Per tutti, il 1969 è l’anno in cui Neil Armstrong ha mosso il primo passo sulla superficie lunare. Per i membri della stampa, è invece l’anno in cui il giornalismo è diventato puro intrattenimento. Ink, film d’apertura del Concorso per il Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia 2026 e diretto da Danny Boyle, parte proprio da qui: durante una semplice conversazione a cena, due uomini ridefiniscono il concetto di notizia e l’importanza delle cinque W (Who, What, When, Where e Why), ovvero i capisaldi del mondo dell’informazione.
Gli individui in questione sono Rupert Murdoch (Guy Pearce) e Larry Lamb (Jack O’Connell): uno il futuro fondatore di un impero mediatico che resiste ancora oggi, tra le varie Sky e Fox News, sul quale HBO ha plasmato la serie televisiva Succession; l’altro un ambizioso giornalista a cui Murdoch, proprio quella sera del 1969, offrì il posto di direttore della testata cartacea da lui appena acquistata, il The Sun. La sfida? Prendere un tabloid poco venduto e dalla scarsa reputazione e renderlo più popolare del titano inamovibile chiamato Daily Mirror.
La morte del giornalismo è servita
Nella nuova ideologia da loro sviluppata, a cadere per prima è la domanda più importante: “Perché?”. Tutto ruota attorno ad essa, ma una volta svelato il motivo per cui un fatto è avvenuto, questo perde la sua riproducibilità. Se invece si riuscisse a evitare di dare una risposta, sostiene Lamb, allora una notizia diventerebbe infinitamente replicabile e potrebbe continuare a propagarsi in una moltitudine di forme diverse. Ed ecco che, nel giro di pochi minuti, il dessert è servito e con esso anche la morte del giornalismo rispettato e rispettabile.
Dimentichiamoci dunque di Robert Redford e Dustin Hoffman in Tutti gli uomini del presidente, delle squadre investigative a caccia del Pulitzer di Il caso spotlight e The Post, o della redazione utopica della serie (sempre HBO) The Newsroom. Se in quest’ultima Aaron Sorkin – creatore e sceneggiatore di tutti gli episodi – predicava un’informazione ragionata, che cercava di aiutare gli americani a diventare un popolo di elettori consapevoli, preferendo la rilevanza politica dei fatti e l’affidabilità delle fonti all’inseguimento ossessivo per gli ascolti e il consenso, Ink racconta l’esatto opposto.

Un heist movie a caccia di lettori
La prima ora è messa in scena come se fosse un heist movie: il “colpo” da tentare è il furto dei lettori della concorrenza, e così Boyle ingaggia O’Connell e Pearce come capi di una banda di scapestrati, reietti, professionisti con la fedina penale sporca. Più una donna, Jules Davies (Claire Foy), impegnata nella rivendicazione di ruoli di maggior rilievo all’interno delle redazioni per il sesso femminile. Insieme, proprio come i ladri di Ocean’s Eleven formuleranno piani e schemi, con risultati non immediati ma costanti e una progressiva perdita della bussola morale.
È chiaro infatti che la posizione del regista non si discosti molto da quelle dei vari Sorkin e Spielberg, rendendo Ink una ficcante opera di denuncia al degrado sempre più evidente che cerche branche del giornalismo hanno perseguito e abbracciato, mettendo radici profonde fino ai giorni nostri. Solo chi ignora la situazione attuale del settore può gioire del successo ottenuto da Lamb e i suoi, almeno finché Boyle non scioglie ogni dubbio nella seconda parte, scoprendo le carte in tavola e mettendo il protagonista di fronte a dilemmi dai quali non uscirà con la coscienza pulita.
Grandi attori in un film diviso a metà
Da film incalzante, frenetico e frizzante che chi ha visto Trainspotting e il suo sequel ben riconoscerà, Ink passa a un ritmo più compassato e introspettivo, ma paradossalmente proprio qui perde parte della sua forza. Soprattutto perché, nell’accentuare le posizioni estremiste di Lamb, il regista corre il rischio di far passare Murdoch per il moderato della situazione, il che cozza non poco con la ben nota figura reale. Anche lo stile visivo, inizialmente sempre propenso a inquadrare i suoi personaggi nei familiari e obliqui dutch angle, si fa più piatto e anonimo.
Di certo, comunque, Ink resta un film di grandi interpretazioni, al di là di un Guy Pearce che a tratti pare imitare il sé stesso del suo altrettanto ambiguo e miliardario benefattore di The Brutalist. Claire Foy, d’altra parte, non ha bisogno di ricordare a nessuno il suo talento, ma per una volta è Jack O’Connell che ha la possibilità di brillare sul grande schermo da protagonista, dopo anni di ottime performance ma quasi mai di primo piano (se non in televisione). Sinners e i due 28 anni dopo l’hanno rimesso sulla mappa; che sia ora tempo per l’attore di levarsi finalmente di dosso l’ingombrante memoria di Skins e far spiccare il volo a una nuova fase della sua carriera?


