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Imaginary, recensione del nuovo horror targato Blumhouse

Diretto da Jeff Wadlow, già regista di Obbligo o verità e Fantasy Island, Imaginary è al cinema dal 14 marzo.

Il secondo horror made in Blumhouse nel giro di poche settimane arriva nelle sale italiane il 14 marzo per una distribuzione Eagle Pictures, si chiama Imaginary ed è diretto da Jeff Wadlow, che lo ha anche scritto insieme a Greg Erb e Jason Oremland. È difficile immaginare una casa diversa per il film, perché questo orrore, infuso di un sinistro e (diabolicamente) perverso umorismo, è un po’ il marchio, la cifra stilistica, l’anima del brand Blumhouse.

È un vero peccato, quindi, che come nel caso del predecessore a stretto giro di posta, Night Swim, anche Imaginary finisca per soccombere a una superficialità strutturale che impedisce all’interessante premessa – è interessante davvero! – di spiccare il volo. La formula Blumhouse è horror senza prendersi troppo sul serio? Qui abbiamo un amico immaginario pluriomicida. È un orsacchiotto di peluche. Da questo punto di vista, almeno, non c’è da lamentarsi. La base di partenza è inquietante, perché la paura aggredisce gli spazi (fisici ed esistenziali) della più innocua quotidianità. La base di partenza è divertente, perché è di un peluche assassino che si parla ed è apprezzabile che il film senta di potersi prendere un po’ in giro; l’autoironia è la forma più spietata e infallibile di intelligenza.

Il problema, come troppo spesso accade con l’horror contemporaneo, è che la premessa è più o meno tutto quello che c’è. Non si va avanti, non si perfeziona, non si approfondisce, non si complicano le cose. La pigrizia che attutisce la spettacolarità e la forza emotiva di Imaginary è il risvolto di un’esposizione piatta e l’involontaria ammissione di una scarsa fiducia nella maturità e nel coraggio (cinefilo) dello spettatore. Morale della favola, bisogna farsi bastare la premessa.

Un orsacchiotto di peluche inquietante e possessivo

Ci sono due donne al timone di Imaginary. Una molto giovane, una bambina, l’altra cresciuta ma, in un certo sottile e inquietante modo, ancora infestata dai fantasmi dell’infanzia. In realtà, di quegli anni, Jessica (DeWanda Wise) non ricorda molto. Scrittrice di successo di libri per bambini, ha un rapporto problematico con il padre, che non può più badare a se stesso, ed è orfana di madre. Jessica preme per ricostruire l’unità del nido familiare, spezzata tanti anni prima; Imaginary non lo racconta esplicitamente, ma si intuisce. Per questo, nonostante le evidenti preoccupazioni per il genere di responsabilità che sarà costretta ad assumersi da qui in avanti, accetta di cominciare una vita insieme a Max (Tom Payne).

Max è un musicista separato dalla madre delle sue figlie, che si chiamano Taylor (Taegen Burns), ostile a Jessica, e Alice (Pyper Braun). C’è una bella sintonia tra Alice e Jessica, cementata su una condivisa disponibilità all’immaginazione e sulle cicatrici (letterali e simboliche) di un’infanzia sfortunata. Jessica ha lasciato la sua casa che era solo una bambina e, curiosa coincidenza, dopo tanti anni torna a viverci proprio con Alice, Max e Taylor. C’è una sorpresa che la attende nello scantinato – abusata ma sempre efficace metafora – un ospite in più: un dolce, innocuo, timido orsacchiotto di peluche. Alice lo requisisce per farne il suo amico immaginario, nel senso che ci parla, lo porta dappertutto, ci dorme insieme e ascolta solo i suoi consigli.

Teddy non parla molto, guarda in cagnesco chiunque si azzardi a staccarlo da Alice e qui sta l’equilibrio sfumato di orrore e umorismo che in teoria avrebbe dovuto fare la fortuna del film e, invece, si resta sempre sul terreno dell’incompiuto, dell’inespresso, del vorrei ma non posso. Teddy è una cosa viva, ci dà a intendere la regia di Jeff Wadlow (Obbligo o verità). Ha una voce insinuante, che solo Alice e Jessica possono sentire – il pupazzo parla in modo sotterraneo anche all’infanzia della più grande – e coltiva strani progetti; hanno sempre a che fare con qualcosa che brucia o un certo grado di violenza.

