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Io sono Rosa Ricci, recensione del film prequel di Mare Fuori con Maria Esposito

Presentato alla Festa del Cinema di Roma 2025, Io sono Rosa Ricci di Lyda Patitucci con Maria Esposito e Andrea Arcangeli arriva nelle sale il 30 ottobre distribuito da 01 Distribution.

Io sono Rosa Ricci” sembra ormai una di quelle espressioni che a poco a poco entrano nel gergo quotidiano come un tormentone, uno slang oppure l’ultimo dei trend: carne da macello per la viralità, spremuta fino all’osso.

Perché è vistoso e innegabile il successo di pubblico del teen crime Mare Fuori, la serie Rai ideata da Cristiana Farina che nel carcere minorile IPM di Napoli racconta le vite degli adolescenti figli della camorra, con le sue battaglie giocate sempre su due fronti: i padri sporcano di sangue i rioni, i figli le prigioni.

E sarà per il suo conflitto tra la famiglia cara e l’utopia di una vita diversa che la Rosa Ricci di Maria Esposito piace così tanto. La sua verità è palpabile e trasuda in ogni gesto, ma in questa fame di personaggi-cosplayer che anima il nostro tempo, si rischia spesso di tirare la corda quasi fino al grottesco, senza più accorgersi quando un universo narrativo è saturo e non racconta altro che la sua immagine epidermica.

Uno spin-off dell’universo Mare Fuori

È il caso di Io sono Rosa Ricci diretto da Lyda Patitucci e presentato in sezione “Grand Public” alla Festa del Cinema di Roma 2025, che dovrebbe essere uno spin-off del mondo Mare Fuori, eppure con la fiction Rai condivide poco più che la protagonista quindicenne e suo padre, il Boss più potente di Napoli Don Salvatore Ricci (Raiz).

Capofamiglia incurvabile, severo in volto e nell’animo, il suo unico tallone d’Achille è l’amore sconfinato per la figlia Rosa. Quando viene rapita su un’isola deserta imprigionata come ostaggio, Don Salvatore scatenerà una guerra di sangue al di là del mare per riaverla a casa.

Io sono Rosa Ricci. Foto di Sabrina Cirillo

Un prequel fuori posto

Dopo l’esordio acerbo ma intrigante tra fumetto e noir di Come pecore in mezzo ai lupi (2023), Lyda Patitucci prova (invano) a dare nuova dignità a una storia già stanca e appesantita come quella di Rosa Ricci, che con i suoi occhi “effetto mandorla”, l’outfit Total Black e l’inflessione figlia della sua Napoli diventa un feticcio perfetto nel corpo attoriale riproposto in così tante, troppe, prospettive che ormai non fa altro che parlare con (e di) sé stesso.

Così Io sono Rosa Ricci ha le sembianze di un prequel perennemente fuori posto, che vede l’attrice napoletana (fuori fuoco anche nella recitazione) quasi mai padrona della vicenda, anzi confinata in una linea romantica senza capo né coda: irritante forse per i fan di Mare Fuori, e sterile per tutti gli altri.

Lo spinoff di Patitucci è un lavoro sgraziato non (solo) perché tira per le lunghe l’arco narrativo di Rosa Ricci, ma perché soffre di una grande pecca come lo scarto tra promessa e risultato: vorrebbe raccontare “il suo percorso di formazione” – come si legge nelle note di regia – ma scade in un buio thriller di maschi, crudo e muscolare.

Il vizio di una frenesia produttiva

La regia, con le sue immagini affabulate dal sangue, si allinea con la retorica urlata della fiction Rai. Ma il cinema è un’altra cosa, e non basta soffermarsi sulla sindrome di Stoccolma tra ostaggio e rapitore o la sintonia padre-figlia per scrivere un thriller o un coming of age che sia davvero solido.

Io sono Rosa Ricci, allora, finisce per esprimere il vizio di una frenesia produttiva, senza pretesa alcuna se non quella algoritmica di cavalcare con fierezza il trend: pretesa figlia dell’esprit du temp nell’era delle piattaforme, che (ri)produce stancamente fino al prossimo fenomeno popolare.

Guarda il trailer ufficiale di Io sono Rosa Ricci

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Io sono Rosa Ricci ha le sembianze di un prequel perennemente fuori posto, che vede Maria Esposito quasi mai padrona della vicenda, anzi confinata in una linea romantica senza capo né coda. Un'operazione che finisce per esprimere il vizio di una frenesia produttiva, senza pretesa alcuna se non quella algoritmica di cavalcare con fierezza il trend.

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