Il suono di una caduta è la seconda opera della regista tedesca Mascha Schilinski, nata nella Berlino Ovest del 1981. È un film che si impone fin dalle prime immagini come un’esperienza sensoriale prima ancora che narrativa. Ambientato in una zona non precisata della Germania nordorientale, il racconto prende forma all’interno di una casa che diventa epicentro di memorie e traumi sedimentati nel tempo. L’opera si distingue per un impianto formale libero e irregolare, che rifugge ogni linearità e costruisce il proprio senso attraverso frammenti e continue dislocazioni narrative, mentre l’immagine sembra avere una consistenza fisica, quasi tattile.
Il film appare infatti granuloso, sporco, attraversato da una trama che richiama la pellicola: una scelta che trova piena espressione nella fotografia firmata da Fabian Gamper (compagno della regista anche nella vita), che è tra gli elementi più sorprendenti dell’opera, in grado di costruire un’immagine densa e materica. È da questa base visiva che prende slancio il lavoro di regia, che alterna quadri statici a movimenti fluidi e piani sequenza di grande complessità. A tratti il virtuosismo è evidente, quasi ostentato, e in certi movimenti di macchina ricorda l’inconfondibile Gaspar Noé per audacia e controllo dello spazio. Ma è talmente preciso, talmente coerente con il tono del film, che finisce per essere non un esercizio di stile, bensì una naturale estensione della sua forza espressiva.

Quattro epoche, un’unica casa
La narrazione intreccia quattro storie ambientate in quattro epoche diverse – gli anni Dieci del Novecento, gli anni Quaranta, gli anni Ottanta e il presente – e lo fa in maniera disordinata e talvolta confusionaria, senza offrire punti di riferimento stabili. Solo a posteriori si può tentare di rimettere ordine, ricomponendo le vicende in una progressione cronologica. Le protagoniste sono quattro ragazze legate dallo stesso luogo e, presumibilmente, anche da un vincolo di sangue che il film non esplicita mai del tutto.
All’inizio del Novecento c’è Alma (Hanna Heckt), bambina dallo sguardo insieme innocente e inquieto, tra giochi infantili e la scoperta precoce della morte. Negli anni Quaranta incontriamo Erika (Lea Drinda), che percorre un corridoio con delle stampelle rubate e compie un gesto silenzioso e ambiguo verso un uomo mutilato. Negli anni Ottanta emerge Angelika (Lena Urzendowsky), adolescente esposta all’ambiguità di uno sguardo maschile che la osserva con un desiderio malsano. Infine, nel presente, Lenka (Laeni Geiseler) si trasferisce con la famiglia in quella stessa casa, dove una giovane vicina esercita un’inquietante fascinazione sulla figlia coetanea.
Questa costruzione per intersezioni genera inevitabilmente spaesamento. Il suono di una caduta non offre coordinate rassicuranti, non accompagna lo spettatore lungo un percorso lineare, ma lo costringe a restare immerso in una materia narrativa stratificata e impegnativa. I frammenti non si ricompongono in modo didascalico e alcune linee restano volutamente sospese. È un film complesso, forse fin troppo. Ma la sua difficoltà è parte integrante del discorso: chiede attenzione, richiede partecipazione attiva, pretende di essere abitato più che semplicemente seguito.

Un cinema dei sensi e dell’assenza
Il film lavora sui cinque sensi in modo profondo e immersivo: si percepisce il sapore della brodaglia bevuta nei primi del Novecento, si sente il ronzio insistente di una mosca (così vicino da restituirne il fastidio reale), si avverte l’odore della casa, tanto nei suoi aspetti rassicuranti quanto in quelli più sgradevoli, e sembra quasi di sfiorare con le nostre dita una pelle umida, come se il contatto attraversasse lo schermo. Ci troviamo di fronte a un cinema viscerale, capace di creare una vera e propria sinestesia audiovisiva, confondendo e sovrapponendo le percezioni.
Il lavoro sul suono è centrale e richiama, per rigore e potenza evocativa, quello de La zona d’interesse di Jonathan Glazer: anche qui il fuori campo assume un ruolo decisivo. I fatti più traumatici non vengono quasi mai mostrati frontalmente e, quando affiorano, sono sempre spiati da una fessura, intravisti da dietro una porta socchiusa, colti di nascosto, come se lo sguardo non avesse mai il diritto di esporsi del tutto.
Silenzi e voci fuori campo si fanno flusso interiore delle protagoniste. In questo senso, Il suono di una caduta richiama un certo cinema di Terrence Malick per l’uso del pensiero come materia narrativa. Al tempo stesso, per ambientazione e per la centralità del paesaggio domestico, può evocare lo splendido Vermiglio della nostra Maura Delpero. È proprio in questa attenzione al luogo come deposito di memoria che la regia di Schilinski, a tratti documentaristica nello sguardo, trova la sua direzione più personale: sembra interrogare il passato come fosse un archivio intimo.
Condividendo con quelle donne lo stesso territorio di nascita, diventa quasi inevitabile ipotizzare che le quattro protagoniste custodiscano qualcosa di autobiografico. Non tanto un racconto diretto di sé, quanto frammenti di un’identità possibile: ciò che è stata, ciò che avrebbe potuto essere, o semplicemente ciò che avrebbe voluto essere. Le loro anime sembrano allora dialogare tra loro come parti scisse di un’unica coscienza che attraversa il tempo.


