Film come Io sono ancora qui (Ainda estou aqui nella versione originale) hanno la funzione di archivio della memoria. Walter Salles, regista brasiliano che manca dalla regia di un lungometraggio di finzione dal 2012, porta in Concorso all’81esima Mostra del Cinema di Venezia la storia di Rubens Paiva, ex deputato del parlamento brasiliano rapito, e mai più ritornato a casa, durante il periodo della dittatura militare.
È il 1970 e Rio de Janeiro è setacciata palmo a palmo dai militari. Con la scusa di dover garantire la sicurezza pubblica e assicurarsi la cattura dei gruppi terroristici antigovernativi, il governo presieduto da Figueiredo fa rastrellamento e repulisti degli oppositori politici. Si va a caccia di simpatizzanti comunisti e Paiva (Selton Mello) viene un giorno portato via davanti gli occhi della propria famiglia.
La resistenza nella tormenta
Salles, su sceneggiatura di Murilo Hauser e Heitor Lorega, resta allora con la moglie e matriarca Eunice (Fernanda Torres), da sola al timone dei quattro figli. È lei che fa il film. Come accadeva già con il magnifico Quo vadis, Aida? di Jasmila Žbanić nel 2020 (sempre a Venezia, incomprensibilmente snobbato dal palmares), altra opera testimonianza lancinante, è la donna – e madre – a farsi àncora di resilienza con il coraggio della testardaggine nella tormenta di un’incertezza perenne.
Prima attraverso i cunicoli di una paura indotta da glaciali invasioni d’abitazione da parte di poliziotti in borghese e interrogatori sempre sull’orlo di sfociare in tortura fisica (psicologica già lo sono), che Salles costringe nell’asfittico con una regia cupa, orrorifica. Poi nell’assordante silenzio che segue una cattura che si protrae per settimane, mesi e anni, durante i quali la famiglia Paiva lotta assieme all’élite intellettuale in cui è immersa nel disperato tentativo di ottenere informazioni sullo stato dell’uomo.

Gli echi di quello che fu
Nella consapevolezza di chi fosse realmente questo marito e di che peso specifico avesse entriamo un poco alla volta. Lo facciamo nella maniera in cui vuole darcene impressione il lavoro di Salles, che parte dall’intimità del cerchio familiare (molto belli questi momenti del film) e poi media tra l’ignoranza in cui è schiacciata l’opinione interna alla nazione e il risalto mediatico che l’evento ebbe invece nel resto del mondo.
Di Paiva si parlò ovunque sui giornali dell’epoca, ma il punto di vista di Io sono ancora qui è inizialmente quello di un dramma intimista perché è una trovata utile a concedergli un nervo emotivo coerente con la dimensione del racconto e della Storia. Dopotutto questa è una pellicola che arriva nel periodo del Brasile post Bolsonaro, Paese lacerato che avverte la necessità di elaborazione di un presente, come altri stati in Sudamerica ma sarebbe più corretto dire come in tutto il resto del pianeta, che sta conoscendo ondate di revisionismo storico e politico – nel governo argentino, ad esempio, c’è chi nega apertamente il dramma dei desaparecidos.

Solido cinema politico
Io sono ancora qui concede forse qualcosa della sua struttura in favore della funzione a cui assolve. In più occasioni c’è sempre qualcuno che fa la vece dello spettatore, chiedendo cosa sia quello o a cosa serve quell’altro. Oppure nei momenti in cui il tema della famiglia, del nucleo ancora integro anche se vituperato, viene insistito sull’osservazione delle altre gioie, delle altre persone. Salles è capace però di fermarsi sempre un momento prima di scadere nel lacrimoso o nel ricattatorio, scegliendo una compostezza a cui Torres aggiunge la componente fondamentale del suo sguardo fiero.
Le code finali del film, che saltano in avanti di decenni con un cameo della grande attrice brasiliana Fernanda Montenegro, lasciano poi una sensazione di sfilacciamento, anche se hanno senso quando inquadrate nell’ottica del tipo di operazione d’impegno e da filo rosso tra presente e passato per la quale Io sono ancora qui esiste. Un cinema politico degno e integro, con cui vigilare, tramandare e cementificare gli orrori partoriti dagli angoli bui della Storia. Perché non si lasci occasione che tornino a ripetersi.


