, rimbomba nella mente di Elias. Cos’è accaduto? Chi si nasconde dietro la diafana “straniera” dagli occhi di gatto? Un’impostora? Una malata di mente evasa da una clinica? Oppure è davvero chi dice di essere, “cresciuta” per un inspiegabile scherzo della Natura? Cosa lega, poi, questa misteriosa creatura all’infermo, sbandato guardiano cileno?

Le interpretazioni verranno dopo e ciascun spettatore darà la sua. La cosa migliore, nel mentre, è abbandonarsi semplicemente all’atmosfera, alle accurate immagini di Maura Morales Bergmann (Santiago, Italia) la quale, in ogni inquadratura, sembra tessere un amoroso ricamo attorno all’alessandrina Gastini, violacea stella abissale, fra le attrici più aggraziate (di una bellezza fine, enigmatica, d’altri tempi) ed espressive della sua generazione, capace di donare a Vera una consistenza, una luce e una febbrile carnalità autenticamente “extraterrestri”: addenta, tutt’altro che casualmente, una Melagrana, simbolo nella tradizione mediterranea pre-cristiana “del rinnovarsi del cosmo, della sua perenne rigenerazione” (Cattabiani, ’17); e le Api, laboriosi insetti che, dall’Inno omerico ad Ermes fino al culto cristiano di Santa Rita, emblematizzano l’enthousia, cioè l’ispirazione che viene dal divino, le rendono omaggio “baciandola” in viso. Una figura dolente ed incantevole che, da sola, vale l’intero spettacolo.

Decisivi, infine, gli apporti di Carlo Diamantini (I 3 volti del terrore) e Mauro Fabriczky al trucco; ugualmente di Monica Galantucci (La Befana vien di notte) e Andrea Battistoni (Imago mortis) alla supervisione degli effetti ottici. Si consiglia, per un confronto, le seguenti tre pellicole: Audrey Rose (‘77) di Robert Wise, Luci lontane (’87) di Aurelio Chiesa e Birth (2004) di Jonathan Glazer.

Guarda il trailer ufficiale di Io sono Vera

GIUDIZIO COMPLESSIVO

La cosa migliore, guardando Io sono Vera, è abbandonarsi all’atmosfera, alle accurate immagini. In ogni inquadratura, Beniamino Catena sembra tessere un amoroso ricamo attorno a Marta Gastini, fra le attrici italiane più aggraziate ed espressive della sua generazione. Il personaggio di Vera, dolente ed enigmatico, di “extraterrestre” carnalità, da solo, vale l’intero film.
Giordano Giannini
Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

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Io sono Vera, recensione del film con Marta GastiniLa cosa migliore, guardando Io sono Vera, è abbandonarsi all’atmosfera, alle accurate immagini. In ogni inquadratura, Beniamino Catena sembra tessere un amoroso ricamo attorno a Marta Gastini, fra le attrici italiane più aggraziate ed espressive della sua generazione. Il personaggio di Vera, dolente ed enigmatico, di “extraterrestre” carnalità, da solo, vale l’intero film.