venerdì, Gennaio 21, 2022
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Illusioni Perdute, recensione del film di Xavier Giannoli

La recensione di Illusioni Perdute, film di Xavier Giannioli tratto da Honoré de Balzac e interpretato da Benjamin Voisin. Dal 30 dicembre al cinema.

Confidenze intime, troppo: le finestre di chi scrive di cinema, lo studia o ne ha bisogno semplicemente per star bene, di recente, e sempre più spesso, si affacciano su sere di sconforto. Ci si domanda, in breve, se per caso non si sia nati nel secolo sbagliato; se vale la pena continuare a rincorrere immagini semoventi e se mai ne verranno di altre che racchiudano, come in Passato, la semplicità autentica del Mito. Accontentarsi, dunque? Coprire per l’ennesima volta di una sottile patina d’oro quella che in fondo, anche dopo giorni, rimarrà una non ammessa, segreta delusione? Non oggi. Non questa sera.

Non quando Xavier Giannoli, classe ’72, del quale già apprezzammo Corpi impazienti (la più struggente ballata d’Amore e Morte in tarda adolescenza composta dal cinema francese all’inizio del Duemila) e Marguerite (rievocazione dissimulata e “lugubre” delle gesta canore di Florence Jenkins, soprano atroce), ci ha fatto dono di un’opera come Illusioni perdute (dal 30 dicembre in sala con I Wonder Pictures). Volevamo un piccolo miracolo d’inizio nuovo anno… e, in qualche modo, lo abbiamo avuto (al cinema, certo, purtroppo non nella realtà, non ancora almeno), quel tanto che basta da farci scattare in piedi, a luci riaccese, e metterci a urlare senza aprir bocca, “in silenzio”.

Prendendo le mosse essenzialmente da Un grande uomo di provincia a Parigi ossia il romanzo centrale dei tre che compongono il breve ciclo “Illusions perdues” (1837-‘43) di Honoré de Balzac, pur conservando sprazzi ed episodi dei restanti due – I due poeti per l’antefatto e, in piccolissima parte, La sofferenza dell’inventore per il lacustre, quasi “alla Mizoguchi” (si veda la scelta di Anju in Sanshō dayū) epilogo – il bel film di Giannoli ci fa “toccare” con mano ogni inavvertenza, voglia o sussulto di Lucien Chardon (Benjamin Voisin) o, meglio, De Rubenpré, cognome materno con cui preferisce farsi chiamare.

Addetto al macchinario di una tipografia del borgo di Angoulême, poeta che decanta le fragili “Margherite” (ma che dallo stigma possono far guizzare ora accecanti globi ora infauste notti senza stelle), inesperto amante di Mme de Bargeton (Cécile de France), proprio a causa del goffo trasporto verso la donna il nostro si perderà presto in quel “dedalo neopagano” che fu la Parigi dell’ultimo scorcio dell’Età della Restaurazione (seconda metà degli anni Venti dell’Ottocento). Giglio fra i cardi, angelo violato da satiri sozzi di china, bocciolo gratuitamente reciso… Si capisce perché Oscar Wilde amasse molto il personaggio di De Rubenpré. Lo stesso amore, la stessa identificazione che, ci auguriamo di cuore, germoglino negli spettatori, specie i giovani affamati di gloria (e impauriti dall’oblio), ai quali Illusioni perdute intende rivolgersi.

Nathan (l’ottimo Xavier Dolan) possiede, al pari di Lucien, il dono della scrittura ma, a differenza dell’ingenuo “forestiero” di Angoulême (che pure ha letto, come si intravede in un’inquadratura, le Metamorfosi ovidiane), conosce assai meglio il gioco sottile delle illusioni. E così Etienne (Vincent Lacoste), turpe scribacchino con tanto di cebo bruno appollaiato sulla spalla (dal nome eloquente, Lamartine, l’autore della corposa Storia dei Girondini); il pingue Dauriat (Gérard Depardieu), grossolano e semianalfabeta ciò nonostante temuto editore; Singali (Jean-François Stévenin), rugoso “alchimista di inganni” capace di mutare da un attimo all’altro una bianca peonia in un pomodoro marcio, un tornio a pedale in una “cornucopia di applausi”; la Marchesa d’Espard (Jeanne Balibar), altezzosa cugina di Mme de Bargeton, la quale, come emissaria del Potere, mai potrà perdere e specialmente nel torto avrà ragione; la sventurata Coralie (Salomé Dewaels, una promessa), col faccino eternamente segnato dalla benignità del primo amore, più reale della realtà stessa proprio perché attrice, inerme ai piedi del Male… ciascuno di essi si imprime nella mente… eppure un altro personaggio distoglie, fin dalla prima apparizione, la concentrazione del pubblico.

Sconcia Dea che rimbecillisce i postulanti con improbabili “Minotauromachie” viaggianti sulle note del duetto “Forêts paisibles” di Rameau – suggestiva sequenza dove l’immediato ricordo del taurino Rhyton di Cnosso vortica nella “pioggerella floreale” e nelle forme lascive, svenevoli del Ratto d’Europa (1783) di François-Xavier Fabre –, ampio fondale dipinto che fa svenire per l’illusione di profondità, maschera senza occhi dietro gli orifizi… sì, la Ville Lumière… è lei la vera, ubertosa “diva” della pellicola: non c’è episodio, catturante della Capitale transalpina i svariati volti, che non abbia in sé qualcosa di “epifanico” tanto è pregno di dettagli (ori, brocche, tele, incartamenti, fini vestaglie, nudi morbidi, variazioni di luce rosse, corniola, lattiginose ecc…).

Lo scenografo Riton Dupire-Clément, il costumista Pierre-Jean Larroque e il direttore della fotografia Christophe Beaucarne soffiano, quindi, l’aria della vita sulle stampe di Jean-Baptiste Isabey (1767-1855), sulle celeberrime illustrazioni di Jules David (1808-1892), Adrien Moreau (1843-1906). Grazie a loro Giannoli riesce a intessere l’ordito di una temeraria “opera-mondo”, debitrice verso il cinema di Carné, Forman, Ruiz, Scorsese pur rimanendo potentemente individuale e personale. Due ore e venti di durata, non una volta si guarda l’orologio e un salutare brivido corre lungo la spina dorsale all’udire «Il denaro era la nuova aristocrazia e il popolo si guardava bene dal tagliarle la testa. Chissà… persino un banchiere, un domani, potrebbe diventare presidente». Cosa volere di più?

Si consiglia, per un confronto, tre precedenti riduzioni filmiche da Balzac, con forma e intenti diversi ma tutte ugualmente portentose: L’amante mascherata (‘40) di Otakar Vávra, La fille aux yeux d’or (‘61) di Jean-Gabriel Albicocco e il più recente La duchessa di Langeais (2007) di Rivette.

Guarda il trailer ufficiale di Illusioni Perdute

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Sconcia Dea che rimbecillisce i postulanti con improbabili “Minotauromachie”, ampio fondale dipinto che fa svenire per l’illusione di profondità, maschera senza occhi dietro gli orifizi: la Parigi dell’Età della Restaurazione è la vera protagonista di Illusioni perdute di Giannoli. Un capolavoro (o qualcosa che ci va molto vicino).
Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

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