Il passato di Jessica e il presente di Alice comunicano. C’è un segreto condiviso che non è il caso di spoilerare, ma è importante anche soltanto alluderne, perché è il gancio che serve a Imaginary per portare lo spettatore nella seconda metà della storia, quella in cui l’immaginazione e la paura dovrebbero prendere il sopravvento, e l’interessante premessa di cui si è già parlato dovrebbe finalmente compiersi in ogni sua sfumatura e potenzialità. Invece, purtroppo, si continua a volare bassi.

Un cinema di premesse non del tutto sviluppate

Eppure, di occasioni per liberare il potenziale soffocato di Imaginary ce n’erano parecchie. La storia corre su due binari. Uno, più facile a leggersi per lo spettatore, è il racconto di un’infanzia agitata dal trauma, la doppia infanzia di Jessica ed Alice, e la riflessione su come il trauma finisca per influenzare la psicologia e le scelte dell’adulto (Jessica) e dell’adulto in formazione (Alice). L’altro versante, è il più succoso ed è qui che si misura il disappunto e il senso di frustrazione alimentato dal film, perché con un senso del cinema più consapevole i risultati sarebbero stati molto diversi (e incredibilmente gratificanti), è la storia dell’orrore filtrata dal punto di vista del cattivo. Perché mai?

Per raccontare, questa almeno è l’idea, del senso di possesso e del trauma dell’abbandono direttamente sulla pelle e l’anima dell’amico immaginario, usato e tradito dal bambino impaziente di diventare grande. Jeff Wadlow e il team di scrittura hanno tra le mani, forse non una miniera d’oro, ma uno spunto suggestivo e autoironico – è un dannato peluche dopo tutto – e ne disperdono il potenziale con una narrazione piatta e un’estetica convenzionale. La dolorosa contraddizione del film è che esalta le possibilità di una mente creativa (infantile ma non solo), cerca di allargare lo sguardo esplorando anche il punto di vista dei cattivi, ma cade sul piano della pura immaginazione.

L’horror contemporaneo è troppo spesso un cinema di premesse, di prime stesure, di abbozzi di idee mai portate alle estreme conseguenze. Imaginary paga dazio all’inerzia che ridimensiona clamorosamente l’efficacia di Night Swim. In quel caso, però, c’era una prima metà della storia solida per inquietudine e atmosfera, vanificata da una seconda metà, una mitologia fantasy-horror, molto imprecisa e che, in retrospettiva, sbilanciava di parecchio il senso del film. Con Imaginary il problema è più profondo e strutturato; il senso di occasione mancata è distribuito in maniera più uniforme sulla storia. Non è possibile costruire un’emozione solida perché non c’è, a monte, un vero senso di attesa minacciosa e, a valle, la promessa di una risoluzione sconvolgente.

Il paesaggio del mondo “altro” che ospita le crudeli macchinazioni dell’amico immaginario è monocorde e poco stimolante, i rapporti tra i personaggi macchinosi e insinceri. Tenendosi in bilico tra due punti di vista senza capire fino in fondo cosa farne, del carattere delle protagoniste e del senso di abbandono del mostro, il film pecca di superficialità da entrambe le angolazioni. È un andamento fiacco e uniforme, quello di Imaginary. Non fa bene alla credibilità della narrazione, che si esaurisce in una poco ispirata sequenza di shock effimeri. Non è gratificante dal punto di vista estetico, e infatti il film non ha molta voglia di vestire di forme incongrue le sue ombre e la sua paura. Non giova al cast, specialmente a una poco valorizzata DeWanda Wise, costretta a dar voce e corpo a una paura senza carburante.

Guarda il trailer ufficiale di Imaginary 

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Imaginary proprio non ce la fa, a trovare nelle psicologie, nei saliscendi della storia, nell’estetica, il fuoco per accendere la premessa e farne il punto d’appoggio per una storia efficace e vibrante. Jeff Wadlow sceglie la via dell’horror tutto atmosfera e suggestioni, rinunciando, se non per poco, all’esplosione di una paura (e una violenza) più diretta. Per una volta capita che questo tipo di scelta sia controproducente, perché la pigrizia della storia avrebbe potuto beneficiare di uno shock e un’emozione più carnale, viscerale e tangibile.

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