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Il rapimento di Arabella, recensione del film con Benedetta Porcaroli

Presentato a Venezia 82 nella sezione "Orizzonti", Il rapimento di Arabella, secondo film di Carolina Cavalli, arriva nei cinema dal 4 dicembre distribuito da PiperFilm.

Il rapimento di Arabella sembra il titolo di una storia d’altri tempi, di una fiaba principesca (ma non disneyana, altrimenti si chiamerebbe semplicemente Arabella) dai toni favolistici. E invece è un film del 2025, presentato nella sezione “Orizzonti” di Venezia 82 e nato – stando alle note di regia diffuse alla stampa – da commenti letti su Reddit e altri forum online. Niente di più moderno, insomma. Eppure, l’opera seconda di Carolina Cavalli (dopo Amanda, del 2022) non esiste in un tempo né in un luogo definito, ma resta sospesa in un limbo astrale in cui rischia, in parte, di rimanere intrappolata.

Rapire sé stessi (o forse no)

Nelle distorsioni della materia oscura ci crede – o meglio, ne è quasi ossessionata – Holly (Benedetta Porcaroli, che con questo ruolo a Venezia 82 ha vinto il Premio Orizzonti per la miglior interpretazione femminile), una ragazza di 28 anni che non ha mai superato né la morte della madre, né il rimpianto di non aver colto le occasioni giuste quando era bambina, e vive ormai un’esistenza alla deriva: riesce a dormire bene solo nella sua vecchia casa (nel frattempo occupata da un’altra famiglia), svolge lavoretti saltuari e sottopagati, e “studia fisica”, anche se non la vedremo mai aprire un libro o risolvere un’equazione. 

Una sera, il caso la porta a imbattersi in una bambina di otto anni, Arabella (Lucrezia Guglielmino), figlia di un uomo benestante – probabilmente uno scrittore, interpretato da Chris Pine – da cui sta cercando di scappare. Holly si convince di aver appena incontrato la versione giovane di sé stessa, nella quale vede la possibilità di rimediare agli errori del passato. Arabella sta al gioco, salendo sulla macchina della ragazza e iniziando con lei un viaggio dove svilupperanno, insieme, forse l’unico legame genuino delle loro vite.  

Una commedia onirica tra i fratelli Coen e Wenders

Il “rapimento” del titolo, dunque, è in realtà un “auto-rapimento”, e infatti Il rapimento di Arabella rifugge subito da qualsiasi dinamica da thriller o film investigativo, anche se a dirla tutta alcuni personaggi sono poliziotti. Uno in particolare, Maccarico (Marco Bonadei), prende a cuore le sorti di Holly e si mette sulle sue tracce, cercando di farla rinsavire. Proprio lui, a un certo punto, racconterà alla protagonista i propri sogni – “ho sognato di essere sotto una scarpa” -, esplicitando la dimensione onirica in cui si muove l’intero film. 

Non sono esattamente paragonabili alle atmosfere lynchiane, anche perché a Cavalli manca la stessa capacità immaginifica del geniale regista americano. Tuttavia la sceneggiatura de Il rapimento di Arabella è costellata di momenti assurdi (la scena iniziale), di dialoghi e scene surreali (“Avete un auto con il tetto che si apre? Così è come avere una casa con un terrazzo”) e nomi propri improbabili, che conferiscono al film una comicità piacevolmente straniante. Non in senso assoluto, ma per il cinema italiano, nei confronti del quale la regista si pone come outsider, esattamente come Holly rispetto alla società e agli individui che la circondano. 

Cavalli, infatti, si rifà (anche esteticamente) al cinema indie americano della fine del Ventesimo secolo, dai fratelli Coen di Fargo e Il grande Lebowski al Wim Wenders di Paris, Texas. La matrice principale de Il rapimento di Arabella è infatti quella del road movie, uno dei generi statunitensi per eccellenza, e così si spiega anche il casting di Chris Pine, la cui presenza pare costantemente fuori luogo: in altri contesti più “normali” sarebbe un problema, qui invece le scene dove si confida con una prostituta e si dimena disperato sul suo letto rappresentano solo l’ennesima stranezza. 

Temi (e attori) che ritornano

Come in Amanda, inoltre, anche in questo secondo lungometraggio la cineasta torna a indagare la solitudine e lo spaesamento di una generazione senza più alcun punto di riferimento. Sia Amanda che Holly attribuiscono la colpa del loro destino – sempre che questo esista – a rimpianti della loro infanzia, a possibilità che non si sono verificate, come se il loro desiderio più grande fosse quello di poter viaggiare nel multiverso e potersi trasferire nell’altra dimensione, quella “positiva”. Del resto, se il passato non si può cambiare e il futuro non promette niente di buono, quale altra scelta resta? Così, quando finalmente trovano un’ancora di salvezza, vi si aggrappano con tutte le proprie forze, a costo di ferirle o di ferire loro stesse. 

Non è un caso, allora, se entrambe hanno in comune anche il fatto di essere interpretati da Benedetta Porcaroli, che ha il volto e l’attitudine ideale per questi personaggi dal carattere in apparenza respingente, sempre con la risposta pronta e un po’ arroganti, che però nascondono una grande dolcezza d’animo e sensibilità. Qui, ancora più che in Amanda, l’attrice romana (accompagnata dalla sorprendente Lucrezia Guglielmino) sfodera un’ottima performance, notevole soprattutto per la capacità di adattarsi perfettamente alle particolarità della sceneggiatura e al ritmo dei dialoghi. Sfociare nel ridicolo era molto facile e non accade quasi mai.

Rispetto al suo esordio, Carolina Cavalli trova più consapevolezza del proprio stile e ne consolida le fondamenta, eppure non riesce del tutto a bilanciare i vari toni del film, risultando meno efficace quando vorrebbe scavare più in profondità nel dramma o nella psicologia di altri personaggi oltre alla protagonista. Ciononostante, con Il rapimento di Arabella si conferma un nome decisamente interessante nel panorama italiano odierno. Ora non resta che aspettare il prossimo film.  

Guarda il trailer ufficiale de Il rapimento di Arabella

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Tra riferimenti all'indie americano e una dimensione onirica fatta di momenti e dialoghi surreali, con Il rapimento di Arabella Carolina Cavalli torna a indagare la solitudine e i rimpianti delle giovani generazioni. Anche grazie all'ottima Benedetta Porcaroli, la regista consolida il proprio stile (non senza qualche sbavatura) e si conferma un nome decisamente interessante del cinema italiano odierno. Un'outsider, proprio come la protagonista del film.

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Tra riferimenti all'indie americano e una dimensione onirica fatta di momenti e dialoghi surreali, con Il rapimento di Arabella Carolina Cavalli torna a indagare la solitudine e i rimpianti delle giovani generazioni. Anche grazie all'ottima Benedetta Porcaroli, la regista consolida il proprio stile (non senza qualche sbavatura) e si conferma un nome decisamente interessante del cinema italiano odierno. Un'outsider, proprio come la protagonista del film.Il rapimento di Arabella, recensione del film con Benedetta Porcaroli