domenica, Ottobre 2, 2022
HomeRecensioniIl Richiamo della Foresta, recensione del film con Harrison Ford

Il Richiamo della Foresta, recensione del film con Harrison Ford

Il Richiamo della Foresta è il nuovo film 20th Century Studios che riporta, sul grande schermo, il mito dell’immortale classico scritto da Jack London nel XIX Secolo; corse all’oro, natura selvaggia, lotta alla sopravvivenza tornano così sul grande schermo grazie all’uso ingente della CGI e alla presenza nel cast di volti noti come Harrison Ford, Dan Stevens (Matthew in Downton Abbey), Omar Sy, Karen Gillan, Bradley Whitford e Colin Woodell. Il film diretto da Chris Sanders e tratto da una sceneggiatura di Michael Green, sarà nelle sale a partire dal 20 febbraio.

L’immortale classico di London porta sul grande schermo la storia di Buck, un cane dal cuore d’oro, la cui tranquilla vita domestica viene sconvolta quando viene improvvisamente portato via dalla sua casa in California e trapiantato nella natura selvaggia dell’Alaska durante la Corsa all’Oro degli anni 1890. Come nuova recluta di una squadra di cani da slitta – di cui in seguito diventerà il leader – Buck vive l’avventura di una vita, trovando il suo vero posto nel mondo e diventando padrone di se stesso.

Il Richiamo della Foresta è, indubbiamente, l’adattamento giusto al momento giusto: con le nuove tecnologie CGI è possibile ricreare scenari mozzafiato grazie all’uso del green screen, infondere linfa vitale negli animali protagonisti (quasi) assoluti di questa storia conferendo loro una serie di sfumature emotive, di espressioni tipiche del campionario delle reazioni umane. Grandi progressi che innalzano, a livello qualitativo, il prodotto cinematografico di Sanders, differenziandolo dai suoi predecessori senza però mai tradire lo spirito originale del racconto di London.

Il nocciolo della storia, infatti, risiede proprio nel cuore selvaggio che batte in ogni creatura vivente: un cuore selvaggio che ha solo bisogno di compiere il viaggio giusto per ritrovare sé stesso, scoprendo qual è il proprio posto nel mondo. Un viaggio in apparenza semplice, ma che si rivela di solito più complesso del previsto e soprattutto più lungo, una ricerca infinita che spesso non incontra nemmeno il dovuto lieto fine. Non è questo il caso di Buck, cane che riesce a compiere un invidiabile arco narrativo spesso non concesso ai protagonisti umani di altre storie che hanno colonizzato il nostro immaginario collettivo.

Buck viene presentato, nel Set Up narrativo, come un classico “cane da salotto”: pigro, combina-guai e goffo. Ma è con il primo colpo di scena – dal quale non si torna più indietro – che il grosso animale viene catapultato in un road movie dell’anima dove il viaggio diventa metafora della trasformazione interiore, via privilegiata per scavare nei propri bisogni e desideri, alla ricerca delle necessità che spesso creano mancanze incolmabili capaci di arrecare solo dolore e confusione.

Un percorso simile è quello intrapreso dal personaggio di Ford, alla ricerca di sé stesso e di una seconda opportunità per rielaborare un dolore enorme che non si è volutamente concesso di provare. Uomo e animale, più simili del previsto, entrambi coinvolti nel viaggio più importante delle loro vite, sulle tracce della loro vera essenza, anche a costo di sfidare la natura che non è mai matrigna quanto “nemica” audace, capace di mettere alla prova solo per perseguire una finalità più alta: il bene di entrambi. La vera minaccia pericolosa proviene, infatti, dall’uomo, dalla presenza antropomorfa che pretende – con prepotenza – di piegare il paesaggio in base ai propri bisogni egoistici (su tutti, l’avidità).

Il vero problema ne Il Richiamo della Foresta è forse proprio l’impiego perfetto della CGI (come già visto nel recente adattamento live action del classico Disney Il Re Leone), che rende “umani, troppo umani” gli animali che sono i veri protagonisti della vicenda: le espressioni e sfumature che sfoggiano non appartengono palesemente al mondo animale quanto a quello umano, rendendo distopica la visione allo sguardo attento dello spettatore e aprendo scenari riflessivi sui limiti dell’impiego della computer grafica nella narrazione di grandi storie: fino a che punto ci si può spingere eticamente, senza ricondurre tutto ai minimi termini umani che ben sappiamo riconoscere, ma che si allontanano di gran lunga dalla spontaneità offerta dalla natura stessa?

Guarda il trailer ufficiale de Il Richiamo della Foresta

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

RECENTI

- Advertisment -