L’idea da cui parte Il Robot Selvaggio è dirompente: riesce un film d’animazione contemporaneo a pensare un mondo di domani senza esseri umani? La risposta del film scritto e diretto da Chris Sanders per DreamWorks Animation è sì, anche se con qualche licenza lungo il percorso. Tratto dal ciclo di libri “The Wild Robot” di Peter Brown, il regista del primo Dragon Trainer apre il film su un occhio meccanico che osserva. È quello dell’unità robotica 7134, modello ROZZUM, abbreviato in Roz (in originale Lupita Nyong’o, da noi Esther Elisha). Quando si attiva sulle coste di un’isola, attorno a lei regna sovrana la natura. E che natura: curiosissima, violentissima, spietata.
Nella prima ed esilarante parte de Il robot selvaggio, tutti cercano in continuazione di mangiare tutti gli altri. «Cerchiamo solo di sopravvivere, e la gentilezza non aiuta» le dirà la furba volpe Fink (Pedro Pascal, qui Alessandro Roja), che cerca di rubare a Roz un uovo di oca che la robot ha scelto di accudire e far schiudere. In mancanza di esseri umani, Roz ha infatti optato come propria direttiva di imparare il linguaggio del mondo naturale che la circonda e di occuparsi del futuro nascituro dell’uovo, il piccolo Beccolustro. Allora finisce che Roz e Fink mettono da parte le divergenze – anzi, le proprie ‘direttive’ – ed entrambi si adoperano al loro meglio per aiutare Beccolustro a crescere e prepararsi in tempo alla migrazione autunnale da compiere assieme ai suoi simili.
Immaginare un altro mondo
Qui Il Robot Selvaggio propone insomma l’idea anche di una famiglia allargata e soprattutto scelta, disarticolata sempre più dalla concezione del nucleo tradizionale a cui storicamente l’animazione per fanciulli si è sempre rivolta. Allo stesso tempo mette in ballo la centralità, addirittura l’urgenza dell’improvvisazione, che il film fa ricorrere di continuo come un mantra a cui Fink stesso si rifà e che vuole far assorbire nei circuiti di Roz, in una sorta di riarrangiamento della dottrina dell’adattarsi darwinista. In un pianeta mandato al collasso dalle geometrie algoritmiche (c’è a un certo punto un pizzico di worldbuilding), spezzare la catena del codice è l’unico modo per riallineare le vere priorità.
Intrigante è pensare anche al fatto che in sostanza Il Robot Selvaggio guardi a un’intelligenza artificiale che si è resa indipendente e consapevole, che ha imparato e fa di testa sua: ma fa meglio dei suoi creatori. Allora si torna a come il film in sostanza discuta l’essere umano come superfluo nelle ben più ampie dinamiche che governano il cosmo. Cosa che assolve a due compiti: a ridimensionare l’ego specista che spesso ci fa associare il pensiero della nostra rovina alla rovina del mondo tutto, e allo stesso tempo in qualche modo rincuorarci che la fine non è mai davvero la fine.

Film di cuore e ottima animazione
Il film di Sanders, in fondo, punta infatti molto al sentimento e all’emotività. Ci riesce perché ha un grande cuore, ma c’è da riconoscere che sia in alcuni tratti anche parte del suo tallone d’Achille. Andando avanti, Il Robot Selvaggio si carica del compito non semplice di veicolare un po’ troppi messaggi e morali, con il rischio di piegarsi sotto il peso delle sue direzioni soprattutto nella porzione centrale, dove l’arco drammaturgico pare che stia volgendo alla fine, salvo poi averne ancora per più di mezz’ora. È un’impostazione abbastanza anarchica e persino slabbrata, dove vengono in parte meno pure interessanti intuizioni di partenza, come quella di una natura che fa e si comporta da… natura. Chiaro è che l’opera voglia usare le distinzioni e le distanze come metafora su cui poggiare poi un’idea collaborativa ed espunta dal malessere della competizione ad ogni costo (altro spunto da notare).
A tenere tutto assieme è però la folgorante formula d’animazione che in casa DreamWorks hanno trovato a partire da Il gatto con gli stivali 2 – L’ultimo desiderio, e che da lì si tengono stretta. Un misto di fondali piatti su cui è animato poi sopra il primo piano tridimensionale, tecnica atta a creare con le giuste combinazioni cromatiche un effetto pittorico di incredibile impatto – non è un caso che anche la Disney l’abbia scelta per il suo film del centennale, Wish. E se vi siete affezionati, la saga di “The Wild Robot” conta poi altri due volumi: siamo già sicuri che Roz tornerà.


