Invelle è una parola dal suono affascinante, rubata dalla matrice del dialetto marchigiano alla quale appartiene: in italiano suona come “in nessun luogo”, ma è nella lingua inglese che incontra il proprio specchio ideale, con quel “nowhere” così stringato che identifica prima una condizione della mente, poi una connotazione specifica nello spazio-tempo.
E Simone Massi, illustratore, passa dietro la macchina da presa per trasformare una “no man’s land” intellettuale in un luogo fisico concreto, che prende vita grazie all’animazione, costruendo una Torre di Babele di storie, volti, dialetti e voci che si intrecciano tra loro fino a creare un mosaico più ampio, ambizioso e strutturato che guarda alla rievocazione della Storia del Secolo Breve.
Il film d’animazione, presentato lo scorso anno nella cornice della 21esima edizione di Alice della Città e in arrivo nelle sale il 29 agosto, copre un arco narrativo imponente sfruttando come espediente narrativo il punto di vista di tre bambini: Zelinda, Assunta e Icaro. La prima, orfana di entrambi i genitori dopo la terribile epidemia di febbre spagnola, trova una nuova famiglia che la accoglie ma è costretta a lavorare, rinunciando ad un’istruzione, mentre il mondo intorno a lei cambia vorticosamente, coperto dall’ombra oscura dell’ascesa nazi-fascista.
Un periodo, quello della Seconda Guerra Mondiale, che vivrà pienamente Assunta, divisa tra bombardamenti, esecuzioni, leggi razziali e lotte partigiane. Si scivola infine nell’infanzia del piccolo Icaro, che lascia – insieme alla sua famiglia – la campagna durante gli Anni di Piombo, recidendo quegli ultimi legami che lo collegano alla storia (famigliare, ma non solo) di sua madre Assunta e sua nonna Zelinda.
Tra malinconia e riflessione profonda
La malinconia e la riflessione più profonda sembrano essere le due costanti che attraversano Invelle, un’opera lontana dal mero intrattenimento cinematografico quanto dal film d’animazione convenzionale, avvicinandola piuttosto al mondo della videoarte e delle installazioni d’arte contemporanea.
Anche se su piani completamente diversi, caratterizzati entrambi da premesse e conseguenze divergenti, il debutto di Massi ricorda l’operazione compiuta da Jonathan Glazer attraverso The Zone of Interest, la sua ultima fatica: due film che potrebbero occupare benissimo le sale di un museo ultra-contemporaneo, destinati ad ambienti e spazi lontani dalla sala perché portatori sani di messaggi e intenti così profondi da richiedere uno sforzo notevole per comprenderli ed apprezzarli, abbandonandosi – in quanto spettatori – prima di tutto alla loro unicità.
Invelle, nello specifico, cerca di ripercorrere un frammento di Storia d’Italia recente attraverso tre punti di vista privilegiati: ancora una volta, parafrasando Vittorio De Sica, “i bambini ci guardano” e diventano loro i testimoni silenziosi dei comportamenti degli adulti tra dramma e orrore, cambiamenti radicali e remoti sprazzi di innocenza.

Un tratto nervoso per una miscellanea magmatica
Ma se i bambini sono gli occhi ideali attraverso i quali immortalare la realtà, la qualità del racconto è invece corale e babelica, ricca di molteplici sfumature che coincidono con la presenza di innumerevoli personaggi che si affacciano sulla scena, ognuno portatore sano di un messaggio, di un frammento identitario in grado di far riflettere sull’essere italiani, sulla natura intrinseca di quest’ultimo concetto.
Lo stile di Massi, dal punto di vista estetico, si presta con tratto nervoso e discontinuo a raffigurare questa miscellanea magmatica: utilizzando una tecnica che sfrutta un libero ricalco di riprese dal vero che vengono poi “filtrate” attraverso un grezzo tratto in bianco e nero, arricchito da improvvisi sprazzi di colore acceso (soprattutto il rosso, evocando nella memoria collettiva lo Steven Spielberg di Schindler’s List), il regista e animatore evoca il nervosismo delle tele di Van Gogh, quel tratto frammentario ed espressionista che non racconta la realtà così com’è ma la interpreta, in base alla percezione emotiva. Il colore sembra “inseguire” soprattutto i bambini, come se si trattasse di un residuo di quell’innocenza perduta che il mondo degli adulti ha contaminato lentamente, portandola via per sempre tra guerre inutili, conflitti evitabili, contrasti, tensioni, terrorismo e politica.
Ad arricchire ulteriormente il mosaico sofisticato di Invelle ci pensa il lavoro sul sound design, che compone un tappeto sonoro di rumori, musiche, interviste, racconti e canzoni popolari. La Babele di dialetti, quanto il canto della natura – tra folate di vento ed erba calpestata – e perfino i sospiri o le sfumature dei suoni più infinitesimali finiscono per raccontare, a loro volta, altre storie nelle storie, scegliendo in tal modo di realizzare una sorta di collage finale, un cut up degno della Beat Generation nel quale confluiscono ritagli di opere letterarie, composizioni, patrimoni che appartengono alla tradizione e al folklore ma anche al mondo della letteratura “alta”, che oscilla tra Federico Garcia Lorca, ad esempio, e Cesare Pavese. Un intellettuale, quest’ultimo, che ha inserito – più di tutti e prima di molti altri – all’interno delle proprie opere delle amare riflessioni su un’Italia in continuo divenire, preda di un cambiamento radicale che aveva spopolato le campagne colonizzando le città, mentre i nemici si avvicendavano cambiando forma, casacca e volto, pur restando sempre in agguato.
E Massi affida questo importante compito alle voci di narratori d’eccezione come Marco Baliani, Ascanio Celestini, Mimmo Cuticchio, Luigi Lo Cascio, Neri Marcorè, Toni Servillo e Filippo Timi (tra gli altri); uomini di teatro, performer, attori e artisti (a tutto tondo) che incarnano, nella veste inedita di Invelle, l’importanza dell’arte orale del racconto, vero patrimonio di un folklore popolare che rischia di essere spazzato via dalla modernità incalzante.


